Chi decide di restare. Storie dal Libano in guerra. Intervista ad Andrea Avveduto di Pro Terra Sancta

La scelta tra mangiare e curarsi è sempre più drammaticamente frequente in Libano. La guerra e i bombardamenti, concentrati soprattutto al sud, che seguono una terribile crisi economica, hanno messo in ginocchio un Paese già provatissimo. Andrea Avveduto, di ritorno un mese fa dal suo ultimo viaggio in Libano, è il responsabile della comunicazione di Pro Terra Sancta, il network che promuove e realizza progetti di sostegno per le comunità di Palestina, Siria e appunto Libano, ed è al Meeting di Rimini in occasione della mostra “Libano: la bellezza, le ferite, la speranza”, dove ha preso parte al comitato scientifico.

«Prima del 2019 in Libano c’erano già moltissimi elementi di crisi, di contraddizioni e la convivenza era già messa a dura prova. Questa non è una novità, fa parte, purtroppo, della loro storia: i massacri di cristiani, i massacri di musulmani, la guerra civile che non è stata uno scontro tra cristiani e musulmani, ma una guerra di tutti contro tutti. Le ferite di quel conflitto ci sono ancora, così come la diffidenza.
A tutto questo si è aggiunta la crisi economica, che ha cambiato completamente il volto del Paese. Con le banche che hanno chiuso, è svanita la possibilità di prelevare ed è arrivata la fame. Fino a qualche anno fa era impensabile vedere persone che chiedevano l’elemosina per strada o bambini che ti si attaccavano alle gambe per avere da mangiare. Erano scene che potevi vedere in Siria, in Palestina, in Pakistan, ma non in Libano. Qui è crollata la classe media; oggi rimane solo una piccolissima bolla di persone che si sono arricchite con la guerra, ma per il resto la classe media non esiste più.
Oggi persino le scuole sono in crisi perché gli insegnanti non ci vanno più. Lo stipendio statale non basta nemmeno a coprire il costo del carburante per il tragitto casa-lavoro. Se quello che percepisci non solo non ti dà da mangiare, ma non ti permette neanche di viaggiare, non ha senso andare a lavorare. Di conseguenza, molte scuole rimangono chiuse. Per procedere al nuovo anno scolastico bisogna poi pagare una tassa che tante famiglie non possono permettersi. Molte persone vengono nei nostri centri di accoglienza e ci dicono: “Oggi ho dovuto decidere se mangiare o curarmi, cioè se prendere un panino o comprare la medicina salvavita”. Questa è la situazione.»

A proposito dei vostri centri di accoglienza, che cosa fate concretamente sul campo?

«A partire dalla crisi economica e poi dalla distruzione del porto di Beirut, sempre più persone hanno iniziato a bussare alla porta del convento dei francescani per chiedere aiuto. Abbiamo dovuto creare diversi progetti con Pro Terra Sancta per sostenere questi bisogni primari. Da un lato facciamo interviste per capire la situazione e i reali bisogni delle persone, valutando se siano in grado di raggiungere i nostri centri o se abbiano bisogno di visite domiciliari. C’è un forte tema legato agli anziani che non possono muoversi, ma anche a chi non ha il coraggio di chiedere aiuto. Molti facevano parte della classe media e provano vergogna; per questo andiamo a trovarli a casa con estrema discrezione, per evitare che debbano mettersi in fila a ricevere il pacco alimentare. Parliamo infatti di persone che, negli anni ’60, vivevano nella cosiddetta “Svizzera d’Oriente”, tra hotel, casinò e una vita culturale vivace in cui arrivavano artisti da tutto il mondo.
Oggi Beirut è una città estremamente impoverita, quindi il primo intervento dei nostri centri riguarda i bisogni primari, a partire dal cibo. Inoltre, proseguendo la tradizione dei frati francescani, abbiamo creato dei dispensari medici per distribuire farmaci salvavita. Curare un tumore oggi è difficilissimo perché lo Stato non garantisce più nulla e bisogna pagare migliaia di euro privatamente per fare operazioni o cure.»

Accanto alla crisi umanitaria ed economica, c’è un quadro politico molto frammentato e complesso. Come si struttura il potere oggi in Libano?

«Oltre a questo c’è il nodo politico, con Hezbollah che è diventato uno stato nello stato. C’è il presidente Aoun, che è cristiano e spinge in un’altra direzione, ma la realtà profonda è che il Libano rimane in mano a poche grandi famiglie. Quello che era un mosaico di culture è stato inquinato da logiche clientelari che hanno generato piccoli sistemi di potere locali. Poiché lo stato è in grave difficoltà, si trova costretto a cedere potere a queste famiglie influenti. Il problema è che ognuna di esse pensa unicamente al proprio interesse e non all’unità del Paese. O il Libano torna ad essere davvero di tutti, o non si riuscirà mai a scardinare questo sistema.»

In questa situazione così drammatica, tu hai compiuto diversi viaggi. C’è qualche persona o situazione in particolare che ti ha segnato in modo particolare in quest’ultimo viaggio?

«Ho incontrato una ragazza, si chiama Mariam, che frequenta i primi anni delle superiori e si è ammalata di un grave tumore. È beneficiaria di un nostro progetto di supporto all’educazione per l’apprendimento della lingua inglese, uno studio fondamentale per il futuro di questi giovani. Quando si è ammalata, molti pensavano che l’avremmo persa perché faceva un’enorme fatica a venire a scuola, camminava zoppicando e si muoveva solo se accompagnata e con grande sforzo. Eppure continuava a venire. Un giorno l’insegnante le ha chiesto: “Mariam, ma perché vieni a scuola?”. E lei ha risposto: “Io vengo a scuola perché ci siete voi, perché voi siete la cosa più bella che mi sia capitata nella vita”.
La dignità di questa ragazza ha aiutato tutti noi ad affrontare le nostre sfide quotidiane, comprese quelle degli insegnanti che non ricevono lo stipendio. Ci ha insegnato ad affrontare le difficoltà in modo diverso. Per lei, quella compagnia era fondamentale per sostenere il peso del tumore. Questo dimostra che esiste una possibilità concreta di convivenza reale che nasce da questi luoghi, dove vanno tutti, sia cristiani che musulmani.»

E c’è anche una storia straordinaria legata a un esponente politico musulmano: ce la racconti?

«Sì, abbiamo intervistato per la mostra al Meeting un noto politico musulmano che è sopravvissuto indenne a un gravissimo attentato. Quando ha incontrato il vescovo maronita Monsignor Mounir Khairallah, quest’ultimo gli ha chiesto: “Ma non ti stupisce essere rimasto illeso da un attentato così grave?”. Lui ha risposto: “No, perché io credo nella Provvidenza”. Al che il vescovo ha ribattuto: “Ma come credi nella Provvidenza se sei musulmano?”. E lui: “Sì, sono musulmano, ma ho studiato nelle vostre scuole e ho iniziato a credere anch’io nella Provvidenza”. Nel video dell’intervista si vede proprio il momento in cui tira fuori con devozione la medaglia miracolosa dedicata alla Madonna.»
«Un’altra storia riguarda una giovane che ha iniziato a fare impresa, si chiama Joelle Abboud, è di Beirut. Joel ha creato un’impresa di cosmetici e prodotti di bellezza. All’inizio le davano della pazza, chiedendole cosa c’entrasse un’azienda di cosmetica in un contesto di guerra. Lei ha risposto: “Perché una donna in guerra non ha forse il diritto di essere bella? C’è una dignità del corpo da recuperare”. È andata persino nei campi profughi a regalare creme di bellezza alle donne rifugiate, perché la stima di sé parte anche dalla cura del proprio corpo. La rinascita comincia da qui. Quando l’ho risentita, il mese scorso, mi ha detto: “Con questo progetto mi avete dato dei fondi, ma soprattutto, credendo in me, mi avete costretta a credere in me stessa”.

Molti libanesi oggi sono rassegnati. Si dice spesso che l’esperimento della Repubblica del  Libano sia fallito. 

«La realtà oggi è fatta di ferite profonde. Se parli con i cristiani libanesi e chiedi dei massacri della guerra civile, come quello dell’82 a Sabra e Shatila, quasi li giustificano ricordando i massacri subiti precedentemente dai musulmani in altre valli. Se si entra in questa spirale di ritorsioni non si finisce più. Il Libano è nato come uno spazio comune in cui drusi, cristiani, sunniti, alawiti e sciiti hanno convissuto storicamente, resistendo anche all’Impero Ottomano. Questa memoria può essere recuperata, ma bisogna allontanare le influenze della politica internazionale che ha banchettato sul Paese ed educare le nuove generazioni a superare le ferite della guerra.»

Un’iniziativa che colpisce molto è il vostro aiuto a ricostruire un turismo locale nel nord, riqualificando i sentieri. Come può funzionare in questo momento?

«È una speranza concreta per il futuro. I libanesi che vivono lì non vogliono andarsene e si chiedono quale sia la loro vera ricchezza. La risposta è il territorio e la cucina. Per questo stiamo riqualificando i sentieri montani, come abbiamo fatto nel nord con il progetto “Stay on Trail” nella Valle di Qaraqir. Vogliamo dare alle comunità locali la possibilità di aprire guesthouse e piccoli ristoranti, segnalando i sentieri per consentire sia ai viaggiatori internazionali sia alla diaspora di riscoprire la bellezza di questa terra. È una via per generare lavoro autonomo e dare una prospettiva di futuro.

Per concludere: noi, da qui, cosa possiamo fare concretamente per aiutare la popolazione libanese?

«Credo ci siano tre passi fondamentali. Il primo è la conoscenza, perché informarsi è il primo segno di vicinanza. Il secondo è il viaggio, visitando il Paese, quando le condizioni lo permetteranno. Il terzo, per chi crede, è la preghiera: i cristiani in Medio Oriente dicono spesso di sentirsi dimenticati, e sentirsi in comunione con il resto del mondo è per loro vitale.
Infine, si possono sostenere materialmente i progetti attivi sul campo tramite associazioni come Pro Terra Sancta. Sul nostro sito, proterrasancta.org, è possibile scoprire come contribuire. È solo una goccia nell’oceano, ma è una goccia che serve a tenere accesa la speranza.»

A cura di Alessandro Caprio