Poche settimane addietro, Franca Arduini ha donato il carteggio da lei intrattenuto con Antonio Paolucci alla biblioteca Gambalunga di Rimini. È l’occasione per incontrare due riminesi che, accomunati da una carriera con forti similitudini – entrambi a Firenze con prestigiosi incarichi -, hanno lasciato un segno importante nella cultura italiana. Paolucci nell’ambito dell’arte, Arduini in quello letterario e bibliotecario – archivistico: in particolare dopo una decennale esperienza nella Biblioteca Nazionale ha diretto due note biblioteche di Firenze, come la Marucelliana e Medicea Laurenziana dopo l’Universitaria di Bologna
Franca, da cosa nasce il desiderio di donare alla Biblioteca Gambalunga di Rimini il suo carteggio con Paolucci?
Non volevo che quei biglietti andassero persi e pensavo, come poi mi è stato confermato dal figlio Fabrizio, che avrebbe avuto piacere che restassero nella sua città natale.
Perché è importante questa memoria, ovvero come il suo lavoro provoca la nostra routine quotidiana, in particolare per noi riminesi?
Paolucci fu una persona eccezionale. Lo ricordo a Firenze, di primo mattino arrivava in ufficio in bicicletta con il suo immancabile sigaro e sottobraccio un libro. Dotato di curiosità e memoria eccellenti, sapeva cogliere immediatamente il punto centrale di ogni libro che era chiamato a presentare, anche se di materie non consone ai suoi studi. Per quanto riguarda Rimini, potrei dire nemo propheta in patria. Ma non è solo il caso di Paolucci. Non si può non constatare come Rimini abbia subito con la guerra una cesura culturale molto profonda. Ha dimenticato molti valori e molti personaggi illustri della città. Il turismo opprimente, la spiaggia e le fiere hanno prevalso su tutto. La città è stata privata della sua memoria; basta vedere i nomi storici delle strade dei musicisti che hanno assunto i titoli dei film di Fellini. Con la donazione, ho desiderato ricordare ai Riminesi che non è esistito solo Fellini, ma anche un grande storico dell’arte come Paolucci, che ha percorso una carriera straordinaria da Ispettore, a Soprintendente al Polo museale di Firenze, Ministro dei beni culturali e ambientali e, non ultimo, Direttore dei Musei Vaticani.
Ci parli della sua amicizia con lui. Nel carteggio, pur così essenziale e breve, si desume grande stima e collaborazione.
La nostra amicizia è nata non al classico Giulio Cesare, frequentato da entrambi, ma quando ci siamo trovati insieme a capo di istituzioni importanti a Firenze: lui Soprintendente al Polo Museale, io Dirigente bibliotecaria, prima della Marucelliana, poi della Laurenziana. La collaborazione che si creò fra noi è descritta bene in un suo biglietto del 9/8/2000. Io feci abbassare il costo esorbitante delle assicurazioni del prestito di 36 manoscritti greci laurenziani per una mostra al Museo di San Marco, spiegando che quei manoscritti, reduci da ben altri pericoli – erano stati difesi dai frati contro gli attacchi degli invasori -, ed erano facilmente trasportabili date le distanze fra la Biblioteca e il Convento, di soli 500 metri. Il Museo di San Marco rispettava tutte le misure di sicurezza. E lui mi ripagò con il prestito immediato del ritratto di Vittorio Alfieri di François Xavier Fabre che l’allora responsabile degli Uffizi mi negava senza alcuna giustificazione. Per questo scrisse «grazie per la tempestività e la concretezza con cui hai risolto la questione delle assicurazioni. Lo stile romagnolo non si smentisce!».
Lei ha lavorato nei luoghi più belli e prestigiosi della nostra ricca cultura italiana. Dal suo osservatorio come vede il tempo che stiamo vivendo, quali le priorità in ambito culturale oggi?
A Firenze ci sono arrivata nel 1971, provando la malinconia della solitudine presto cancellata dal mio lavoro in Nazionale e dalla scoperta di una città ricca di arte, ma anche di musica, con il suoi teatri che frequentavo regolarmente, i cinema all’aperto che nell’estate caldissima erano il nostro rifugio.
Posso dire che la Nazionale è stata la mia scuola. Ricordo l’immensità dei magazzini e del patrimonio, l’inizio dell’informatizzazione, la partecipazione al Bollettino prima e al Servizio Bibliotecario Italiano (SBN) poi. Vi sono entrata dopo l’alluvione nel 1971 quando tutto pareva rinascere e cambiare. Ho scelto poi la Laurenziana perché aveva compiti definiti: rinnovamento delle strutture, progetti di digitalizzazione dei manoscritti, collaborazione con le Università, adeguamento del catalogo a SBN. Niente prestito di libri e nessun lettore non qualificato: la più importante biblioteca di Conservazione d’Italia e del Mondo al pari e in contatto diretto con la Biblioteca Apostolica Vaticana.
Per quanto riguarda le priorità, non so rispondere da un punto di vista generale. Condivido le opinioni e lo stile che aveva Paolucci. Quando divenne ministro dei beni culturali non fece quello che tutti si aspettavano da lui: una riforma. Sapeva che i problemi non potevano essere risolti nel breve tempo di un governo tecnico (Dini). Preferì, pragmaticamente, risolvere problemi annosi come l’eredità Bardini che ci portò entrambi a soluzioni impensabili. La Soprintendenza acquisì il Museo Martelli; la Laurenziana da parte sua dovette risolvere il problema delle Case Martelli, confinanti con il Palazzo, ma ereditate dal Priore mitrato di San Lorenzo, Mons. Livi, che le vendette e sul quale fu giocoforza da parte mia e della mia Direzione Generale esercitare il diritto di Prelazione in tempi rapidissimi e in agosto. Per questo, nel suo biglietto del 14 novembre del 2004 scrive «Con l’acquisizione del complesso Martelli abbiamo fatto una grande impresa!».
Stiamo vivendo un periodo molto critico per le biblioteche soprattutto dopo la sciagurata Riforma del 2014-2015 del ministro Dario Franceschini, che le ha private della dirigenza, tagliando personale e risorse, annettendo molte di esse ai Musei e annullando la loro vera finalità. Dirigenza vuol dire selezione del merito, capacità di spendere e molto altro. Ho discusso a lungo, anche con i suoi collaboratori, e molti intellettuali hanno alzato la voce, senza arrivare ad alcun risultato.
Cosa fare, a suo avviso, perché il patrimonio delle nostre biblioteche venga messo ancora maggiormente a disposizione di tutti?
Domanda difficilissima che coinvolge molte biblioteche, non solo comunali. Pensare ad esempio che studiosi locali o esterni possano studiare i ricchi Fondi della Gambalunghiana è un’utopia. Si tratta di un problema diffuso: mettere a disposizione il patrimonio antico è molto costoso e gli utenti ormai si avvalgono di banche dati. La sovrapposizione del ruolo di biblioteca per ragazzi che ormai usano solo il loro computer o ci vanno come a un ritrovo, con una biblioteca di conservazione è nefasta. Ma è così anche in tante biblioteche dello Stato, persino nella Nazionale centrale di Firenze. E a questo mutamento radicale delle funzioni di una biblioteca mista, senza un ruolo preciso di punta, si aggiunge il fatto che il personale bibliotecario è spesso scarsissimo e non è in grado di attivare un’azione di divulgazione con mostre, incontri e avvenimenti.
Emanuele Polverelli

