Qui a fianco:
Ludovico Carracci, Conversione di Saulo

(…) Di fatto, parlando di Ludovico Carracci, Longhi sottolineava il “vigore” con cui egli “riesce a scavalcare i tempi e ad esprimere l’a- gitazione patetica di quel che sarà il barocco […] nella sua nuova miracolistica a fior di umanità, coi nuovi màrtiri che si inalberano come vele percosse, al soffio dell’uragano imminente che trascina le nubi basse fin su Bologna inquieta, all’orizzonte”: il rimando implicito è al più tardo Martirio di san Pietro Toma (Bologna, Pinacoteca Nazionale; ma il giovanile San Vincenzo si pone già in uno stesso ordine d’idee. “Burbero professore di violoncello – proseguiva Longhi, ricorrendo a un traslato degno di Mallarmé –, inarca le sue cavate melancoliche e gigantesche; grazie labili del Correggio, possanze del Tibaldi, ampiezze tizianesche, tutto ridiventa vita sentimentale, militante tra cielo e terra vicinissimi”. La brillante aggettivazione longhiana, tutt’altro che meramente esornativa, stabilisce una serie di correttivi al termine apparentemente troppo lasco di “barocco”; e traccia le coordinate di un percorso che, pur fra alti e bassi, è tale da influenzare gran parte della successiva pittura bolognese. “Grazia” e “terribilità” sono concetti che la cul- tura cinquecentesca aveva declinato in modo antitetico, ma che, fondendosi e integrandosi a vicenda, ora acquistano un significato del tutto nuovo, così da consegnarsi alla sensibilità dei secoli seguenti: una grammatica “degli opposti” messa al servizio di una poetica che mira a coinvolgere il riguardante nel modo più diretto e personale. Dunque barocco sì, ma “vigoroso”, e soprattutto con- notato da una “agitazione patetica”, tale da trasformare i modelli di volta in volta intercettati in “vita sentimentale”.
Daniele Benati
(estratto dal saggio introduttivo)

