Il jazz poetico di Jack Kerouac, un beat spirituale

di Mauro Bianchi

«L’America è un sogno ammissibile…»
«Lietamente ce ne andiamo / Trallallero trallallà / Lietamente tutto il giorno… Sì, la vita sarebbe stata / un errore senza la musica…»
«Mi piace il jazz, mi / piace la North Carolina, mi / piace il socialismo. Sono ego- / ista, irresponsabile, / debole, impaurito. Sono / Jack Kerouac il poeta,  il / marinaio, lo studioso, / l’operaio, il giornalista, / l’amante, l’atleta, / il fuggitivo, quello di Lowell?»
«Io sono un poeta / & / ecco la mia poesia / Guarda con quale eleganza scrivo / Scheletri di Compassione…»
«Dentro, Dentro di Me, / Libero sarò / Libero come l’ape / Dentro di sé. / Signore abbi pietà…»
«Sono un teppista e un santo.»

“Kerouac”, Dizzy Gillespie, 1941

Iniziamo con il brano jazz più celebre intitolato direttamente allo scrittore: è “Kerouac”, composto e registrato dal leggendario trombettista bebop Dizzy Gillespie.

Romanzi dall’inconfondibile e rivoluzionaria prosa ritmata, come Sulla strada e I vagabondi del Dharma, non sarebbero mai nati senza la lunga consuetudine di Jack Kerouac con la poesia, ma anche con la musica jazz. Per tutta la vita, infatti, il profeta della beat generation riempì i suoi taccuini di versi dalle forme più disparate, dall’haiku giapponese classico o rivisitato alla prosa poetica di Vecchio Angelo Mezzanotte, dalle canzoni in forma libera alle filastrocche, dai salmi all’originalissimo “blues poetico” di Mexico City Blues. E’ un’esperienza conoscitiva incredibile leggere la produzione poetica di Kerouac, dai titoli più celebri – Mexico City Blues, La scrittura dell’eternità dorata, Il libro dei blues, Vecchio Angelo Mezzanotte, Il libro degli haiku .

La dimensione musicale e jazzistica in Kerouac è fondamentale per le sue creazioni, così come le profonde suggestioni culturali, sia occidentali sia orientali, di cui si nutrono i versi di Kerouac, ulteriore testimonianza della potenza di una voce artistica che, a detta di Allen Ginsberg, ha avuto «un’influenza poetica planetaria».
Per Jack Kerouac la musica jazz — in particolare il bebop di Charlie Parker e Dizzy Gillespie — è stata l’ispirazione fondamentale e il modello strutturale della sua intera poetica letteraria.

Kerouac inventa la tecnica della prosa spontanea (un metodo di scrittura fluida e senza ripensamenti) ricalcando l’improvvisazione e i riff dei musicisti jazz. Voleva che le sue parole fluissero come un assolo di sassofono, battendo i tasti della macchina da scrivere a tempo di musica. Oggi lo chiamiamo spoken word.

Jack Kerouac Featuring Al Cohn And Zoot Sims – Blues And Haikus (1959)
I brani: A1 American Haikus, A2 Hard Hearted Old Farmer, A3a The Last Hotel, A3b Some Of The Dharma, B1 Poems From The Unpublished “Book Of Blues”

15° Chorus
Vuol dire che –
Sono solo una vecchia croce
di fogne
morta di morto maiale
Credo nella dolcezza
di Gesù
E di Buddha –
Credo
In San Francesco,
Avaloki
Teśvara,
i Santi
Dell’India del
Primo Secolo d.c.
E gli Studiosi
Santivedani
E Altrimenti
Santayaniani
Dappertutto
(da “Mexico City Blues”)

Jack Kerouac applica alla scrittura la “teoria del respiro” (breath and speech), trattando la pagina scritta come uno spartito orale da “soffiare” e “sincopare” con lo stesso impatto emotivo del jazz. Kerouac vuole che la musica liberi la sua poesia dalla “tirannia della carta stampata”, ridandole una voce umana e vibrante: il ritmo del respiro.

Jack Kerouac Featuring Al Cohn And Zoot Sims – Blues And Haikus

Jack Kerouac legge dal “Book Of Blues”
“Nel mio sistema, la forma dei chorus del blues è limitata dalla misura delle pagine del notes da taschino su cui li ho scritti, come il numero prestabilito delle battute nel chorus del blues jazz, perciò a volte il senso delle parole può, o no, proseguire da un chorus all’altro, proprio come il senso della frase musicale nel jazz può, o no, estendersi armonicamente da un chorus all’altro, con il risultato che in questi blues come nel jazz, la forma è determinata dal tempo ma anche dallo spontaneo fraseggiare & armonizzarsi del musicista con la scansione del tempo che si accavalla continuamente in chorus misurati. Insomma, deve essere tutto un continuo ad lib., in ogni chorus, altrimenti la jam session è fottuta.”

24° CHORUS
San Francisco è troppo triste
Il tempo, non lo so capire
La nebbia, ammanta le colline
Assiderando i piedi senza scarpe
Colma di giorno camere nere
    Di Nerogiorno alle bianche finestre
    E buio nello strazio dei pianoforti:
Ombre dell’età del jazz
    Che sfilano; scalette di maschiette
    Secchio bianco dell’imbianchino
Commedie dei 3 Stooges da spanciarsi
    E l’Eroe con la testa nel pallone
    Moofle Lip ha aspirato tutto
    Chiedendosi perché
    Il latte & panna dei cieli
    Fosse scritto in foglio d’oro
    Su un libro – grandi occhi
    Per il mondo
    Il meglio da vedere –
(da “Il libro dei blues”)

Ma cosa ascoltava Kerouac mentre scriveva “Sulla strada”? Di certo ascoltava continuamente dischi di jazz e di blues mentre scriveva i suoi capolavori. Per lui e per il movimento della Beat Generation, il jazz non era solo un genere musicale, ma uno stile di vita anticonformista, libero dagli schemi e radicato nella cultura e nella spontaneità afroamericana. Oltre a Charlie Parker, che considerava un vero e proprio “santo”, la mappa musicale di Jack Kerouac era popolata da giganti del jazz, del blues e del primo bebop che frequentava nei jazz club di Harlem e del Greenwich Village.

Charlie Parker con Miles Davis al Royal Roost di New York, 11 dic. 1948
Charlie Parker, sax alto; Al Haig, piano; Tommy Potter,  basso; Max Roach, percussioni ; Miles Davis, tromba.
Brani: Groovin’ High (D. Gillespie-F. Paparelli), Big Foot (C. Parker), Ornithology (C. Parker-B. Harris), Slow Boat to China (F. Loesser)

239° CHORUS
Charley Parker Assomigliava a Buddha
Charley Parker, che è morto di recente
Mentre rideva per un giocoliere in TV
dopo settimane di tensione e sofferenza,
lo chiamavano il Musicista Perfetto.
E l’espressione del suo viso
Era calma, bella e profonda
Come l’immagine del Buddha
Raffigurata in Oriente, occhi socchiusi,
Quell’espressione che dice «Tutto è Bene»
    – Ecco cosa diceva Charley Parker
Quando suonava, Tutto è Bene.
(…)
(da “Mexico City Blues”)

Oltre a Parker i riferimenti musicali di Kerouac sono i grandi compositori della scena be bop degli anni ‘40 e ’50. Sono gli artisti che hanno lasciato l’impronta più profonda nella sua vita e nelle sue opere.
In una possibile lista non può mancare Lester Young . Sassofonista straordinario, incarnava per lo scrittore l’essenza stessa della malinconia e del lirismo jazz. Nel romanzo On the Road (Sulla strada) lo descrive magnificamente come “quel cupo, santo fessacchiotto nel quale era avvolta la storia del jazz”. Una curiosità biografica documentata dallo storico Sam Charters rivela che fu proprio Young a offrire a Kerouac la sua prima sigaretta di marijuana nei primi anni ’40.

These Foolish Things (Remastered 1995) · Lester Young

Poi possiamo citare Thelonious Monk. Il pianista d’avanguardia colpì Kerouac per il suo stile spezzato, matematico e anticonformista. Nel romanzo I sotterranei (The Subterraneans), Kerouac lo incorona ufficialmente come “il monaco e il santo del bop”, subendo il fascino dei suoi accordi dissonanti e dei silenzi improvvisi, che cercò di imitare nei tempi della propria prosa. Qui lo ascoltiamo in  Round Midnight: considerato l’immortale e il più famoso standard jazz composto da Monk, reinterpretato da centinaia di artisti in tutto il mondo.

‘Round Midnight · Thelonious Monk (1948)

Insieme a Parker, Dizzy Gillespie è stato il pioniere che ha stravolto le vecchie strutture dello swing. Kerouac era ossessionato dal modo in cui Dizzy riusciva a manipolare le progressioni armoniche per creare melodie totalmente inedite ed esplosive. I ritmi sincopati della sua tromba influenzarono direttamente la cadenza frenetica e incalzante di molti capitoli scritti di getto.

Dizzy Gillespie, Bebop (1945)

 L’AMERICA DI NOTTE

Ascolta!
Cruuauu! Crruuuauuuu!
Ecco il fischio del treno, adesso, di notte,
Cruuuuu!
Sono su un treno, e anch’io devo fischiare…
La vera, l’autentica America,
E’ l’America di notte.

Dormono gli astuti, senza astuzia;
Dormono gli egocentrici, senza ego;
Dormono i timorosi, senza timore.
Attraverso il volto notturno dell’America –
Dormono…

La vera, l’autentica America,
E’ l’ America di notte.
(…)

Sandburg, Wolfe, Whitman, e Joe –
Tutti lavorano per la ferrovia.
Sandburg, Wolfe e Whitman cantano –
Mentre Joe tira la vecchia corda di quel fischio: –
Cruuauu! Crruuuauuuu!
Santo cielo ma son blu –
– Quegli amanti del blues !
(da “Poesie sparse”)

La voce struggente di  Billie Holiday era la costante colonna sonora dei momenti più intimi e riflessivi della cerchia Beat. Kerouac amava la sua capacità di piegare il tempo emotivo di una canzone e la cita espressamente nei suoi testi musicali (come nel poema audio History of Bop) descrivendo la sua voce sofferta e i “sassi nel cuore”.

History Of Bop · Jack Kerouac (1960)

“Fine and Mellow” è uno standard jazz scritto da Billie Holiday, che lo incise per la prima volta il 20 aprile 1939 per l’etichetta Commodore. Si tratta di un blues che lamenta il cattivo trattamento riservato a una donna dal suo uomo.
Il brano fu successivamente eseguito da Billie Holiday nel 1957 durante lo speciale televisivo *The Sound of Jazz*. L’organico comprendeva diverse leggende del jazz (i primi sei sono elencati nell’ordine in cui eseguirono i loro assoli): Ben Webster – sassofono tenore, Lester Young – sassofono tenore, Vic Dickenson – trombone, Gerry Mulligan – sassofono baritono, Coleman Hawkins – sassofono tenore, Roy Eldridge – tromba, Doc Cheatham – tromba

Billie Holiday, Fine and Mellow (1957)

Infine, Miles Davis. Sebbene all’epoca fosse ancora molto giovane e agli inizi della sua rivoluzione modale, il Miles Davis della fine degli anni ’40 affascinò Kerouac per la sua postura e la sua attitudine “cool”. Lo descriveva visivamente appoggiato al pianoforte mentre muoveva i pistoni della tromba con la stessa disinvoltura con cui teneva una sigaretta, parlando “in lunghe frasi come Marcel Proust”.
Kerouac individua in Davis la forza propulsiva capace di traghettare la musica oltre la frenesia del bebop verso nuove frontiere (che diventeranno il cool jazz e il jazz modale). Il brano Moon Dreams di Miles Davis fa ufficialmente parte della “colonna sonora” ideale e delle atmosfere descritte in On The Road.

Miles Davis, Moon Dreams (1948)

La grande effervescenza culturale americana  iniziata nel dopoguerra e poi proseguita fino a tutti gli anni sessanta è legata al rinascimento di San Francisco e dei suoi artisti. Kerouac ne fa parte e la beat generation porta al recupero della vocazione orale della poesia, promuovendo la diffusione dei poetry readings, fondendoli con la musica jazz. Va da sé che Kerouac fosse un candidato naturale per gli esperimenti di poesia e jazz per via dell’affinità che sentiva con quel mondo.

Jack Kerouac reads San Francisco Blues

Beat generation d’altra parte indica una stretta parentela con  l’universo musicale. Significa il ritmo, la battuta del jazz che la beat generation adotta come modello etico ed estetico. Etico perché il jazz è creatività sviluppata per fronteggiare condizioni  ostili. Libera espressione di un modello di vita avulso da qualsiasi aspettativa sociale. Estetico perché Kerouac sa  trarre dal jazz, vera esplosione di energia e vitalità, la base della sua poesia e prosa spontanea.
Di indole solitaria e melanconica, “preferendo di no” Kerouac rimane nel solco di una forma di cool come autodifesa da circostanze ostili.
Il suo fascino di uomo e scrittore è legato alla universalità, alla semplicità del suo messaggio: una ricerca   creativa di uno spazio fisico e mentale altro. Sappiamo che questa ricerca umanamente è fallita, vittima di alcolismo e risentimento per una realtà che gli era insopportabilmente estranea. E questo  ce lo rende ancor più vicino. Culturalmente però non ha fallito: ci ha lasciato un vastissimo corpo letterario che non ha smesso di comunicarci qualcosa di essenziale che può  essere facilmente compreso ed apprezzato. Qualcosa di necessario ancora oggi.

“Voglio essere considerato un poeta jazz
che suona un lungo blues durante una jam session
una domenica pomeriggio. Mi prendo 241 chorus;
i miei pensieri variano e a volte passano da
un chorus all’altro o da metà
di un chorus a metà di quello dopo.”

Softly, As in a Morning Sunrise · Zoot Sims Quartet