Il mostro nel labirinto. Minotaur, il nuovo film di Andrey Zvyagintsev – al cinema

di Paolo Pagliarani

Mancava sul grande schermo dal 2017, anno di uscita di “Loveless”, il regista di origini russe esule in Francia, paese dove oggi vive (e dove ha realizzato la sua ultima opera) Andrey Zvyagintsev, artefice di opere che hanno lasciato il segno sia per quanto riguarda il pubblico che per i riconoscimenti nelle più importanti kermesse festivaliere come il Festival di Venezia (Leone d’oro per l’esordio de “Il ritorno”, 2003), il Festival di Cannes (Prix du Scénario per “Leviathan”, 2017 e Gran Premio della Giuria per l’ultimo “Minotaur” nel 2026, oltre, sempre a Cannes, al premio per la colonna sonora dei fratelli Gal’perin, minimale ma efficace, con la sua presenza discreta ma puntuale quando serve) e un Golden Globe per il miglior film straniero per “Leviathan”.

Il cinema di Zvyagintsev non è solo rappresentato dai premi prestigiosi, ma lascia, come nel caso del recente “Minotaur – nel labirinto del potere” il segno in sala, riscuotendo anche successo di pubblico, mettendo a confronto lo spettatore con le dinamiche del potere, partendo dal privato ed arrivando alla collettività.  Basato su “Stéphane, una moglie infedele”, film del 1969 diretto da Claude Chabrol, regista che necessita di una vigorosa riscoperta, “Minotaur” si insinua nella genesi del conflitto russo con l’Ucraina. La guerra c’è, inizia, ma quasi non si vede, sembra invisibile, eppure i dettagli che si accumulano nel corso dei 141 minuti di sviluppo della trama, sono inequivocabili e il finale aperto apre molti interrogativi e pochissime certezze. Il tutto parte dal ritratto di una famiglia benestante formata da Gleb (Dmitriy Mazurov), dirigente d’azienda, improvvisamente costretto a fare i conti con la richiesta governativa di fornire uomini, quattordici per ogni azienda nello specifico, per “l’operazione speciale” di Putin in Ucraina, la sua bella moglie Galina (Irisi Lebedeva) ed il figlio, adolescente introverso come tanti, con cuffia in testa di prammatica, vessato dai bulli a scuola.

Il “minotauro” è Gleb, ma è anche il senso del potere opprimente dal quale non si sfugge, nemmeno anche quando sembra esserci una via di uscita (la simbolica lunga immagine finale…). Il protagonista maschile esprime la sua autorità una volta scoperta la relazione della consorte con un giovane fotografo, esercitando il suo ruolo di “maschio alfa”, determinato a prendere il controllo totale della vita coniugale e familiare, ampliando il suo esercizio del potere anche nell’ambiente lavorativo. Come già evidenziato il tutto accade mentre lo Stato esprime la sua volontà di dominio, aprendo un conflitto tutt’ora presente e senza soluzione risolutiva. C’è un’attenzione viscerale ai dettagli, il film va visto con estrema attenzione e la meticolosità del protagonista nell’esercizio della sua “leadership” casalinga (non vogliamo rivelare più di tanto sulla trama per non rovinare il piacere della visione) è quasi parossistica viste le tempistiche dilatate della narrazione. Ma tutto si incastra in un solido meccanismo che parte dal dramma borghese, si tinge di thriller e si trasforma in dramma politico. Non è certo un film facile, eppure attira il pubblico, spinto forse dall’attualità del contesto, anche se il film non è certo un “pamphlet” sulle dinamiche di creazione del conflitto, anzi mette lo spettatore a disagio per via di piccoli segnali disseminati lungo la proiezione (le immagini di palazzi bombardati, la chiamata alle armi, la lunga fila di mezzi militari per la strada…) tesi a rappresentare una situazione che esplode in una società in crisi sia dal punto di vista individuale che collettivo, con la ragione di Stato che travolge tutto e tutti e giustifica l’eccidio come soluzione. Quello che succede tra le mura domestiche è l’anticamera/specchio della brutalità del potere: Claude Chabrol (erano certo altri tempi e sussistevano diverse esigenze artistiche e politiche) metteva in scena un circoscritto dramma borghese, Andrey Zvyagintsev esce dal “rassicurante” perimetro delle mura domestiche e amplia il suo sguardo sulla Russia contemporanea, privata della sua basilare democrazia, in un mirabile esempio di cinema politico che non lascia indifferenti.