di Valerio Lessi
Leggendo le prime pagine del romanzo di Michele Marziani (La danza del grande fiume, Bottega Errante Edizioni, 2026) si partecipa a un corso dettagliato sulla pesca dello storione e sul mercato del caviale nel Delta del Po negli anni immediatamente antecedenti la seconda guerra mondiale. Man mano che la narrazione procede e si entra in un mondo ai più sconosciuto, ci si chiede dove voglia andare a parare questa storia, oltre a fornirci particolari interessanti sulla pesca dello storione, sulla produzione di un caviale tale da essere concorrente con quello russo. E quale sarà il destino dei protagonisti, della voce narrante, il preadolescente Nello, imbevuto fino al midollo della propaganda fascista, del suo grande amico Nicola, figlio del Turco, così chiamato perchè arrivato da Oriente ma comunque italianissimo vissuto a Istanbul facendo il giardiniere in un’ambasciata, di Bechi, la ragazza che vive con il Turco perché sua nipote, dello Zio di Nello, capo di una stazioncina sulla linea che porta a Ferrara, della mitica Signora del caviale, che veniva a rifornirsi per il suo negozio a Ferrara, di questa piccola comunità di pescatori di storione che vive nella golena del Po, che è la lingua di terra che va dal fiume all’argine.
Il titolo del romanzo fa riferimento a una sorta di pesca miracolosa, mai più accaduta: per far fronte alla crisi economica, per uscire dalla povertà, gli abitanti della golena, su suggerimento del Turco, organizzano una maxi battuta di pesca alla storione, mettendo in acqua tutte le barche ed accompagnando la pesca con la musica. Tutto il paese è coinvolto nell’impresa, persino il parroco, e Marziani racconta che tutte queste barche nel grande fiume sembrava che danzassero. In questo racconto l’autore ha riversato tutte le conoscenze apprese quando da giovane faceva il redattore di una rivista di pesca.
Quella della danza delle barche è un’immagine quasi bucolica prima che il registro cambi totalmente e il romanzo prenda a raccontare il cambiamento che gli eventi provocano in Nello. Lui piccolo fervente fascista, vive in un mondo dove prevale lo scetticismo nei confronti del regime, a partire da Mamma e dallo Zio. La fede di Nello nella certezza della vittoria dell’Italia fascista comincia ad incrinarsi di fronte alla vita di privazioni a cui il popolo della golena è costretto e alle notizie che diffondono chi ascolta Radio Londra. Accade poi che nel Po invece che storioni si pescano cadaveri che arrivano da chissà dove. La guerra si avvicina sempre di più. Sulla ferrovia non passano più treni italiani che portano Nello a studiare a Ferrara ma convogli che portano ebrei verso i lager in Germania. I tedeschi sono anche in golena e al fiume arrivano anche i partigiani. Gli eventi portano alla morte dell’amico Nicola a causa di un proiettile sparato non si sa da chi. Il racconto, dopo la narrazione dell’epopea dello storione, diventa così una sorta di romanzo di formazione, non sentimentale, ma di cambiamento dello sguardo sulla vita, diventa l’affacciarsi precoce alle verità del mondo adulto. Può essere visto anche come un’itinerario, non voluto ma che di fatto accade, alla ricerca dell’identità del padre, di cui il ragazzo sa solo che era un “sovversivo” e che è morto combattendo in Spagna nella guerra civile contro Franco. Scopre che suo padre aveva come credo “Né Dio né padroni”, il motto degli anarchici, che sia da ragazzo che da adulto non capisce cosa significhi e non fa nulla per cercare di capirlo. La prospettiva che si apre nell’epilogo, dove vengono svelate le verità nascoste ed il destino di Nello, che in realtà si chiama Nullo, nome anarchico per eccellenza, suscita nel lettore, almeno a me così è capitato, una profonda amarezza. Non spoileriamo i particolari perché deve essere una scoperta del lettore. Diciamo solo che verso la fine della sua esistenza Nullo arriva a ciniche conclusioni, come questa: “è vero che per crescere, per vivere, non servono i padri”. Lui stesso è diventato un padre assente nella vita di suo figlio. Confessa di aver fatto di tutto per dimenticare gli anni passati in golena. Anche se all’età di ottant’anni decide di tornar nei luoghi della giovinezza, nei luoghi del suo destino. Ed è lì che il suo nome Nullo diventa la descrizione di una scelta tragica.

