di Emanuele Polverelli
Incontriamo la prof.ssa Marinella De Luca nel suo amato liceo, il liceo classico Giulio Cesare, dove ha studiato e dove è docente. Da poco insignita del Sigismondo d’oro, in realtà tutta la sua attività di studiosa è una celebrazione della cultura, del sapere e della ricerca, ma anche – o proprio per questo, come scopriremo – della vita tout court. Un mondo nascosto, quello nelle nostro scuole, tanto prezioso quanto purtroppo solitamente poco noto.
Con lei intendiamo fare un nuovo passo nella descrizione dei nostri Tempi Moderni.
Marinella, qual è a tuo parere la nota caratteristica del nostro tempo?
Domanda difficile e che si presta a tante analisi, ma la prima parola che immediatamente mi è venuta in mente, mentre mi facevi la domanda, è la parola disagio. Disagio, nel senso etimologico del termine, dove purtroppo impera il prefisso negativo. Non siamo più a nostro agio con noi stessi e con gli altri, le relazioni sono diventate difficili.
Questo disagio è avvertito in maniera forte dai giovani. Le recenti violenze, di piazza o nel quotidiano, ne sono un sintomo allarmante. Come si vive a scuola questa situazione?
Per quanto riguarda la scuola, devo dire che mi sento molto fortunata. Ho incontrato nella mia lunga carriera giovani meravigliosi che mi hanno dato tanto: la loro curiosità, gli occhi che si accendono quando presento loro i classici, la corrispondenza alle mie passioni, sono stati per me doni preziosi. Non nego che esistano situazioni assai difficili. Ma vedo tanti colleghi in cui prevale il lamento. Non intendo giudicare, ma da questo punto di vista sono una docente controcorrente. Tra tanti che si lamentano della scuola e dei ragazzi di oggi, io in realtà dico “grazie” ai miei alunni.
Quindi, il disagio di cui prima dicevamo non vince.
Non dobbiamo negare la sua esistenza, ma dobbiamo fare di tutto per non farlo vincere.
Cosa permette di sconfiggere il disagio? Qual è il discrimine tra la rassegnazione che tanto spesso si legge e si trova tra le persone e invece l’accendersi di una speranza?
Posso rispondere personalmente a partire dalla mia professione. Io trovo speranza nelle materie che insegno. Al liceo le materie che sono offerte ai ragazzi pongono il loro focus sull’uomo, sul cuore dell’uomo, con i suoi bisogni profondi, le sue delusioni, e mettono a tema i grandi dilemmi che da sempre lo hanno accompagnato nella storia. Questo vale, in modalità differenti, per tutte le materie, da quelle più tecniche a quelle definite classiche. Non avremmo avuto alcuna scoperta, senza scienziati con un cuore aperto alla realtà, alla ricerca, appassionati di tutto quello che esiste e meravigliati dell’esistenza stessa. In tutte le discipline è in gioco l’essenza stessa dell’essere uomini. Coltivare questa dimensione nella scuola è il primo passo essenziale contro il disagio che ci circonda.
Quello che hai appena detto oggi è particolarmente vero, in una società iper-tecnologica, dove anche l’intelligenza sembra trasferirsi alla macchina. Il papa, titolando la sua enciclica “Magnifica Humanitas”, sembra al contrario ricordarci quanto l’uomo sia degno di ammirazione.
Apprezzo molto che il papa non abbia demonizzato la tecnologia – io sono molto digitale da sempre – perché è un prodotto umano ed è uno strumento prezioso nelle mani dell’uomo. Questo è vero fintanto che l’uomo resta consapevole della differenza tra la sua intelligenza e quella attribuita, con un termine improprio, ad una macchina. Dobbiamo imparare ad utilizzare l’AI e non delegare noi stessi a lei. Questo è uno dei nuovi grandi compiti della scuola ma per far questo occorre conoscerla e utilizzarla.
Tornando al tema del disagio, quali sono le cause della presenza così diffusa di questa condizione?
Distinguerei cause recenti da cause remote. La causa recente è senza dubbio il Covid. L’uomo è relazione e l’assenza di relazioni è stata devastante. Mentre noi adulti in qualche modo avevamo già vissuto relazioni importanti, per i ragazzi nel pieno della loro adolescenza e incipiente giovinezza, l’assenza di questa naturale educazione affettiva, che sono le relazioni tra pari, è stata un problema grave che ha generato una rabbia diffusa, a volte nascosta e a volte che esplode in maniera incontrollata.
Le cause remote vanno cercate, credo, a partire dal fatto che la nostra generazione di sessantenni, ha vissuto i frutti di una società che rinasceva, mentre i nostri figli, avendo avuto infinite opportunità, hanno corso il rischio di una “perdita del desiderio”.
Spiegaci.
Dopo la guerra, dopo la miseria, i nostri padri hanno sviluppato un progresso impressionante. Ci siamo trovati con tante opportunità. Ma questa abbondanza, come spesso accade nella storia, ha avuto un doppio volto. La faccia oscura è che ha gradualmente spento il desiderio. Illusi di poter avere tutto e subito, abbiamo smesso di desiderare se non cose limitate, dall’orizzonte immediato. E la perdita del desiderio è sempre nefasta per l’uomo e velenosa per la società. Non c’è più spinta alla vita.
A proposito di desiderio, tu sei a scuola da tanto e sei piena di energia e passione. Cosa ti muove ogni mattina nel tuo entrare in classe?
Tutte le mattine vengo a scuola per proporre ai ragazzi, quali guide per la loro vita, i classici. Lo sono stati per me e desidero che lo siano anche per loro. E questo desiderio si alimenta, poi, nel vedere accendersi la luce nei loro occhi, quando riconoscono che l’animo dei classici è il nostro stesso animo. Rivivono la luce, lo stupore, la meraviglia, questi sentimenti nobili che fanno dell’uomo un uomo.
Si aprono orizzonti.
Noi non ci possiamo adagiare nella quotidianità. Noi dobbiamo essere ogni giorno stupiti di essere in vita. Grati di essere in vita – io lo sono moltissimo – e grati di incontrare sempre nuove generazioni in cui rivive quello che abbiamo ricevuto. Perché, come diceva il buon vecchio Achille la vita è splendida. Ma abbiamo bisogno di cominciare a vederla nel suo splendore qui, hic et nunc, sulla terra. Uno può poi aver fede nell’oltre o non averla, ma è qui che dobbiamo cominciare a sentire la vita come un dono prezioso.
È questo che ai ragazzi sta mancando, ed è per questo che sfidano continuamente la morte. Sfidano la morte, perché non conoscono il valore della vita e la scuola ha questo compito importantissimo: suggerire ai giovani la bellezza della vita.
E tu lo fai attraverso parole antiche.
Io lo faccio attraverso le parole antiche, ma che suonano incredibilmente vere ancor più oggi. Un eroe come Achille che era votato alla morte, che aveva scelto la morte pur di avere la gloria, ma che poi nell’aldilà, afferma “io vorrei essere lo schiavo del più umile contadino vissuto sulla terra, pur di essere in vita”, lancia un messaggio potentissimo, perché è così! Più di tante prediche, tante regole e doveri, occorre il messaggio che il bello della vita è qui e ora, e te la devi giocare qui.
Oggi, anche di fronte alle violenze di questi giorni, tanti dicono che occorre ascoltare di più i giovani. Vero. Ma dal nostro dialogo mi sembra che emerga anche che occorre saper parlare loro, saper proporre una prospettiva.
Il dialogo è importante ma l’adulto, l’insegnante, ha il grande compito – avendo esperienza e studio – di introdurre elementi nuovi nella vita dei giovani. Noi adulti non possiamo abdicare a questo compito.
Un’ultima domanda, che ha un sapore speciale qui, in questo luogo dove si sono formate personalità come Pascoli e Fellini. Rimini cosa ha da offrire di originale al nostro tempo?
Rimini può dare molto, perché coniuga uno spirito pragmatico, attento all’economia – essendosi dimostrata capace di trasformare l’accoglienza in industria turistica – con la cultura. La dimensione culturale mi sembra in questi ultimi anni cresciuta e sempre più valorizzata. Rimini è la città dei grandi eventi, del Meeting, delle tante persone che vengono accolte. Il premio che mi è stato conferito, del tutto inaspettato, lo apprezzo non solo per me, ma anche perché mi sembra sia un segno di questa esigenza da parte delle istituzioni di guardare alla scuola e alla cultura come una importante risorsa per il nostro futuro.

