Il badile di Digger. Torna al cinema il regista messicano Alejandro González Iñárritu con una commedia satirica che riserva più di una sorpresa – al cinema

di Paolo Pagliarani

Digger Rockwell conserva su una parete il badile di suo nonno, un po’ come il primo cent di Zio Paperone, un ricordo di famiglia per non dimenticare in che modo è iniziata la sua fortuna e conseguente ricchezza. Fortuna che inizia a sgretolarsi: il potente magnate del petrolio, che vive in solitario in una lussuosa dimora con la compagnia di Maggie, una gatta molto anziana e malata, la domestica, la segretaria e visite sporadiche della sorella (anzi sorellastra), a furia di far trivellare la Groenlandia ha scatenato una crisi ambientale senza via d’uscita, con iceberg giganti che vagano negli oceani pronti a distruggere interi paesi e popolazioni.

Detta così sembra la trama di un consueto “disaster-movie”, ma dato che dietro alla macchina da presa c’è Alejandro González Iñárritu, regista di film come “Birdman” e “Revenant – Redivivo” (per i quali ha conseguito l’Oscar come miglior regista, vinti in due anni consecutivi, primato che condivide con John Ford e Joseph L. Mankiewicz) ma anche “Babel”, “Amores Perros” e “21 grammi”, il bizzarro ed il grottesco sono in agguato e si esprimono con tutta la loro forza in questo singolare film che spiazza lo spettatore, soprattutto a circa 25-30 minuti dall’inizio con un colpo di scena che modifica tutta la prospettiva dell’opera.

Non diremo di più sulla trama se non che Digger (un Tom Cruise truccatissimo e lontano dal glamour dell’agente Ethan Hunt di “Mission Impossible”) ha un filo diretto (come tutti i “tycoon” del mondo con i massimi capi di Stato…) con il Presidente degli Stati Uniti (John Goodman, vistosamente dimagrito e anche lui piuttosto irriconoscibile) e cerca in tutti i modi di evitare la distruzione del pianeta. L’umanità è contro di lui e contro la sua avidità che ha portato il mondo sull’orlo della fine, ma Digger ribalta la situazione di “mobbing” a suo favore sottolineando come tutti abbiano richiesto sempre maggiori consumi e quindi le risorse si dimostravano sempre insufficienti. Insomma, sembra un monito attualissimo, ma “Digger” è anche molto di più. In fondo la catastrofe ce la cerchiamo ogni giorno, predichiamo di salvare il pianeta ma ci dimentichiamo di quelle abitudini quotidiane (proprio necessario usare l’auto per andare a comprare il giornale? Invece dei monopattini elettrici o delle bici, sempre elettriche, mezzi tra l’altro veloci e pericolosi da scansare ogni giorno nella “giungla metropolitana”, non è meglio una sana pedalata o una sana camminata? Non è meglio non inalare sostanze nocive ed emettere fumi da apparecchietti tecnologici? E via discorrendo…) che se evitate possono contribuire al bene del pianeta.

Cosa ci salverà allora? Difficile dirlo, intanto “Digger” ci suggerisce che l’arte può assumere un valore catartico, perlomeno per dimenticare per un paio d’ore il declino che ci accompagna. Ovviamente non basta, perché una volta ritornati alla “normalità” ci accorgiamo che la situazione è sempre più precaria. Ci fermiamo qui per non rivelare troppo, ma questo curioso episodio cinematografico che sancisce il ritorno del regista a Hollywood, dopo aver nuovamente girato un film in Messico (“Bardo” del 2022, dedicato alle traversie di un documentarista messicano, in Italia ha avuto una distribuzione minimale e andrebbe recuperato), snobbato dal pubblico statunitense (il taglio grottesco, il pessimismo e la complessità del tutto non raggiungeranno il consenso più ampio, ma il film è da vedere) ripone radici profonde sull’attualità più di quanto si possa evincere dalla trama. A parte il discorso ambientale, non sono certo troppo velati i riferimenti alla contemporaneità con un Presidente americano che ha disposizione un pastore evangelico personale e riceve benedizioni dal suo staff (vi ricorda qualcosa?), oltre ai richiami nei confronti dell’opulenza (alla fine, a furia di prelevare dall’ambiente, le risorse termineranno e non ci sarà più nulla per nessuno…) e tutto ciò che concerne l’importanza dell’arte intesa come teatro, cinema, letteratura, insomma una piccola zattera di salvataggio in un pianeta che sta affondando. La sceneggiatura del film è opera di parte del team di “Birdman”, ovvero lo stesso Iñárritu, Alexander Dinelaris jr, Nicolas Giacobone con in più Sabrina Berman e l’idea del film risale ai tempi delle riprese di “Top Gun: Maverick” quando Cruise, fan dell’autore messicano, fece visita ad Iñárritu e gli abbozzò un’idea divenuta il film attuale.

Tom Cruise, anche tra i produttori, con trucco vistoso e recitazione volutamente sopra le righe, punta a vincere l’ambito Oscar, attorno a lui gravitano il già citato Goodman, Michael Stuhlbarg (il Vicepresidente), Sandra Hüller (la sorellastra, un personaggio che forse avrebbe avuto necessità di qualche passaggio in più, magari previsto e “caduto” in sede di montaggio), Riz Ahmed (il dottor Ganesh), Jesse Plemons, Emma d’Arcy e Sophie Wilde.