Canta e balla per la tua fede. Il testamento di Ann Lee (al cinema)

Devota o fanatica? Santa o peccatrice? La figura di Ann Lee è uno di quei caratteri che si perdono nella notte dei tempi e nelle pagine dei libri di storia. Eppure esistono diversi saggi che trattano la vita e le opere di questa controversa missionaria, che si definiva “sposa dell’Agnello”, della setta dei Quaccheri “Shakers”. Derivata dall’esperienza dei “profeti di Cevennes”, attivi in Francia al tempo di Luigi XVI agli inizi del Settecento, oggetto di persecuzioni si trasferiscono in Inghilterra, dove perfezionano il loro stile di vita per volontà di Ann, che aderisce con devozione alle regole del gruppo e ne diventa leader, e da lì nel Nuovo Mondo, in America, dove creano diverse comunità con centinaia di adepti, dediti a praticare una vita spirituale contrassegnata dalla frugalità e dall’astinenza sessuale e caratterizzati dall’uso di danze e canti durante le preghiere.

Ann Lee diventò “madre spirituale” del movimento che oggi, ci ricordano i titoli di coda, è praticamente estinto, contando su solo due fedeli al 2025. Ad Ann Lee si accosta la regista e sceneggiatrice Mona Fastvold, il cui nome forse non è nuovo a chi ha visto “The Brutalist” di Brad Corbet, dato che Mona è la compagna del regista, nonché co-sceneggiatrice dei film di Corbet (che qui ricambia il favore in fase di sceneggiatura). Per la Fastvold è il terzo approccio dietro la macchina da presa dopo “The Sleepwalker” e “Il mondo che verrà” (il primo non è pervenuto in Italia, del secondo si sono perse le tracce sulle piattaforme dopo un primo passaggio su Sky, ma il ricercatore certosino magari lo rintraccia nell’universo parallelo dei canali web…) e dimostra quanto l’autrice sia appassionata ed incosciente. Appassionata perché il film è girato in pellicola 35mm ma, nelle sale ove è disponibile, (se vi sbrigate questo formato è disponibile al cinema Lumière di Bologna, altrimenti bisogna dirigersi a Roma o Napoli) è proiettato nell’avvolgente formato 70mm e mostra un senso cinematografico non comune; incosciente perché non è un film per tutti ed è anche una sorta di musical (genere al quale molti spettatori italiani sono allergici, ad esclusione di chi scrive che invece apprezza del tutto), anche se anomalo, con momenti di “trance” evocativa nelle danze quasi tribali e canti più sussurrati che espressi a pieni polmoni (le musiche sono di Daniel Blumberg).

In questo racconto c’è l’esperienza di una ricerca di fede portata avanti con convinzione e dedizione, anche di fronte a violenze da parte di detrattori che mal vedevano la compagine religiosa presente sul territorio. Tra visioni mistiche e proselitismo, integralismo e fanatismo, gli “Shakers” affermano negli States il proprio credo a metà del XIX secolo, quando il movimento contava in America più di 4000 soci e venticinque villaggi rurali, dove la vita trascorreva tra austerità, sobrietà e castità. Non piacerà dunque a tutti, ma chi vuole incrociare questo film generoso e debordante nella messa in scena e curioso nell’approccio musicale, troverà non pochi motivi di interesse, poiché si tratta di un’opera che nella sua “follia” costruttiva pone quesiti fondamentali sulle scelte di fede, per quanto condivisibili o meno, anche rispetto allo stile di vita definito dagli “Shakers”, assolutamente in controtendenza al materialismo e all’edonismo contemporaneo.

Cast di livello con Amanda Seyfried nel ruolo principale, qui in un ruolo estremamente all’opposto della solare Sophia di “Mamma Mia”, il musical cinematografico che l’ha lanciata (ma ricordiamo anche la sua partecipazione alla versione cinematografica del musical “Les Misérables”), certo dotata di ugola efficace (se volete verificare ripescate su YouTube la sua versione di “California” di Joni Mitchell eseguita con accompagnamento al dulcimer al “Jimmy Fallon Show”), Thomasin Mackenzie (giovane attrice sempre da tenere d’occhio), Lewis Pullman, figlio dell’attore Bill, Stacy Martin e Tim Blake Nelson.

Paolo Pagliarani