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“La ritrattistica di Man Ray tra avanguardia e seduzione” di Stefano Roffi
in “Man Ray tutto”, catalogo della mostra, Dario Cimorelli editore
L’approccio di Man Ray al ritratto non si struttura mai come una semplice operazione di documentazione fisiognomica o di pura restituzione naturalistica. Al contrario, il volto umano diventa il terreno d’elezione per un’arbitraria, metodica e sofisticata manipolazione della realtà contingente, in dissoluzione della mimesi. Attraverso il suo obiettivo, il ritratto cessa di essere una celebrazione dello status sociale del soggetto per farsi spazio di sperimentazione tecnica, gioco intellettuale, scomposizione lirica e profonda indagine psicologica. Nel fitto e fecondo tessuto delle avanguardie parigine tra le due guerre, Man Ray compie un miracolo alchemico: riesce a coniugare l’istanza eversiva, anarchica e dissacrante del Dadaismo e la dimensione onirica, profonda e psicanalitica del Surrealismo con una sensibilità mondana, elegante e talvolta esplicitamente commerciale. Questa apparente antitesi tra l’imperativo dell’avanguardia e la seduzione della committenza definisce un canone estetico inedito, capace di ridefinire radicalmente il concetto stesso di identità e di sdoppiamento visivo nell’alveo della modernità.
Al suo arrivo nella capitale francese, introdotto e accreditato dall’amico fraterno Marcel Duchamp, Man Ray viene immediatamente accolto dalla rete intellettuale di Montparnasse, la cerchia dei letterati, dei poeti e degli artisti che di lì a poco, sotto l’egida di André Breton, avrebbero firmato il primo Manifesto del Surrealismo. La pressante necessità economica lo spinge quasi subito a mettere la propria competenza tecnica e la macchina fotografica al servizio di questa vibrante e squattrinata comunità creativa. In breve tempo, lo studio di rue Campagne-Première si trasforma nel fulcro nevralgico di un viavai incessante di geni creativi, aristocratici eccentrici, collezionisti d’avanguardia e icone della cultura internazionale. Le sessioni di posa di Man Ray sono piuttosto semplici. Lo sfondo è sempre neutro, gli accessori discreti; nulla ostacola il punto di vista dell’artista, che ottiene una visione diretta dei suoi soggetti. Nel 1924, il poeta Robert Desnos descrisse il talento di Man Ray come ritrattista:
Come fotografo, per Man Ray non si tratta né di una deformazione artistica né di una servile riproduzione della ‘natura’. Le asimmetrie e i volumi del Vostro volto riveleranno qualcuno che non conoscete, qualcuno che non avete osato intravedere nei vostri sogni. Un nuovo voi emergerà dalle mani delicate del chimico, nella luce rossa del laboratorio. Batterà le palpebre uscendo all’aria aperta; così fanno gli uccelli notturni.

(…) Davanti al suo obiettivo si consuma una sfilata senza precedenti dei protagonisti del Secolo breve, estendendo la sua galleria umana a un numero impressionante di personalità che hanno ridefinito la cultura occidentale: Jean Cocteau, fissato in pose plastiche, teatrali, tese a esasperare la drammaturgia del suo stesso corpo; un malinconico, febbrile e allucinato Antonin Artaud, il cui sguardo sembra già presagire i territori liminali del Théâtre de la Cruauté; James Joyce, ritratto con l’intensità di uno sguardo stanco, riparato dietro gli occhiali spessi che ne evocano la cecità progressiva; Gertrude Stein ed Ezra Pound, colti nella loro monumentale autorevolezza intellettuale; Salvador Dalí, i cui occhi sgranati e i baffi iperbolici vengono isolati per divenire feticci del suo metodo paranoico-critico; lo stesso André Breton, il “papa” del Surrealismo, immortalato con lo sguardo severo, dogmatico e ortodosso di chi custodisce un tribunale dell’inconscio; l’architetto Le Corbusier; la scrittrice, attivista e icona di stile Nancy Cunard, ritratta con le braccia tempestate di bracciali d’avorio; gli scultori Constantin Brâncuși e Alexander Calder; il surrealista Miró e l’enigmatico Balthus, fino a de Chirico, amato e poi detestato dai surrealisti.
In questi ritratti degli anni venti e dei primi anni trenta, Man Ray dimostra una capacità straordinaria di catturare l’essenza intellettuale dei suoi soggetti senza mai ricorrere ai codici polverosi della fotografia accademica o borghese. La luce è spesso cruda, contrastata, priva di quegli artifici di soft-focus e sfumato tipici del pittorialismo allora in voga negli atelier ufficiali. L’approccio è ravvicinato, intimo, psicologicamente stringente. L’artista non cerca la posa nobilitante, ma l’intensità nuda del pensiero.

(…) La scoperta della solarizzazione, tecnicamente nota come effetto Sabattier, avviene fortuitamente grazie alla sua assistente, musa e amante Lee Miller, la quale, spaventata dalla repentina comparsa di un topo nel laboratorio, accese improvvisamente la luce della camera oscura mentre un negativo era ancora immerso nel bagno di sviluppo. Questo apparente disastro tecnico viene immediatamente intuito da Man Ray come una risorsa estetica straordinaria. La tecnica consiste nell’esporre brevemente il negativo o la carta fotosensibile alla luce attinica durante la fase di sviluppo, provocando un’inversione parziale e controllata dei toni chiaroscurali. I contorni delle figure si caricano così di una linea nera, argentea, spettrale – una sorta di “bordo chimico” – che isola la figura dal fondo e le conferisce un’aura quasi scultorea, metallica o ultraterrena. Nei celebri ritratti di Lee Miller della fine degli anni venti, o in quelli dedicati alla modella e artista surrealista Meret Oppenheim, la solarizzazione trasfigura il corpo e il volto umani in entità mitologiche e distanti. La pelle acquisisce la consistenza del marmo statuario levigato o del metallo liquido. Non siamo più di fronte alla cronaca visiva o alla fisionomia di un individuo, ma alla proiezione di un desiderio conscio o inconscio, alla materializzazione di un’immagine mentale in cui il confine tra il reale e l’irreale si fa programmaticamente ambiguo.
Accanto alla solarizzazione, l’uso dei rayographs (i fotogrammi ottenuti appoggiando oggetti d’uso comune direttamente sulla carta fotosensibile ed esponendoli alla luce senza l’ausilio e la mediazione della macchina fotografica) contamina e ibrida sporadicamente la sua produzione ritrattistica. Man Ray sovrappone texture, profili d’oggetti, pettini, molle, chiavi o ombre geometriche ai volti dei suoi modelli. Questa scomposizione frammenta la percezione visiva e suggerisce, in chiave squisitamente psicoanalitica, che la mente umana sia costantemente attraversata da pensieri tangibili, da detriti del subconscio e da perturbazioni emotive che si depositano direttamente sulla superficie della pelle come impronte d’argento. Attraverso l’uso sistematico di tecniche di manipolazione chimica e ottica, Man Ray letteralmente “bruciava” i dettagli realistici della carne, i pori della pelle, le imperfezioni e le ombre intermedie. In questo modo, trasformava i contorni dei suoi ritratti in linee grafiche nette, taglienti e spettrali, quasi fossero tracciate a matita o a china su un foglio bianco. Pur utilizzando il mezzo fotografico – strumento legato alla registrazione realistica della realtà fisica – , egli cercava e perseguiva il risultato estetico di ridurre il corpo umano e il volto a una linea pura, a un profilo grafico assoluto.

(…) In definitiva, l’approccio radicale, spregiudicato e iconoclasta di Man Ray alla ritrattistica ha scosso fin dalle fondamenta la fotografia del Novecento, anticipando di decenni problematiche teoriche ed estetiche che avrebbero trovato piena fioritura e sistematizzazione nell’Arte concettuale e nella Pop Art. Prima di Andy Warhol, Man Ray comprende con assoluta lucidità che il ritratto, nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, non è più un documento privato, bensì un’alleanza strategica e complessa tra il soggetto, la macchina fotografica e il mito mediatico collettivo. Egli intuisce che il volto di una celebrità o di un’icona della cultura è un’immagine pubblica primordiale, un brand antropomorfico suscettibile di infinite manipolazioni, variazioni tonali e mercificazioni estetiche.
La grandezza assoluta e imperitura di Man Ray – la sua eredità estetica – risiede nell’aver liberato definitivamente e coraggiosamente il genere del ritratto dalla schiavitù della somiglianza letterale e dalla tirannia fisionomica borghese. Al termine di un percorso creativo ed esistenziale durato oltre mezzo secolo, la ritrattistica di Man Ray si impone, incontestabilmente, come una delle più straordinarie, complete e vertiginose gallerie umane del secolo scorso. Nessun altro artista o fotografo del Novecento ha saputo catturare, interpretare e mitizzare l’élite culturale, artistica e aristocratica della sua epoca con altrettanta audacia formale, spregiudicatezza concettuale e ironia eversiva, trasformando il ritratto fotografico in un seducente enigma visivo permanente.
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MAN RAY: tutto
a cura di Walter Guadagnini, Mauro Carrera, Stefano Roffi
Oltre 250 opere tra fotografie, dipinti, oggetti, sculture, grafiche, libri e film: la più completa retrospettiva mai dedicata a Man Ray in Italia.
Fondazione Magnani-Rocca, Villa dei Capolavori
Via Fondazione Magnani-Rocca 4, Mamiano di Traversetolo (Parma)
12 settembre – 13 dicembre 2026
dal martedì al venerdì continuato 10–18 | sabato, domenica e festivi continuato 10–19
Lunedì chiuso; aperto lunedì 7 dicembre
Info: www.magnanirocca.it | info@magnanirocca.it | tel. 0521 848327 / 848148
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Dall’alto:
Immagine dell’allestimento “MAN RAY: tutto”, Fondazione Magnani-Rocca, Parma
Man Ray, Studio per la copertina di Photographs, 1920 – Parigi 1934, 1933 © Man Ray Trust ADAGP, Paris, by SIAE
Man Ray, A l’Heure de l’Observatoire, les Amoureux (femme allongée), 1936 © Man Ray Trust ADAGP, Paris, by SIAE
Man Ray, Indestructible object, 1923 © Man Ray Trust ADAGP, Paris, by SIAE

