LA STAGIONE DEL CONCILIO VATICANO II A RIMINI. MOLTI RICORDI, UN PO’ DI NOSTALGIA, LA SOLITA DIALETTICAÈ visibilmente imbarazzato mons. Fausto Lanfranchi quando racconta come lui diventò vicario generale nel secolo scorso. Con il sorriso e con il tono della voce sembra dire “Avevamo un po’ esagerato”. Sì, perché in omaggio alla tesi secondo cui il vicario generale non è il principale collaboratore del vescovo, che quindi sceglie un uomo di sua fiducia, ma il rappresentante dei preti, ebbene in omaggio a questo principio mons. Lanfranchi diventò vicario grazie ad una elezione che poi il vescovo Emilio Biancheri ratificò. L’episodio mons. Lanfranchi lo ha raccontato nel corso dell’incontro sull’attuazione del Concilio Vaticano II in diocesi di Rimini, penultimo del ciclo promosso dall’Istituto di Scienze Religiose Alberto Marvelli. Nel 2012 cadono i 50 anni dall’inizio del Concilio. Ma ci sono altri due anniversari che riguardano la diocesi di Rimini: i quarant’anni dalla morte di monsignor Emlio Biancheri, il vescovo del Concilio e del post-Concilio, e i cinquant’anni dall’inizio a Rimini di uno dei movimenti protagonisti di quella stagione ecclesiale, Gioventù Studentesca-Comunione e Liberazione. Torniamo a Lanfranchi: la sua elezione avvenne nel 1970, a cinque anni dalla conclusione del Concilio e in pieno clima sessantottino, che esaltava la democrazia diretta, la partecipazione, la relativizzazione del principio di autorità. Quella elezione fu un frutto maturo del Concilio, che certo non aveva deciso l’elezione diretta dei vicari generali, o della penetrazione dentro la Chiesa del clima culturale dell’epoca? Ma cosa ha rappresentato l’attuazione del Concilio per la diocesi di Rimini? Ad ascoltare i relatori (oltre Lanfranchi, il professor Piergiorgio Grassi e don Lanfranco Bellavista) sembra che l’esito sia stato soprattutto il fiorire come funghi di organi elettivi, di partecipazione, di commissioni. Oltre a certi aspetti di costume come i seminaristi che si potevano togliere la veste per giocare a calcio o la Messa che finalmente era celebrata in italiano.
Una semplificazione che forse non aiuta a comprendere il confronto reale fra i sostenitori dell’ermeneutica della discontinuità e della rottura e quanti invece propugnano un’ermeneutica della riforma. Valerio Lessi |


