
di Rosita Copioli
A Pistoia, nell’elegante sede di Metilene edizioni, fino al 9 ottobre, è in corso la prima mostra dei trenta disegni che Mimmo Paladino ha eseguito per il mio libro su Boiardo – Acque della Magia. Matteo Maria Boiardo e L’Inamoramento de Orlando – che nel 2024 ha inaugurato la collana di saggistica «Interstizi» diretta da Matteo Moca per lo stesso editore. Non avrei potuto chiedere a nessun altro quei disegni. Ma solo a Paladino. Per tante ragioni.
Dopo avergli mandato il manoscritto, discusso del libro, mi chiese di dargli delle suggestioni, e io gli elencavo situazioni, versi… alla fine, in poco più di una notte, so che esagero, ma è l’impressione che ebbi della velocità di trance con cui Paladino lavora, quando l’ispirazione gli arriva di colpo, mi giungono on line trenta immagini una più bella dell’altra. Sì, avevo ben visto come ama la poesia antica e moderna, come ha intrecciato la sua immaginazione visiva con quella di poeti contemporanei, e con i classici da Omero a Eschilo, Ovidio, Dante, Ariosto, Cervantes, Manzoni, Collodi, Joyce, Pavese, Lévi Strauss…
Una cosa fondamentale avevamo definito già alla fine degli anni Ottanta, quando intorno a «Tema celeste» di Demetrio Paparoni si era stabilito che nelle collaborazioni tra poeti e pittori non dovevamo fonderci, e ciascuno doveva restare sé stesso. Principio sacrosanto.
Accadde così, che nella sua trance Mimmo Paladino volasse tra i suoi segni, mescolandoli ai personaggi e agli animali di Boiardo, interpretando ora un notturno blu con la luna per gli influssi dell’astro, ora l’accampamento di un esercito, ora le figure fantastiche con una libertà tale, rispetto alla scansione del dettato boiardesco, e alla mia ricostruzione, che dovetti fare un percorso a ritroso, per adattare i versi più affiancabili ai disegni. Con Cristiano Coppi, l’editore, si era deciso infatti di dividere i capitoli con le tavole e i versi di riferimento a fronte.
Non nascondo che non fu sempre facile, ma vi assicuro che fu una bella sorpresa, trovare che le immagini, le quali non sono illustrazioni di episodi, ritratti di personaggi, o di animali sempre identificabili, si slanciavano verso altri quadri, altri percorsi interni al libro, che potevano sembrare esterni, propri del solo Paladino, ma che qui, riagganciati dal loro insieme nel libro, diventavano delle icone sintetiche e unitarie: una cosa nuova, frutto di una misteriosa nuova identità.
I segni di Paladino diventavano quelli di Boiardo, e viceversa.
Solo pochi disegni si possono abbinare ad elementi più precisi: ad esempio Rocca Crudele, Angelica in volo, Palazzo Zoioso, Astolfo che cade di cavallo, il Notturno blu con gli influssi della luna, le Naiadi e Orlando alla Fonte del Riso, la sirena con gli altri animali, la cerva, i draghi, l’asino e l’albero con i pomi del giardino di Falerina, l’eroina Bradamante, o Marfisa con la spada, la figura in blu con stella per Doristella, il gigante Balisardo o Aridano, il mago Malagise, la torre, il campo con padiglioni e bandierine, dove avviene il torneo per la Pentecoste, o dove c’è lo schieramento di Agramante.
Ma che dire dei cavalli neri o colorati con ali; della testa doppia di guerriero, del paladino con croce, bandiera e corvo, delle due figure di cavaliere e di scudiero, dei profili creati dal vaso blu (Eros Anteros?), della testa coronata in bianco, con falce di luna e scala, del Paladino Orlando (oppure Agricane? Ruggiero? Rinaldo? Rodamonte?), della testa con elmo (Orlando?), e perfino dell’uomo con un gatto ispirato a quello di Cosmé Tura con una scimmia, e del paladino con speroni e cappello grande, che ricalca Pisanello?

Quando Cristiano Coppi intervistò nel settembre 2024 Paladino per il suo lavoro su Boiardo, chiedendogli di riflettere sul suo rapporto con la letteratura, e su come le arti si influenzino reciprocamente, gli rispose con una serie di osservazioni che sono importanti non solo per un’artista, ma anche per chi scrive, perché acquisti dominio di sé, nella libertà.
Ecco quell’intervista:
Cosa rappresenta la figura di Orlando per Mimmo Paladino?
A parte il cognome, che in qualche modo ci accomuna (ride), fin da bambino mi dicevano “Paladino” come quelli là? Come Orlando, Rinaldo, Gano di Maganza… Vedevo i pupi siciliani e tutto il resto e intanto questa immagine prendeva forma in me attraverso l’immaginario collettivo popolare. Del resto, credo che molte cose nascano spesso dal basso, partendo dalla gente comune per sfociare poi nella grande letteratura.
Tempo fa ho illustrato Basile, Lo cunto de li cunti, e si sa che Basile, che era un aristocratico, scriveva i suoi poemi epici nella lingua dell’epoca per il popolo napoletano. C’è sempre un interscambio quindi tra l’artista, che sembra vivere in un mondo fatto solo di ricerca linguistica, di immagini e di profondità poetica, e il popolo, che comunque ha le sue fiabe che si sono sempre tramandate oralmente di persona in persona.
Quando Rosita Copioli mi ha chiesto di illustrare il Boiardo, ovviamente ne avevo sentito parlare, ma non avevo mai aperto la copertina dell’Orlando Innamorato. Proprio per questa curiosità sono voluto entrare nel libro ritrovando al suo interno un’epopea che ha a che fare con un immaginario popolare che mi interessa molto.
Nel corso degli anni ha collaborato alla realizzazione di molti libri, illustrando la Divina Commedia, l’Odissea, insomma, tanti classici della letteratura.
Eh, sì, mi capita. Stranamente ruotano tutti intorno a un mondo antico, alle grandi letterature. Il Don Chisciotte mi ispirò addirittura un film che poi ho realizzato e anche delle opere. Penso che un’arte possa sempre provocarne un’altra, così la musica per la letteratura o viceversa, e che l’arte sia sempre viva e senza tempo.
In effetti, anche in questo caso, ho affrontato il Boiardo con un’idea contemporanea, senza fare il filologo, ma prendendomi la libertà di leggerlo e di disegnarlo come se fosse una cosa del nostro tempo.
Nelle illustrazioni si osserva una grande maestria nell’uso delle tecniche che rimanda direttamente alla pittura e alla scultura.
Le sculture arrivano tardi, negli anni ’80, ma il mio percorso è da pittore e continua tutt’ora sperimentando varie materie. Questa è la famosa libertà conquistata alla fine degli anni ’70 durante i quali c’era una grande rarefazione e un eccessivo concettualismo. Fu allora che mi ritirai a dipingere quadri. Inoltre, come diceva Picasso: «Sto ancora imparando!». Quando scopri una materia come la scultura, che non hai mai utilizzato se non al liceo artistico (perché io non ho fatto le accademie) e inizi a plasmare con essa, capisci che in realtà non è così diversa dalla pittura, anche perché persino i quadri possono avere degli oggetti e diventare plastici come degli altorilievi. Non esiste un confine, è solo un problema di attitudine e di curiosità verso certe materie, forme, eccetera.
L’arte contemporanea può aiutare quindi a rinnovare i classici rendendoli attuali?
Direi di sì, soprattutto se non sei un illustratore che rispetta la pagina. Se mi affidano un testo come l’Orlando Innamorato io mi sento estremamente libero di usare linguaggi, forme e tecniche diverse. È come se dalla parola scaturisse un’immagine che non la rappresenta ma la interpreta. Raramente trascrivo in segno quello che c’è scritto, magari solo il senso.
Noi artisti spesso lavoriamo così, lasciando entrare solo poche informazioni, per lasciarci condurre dove vuole la nostra ricerca e dove, a volte, è il caso a farci incontrare cose che non avremmo immaginato. Non ci serve quell’approfondimento letterario come potrebbe interessare a uno scrittore, un poeta o un buon lettore.
Qualcuno, non ricordo chi ma era qualcuno di importante, diceva che il suo metodo di lettura era aprire i libri a caso e leggere tre pagine. Così anche a me piace aprire e cogliere.

Ho esordito dicendo che non avrei potuto chiedere ad un altro pittore i disegni per l’immaginazione di Boiardo, per tante ragioni. Tra esse una delle più importanti è il riconoscimento profondo del “segno” e dello “spazio”, le parole più ricorrenti nelle risposte che Paladino dà a chi gli chiede della sua opera.
Di recente, quando gli ho chiesto dei disegni per un mio libro sugli animali, ci ho riflettuto. Anche il libro sugli animali è collegato con quello su Boiardo, che contiene un intero capitolo dedicato ad essi. Un mondo animale sepolto in noi, per me significa un profondo quadro mai edenico che ora popola un libro, in lui un film su sant’Antonio abate: sì, l’anacoreta del deserto, il protettore degli animali, il risanatore dal fuoco, del fuoco. Non sembri una divagazione quel che sto per dire al riguardo. Dal rapporto con gli animali sepolti in noi, procedono l’artista, il poeta.
Mai come oggi la scena dell’arte (e poesia) contemporanea è stata così poco popolata di animali veri, sebbene oggi, come mai è successo, tutti li vogliono difendere, se ne riempiono la bocca, gli intitolano tutto quel che gli passa per la testa. Mentre gli animali selvatici sono sempre più in estinzione, e anche quelli domestici vengono selezionati e ridotti, la loro raffigurazione artistica ha perso forza, autonomia, fascino. Artisti che hanno l’età di nostri figli magari li riscoprono. Ma chi li fa venire fuori in quel modo naturale e necessario come è sempre accaduto a Paladino? Non vorrei essere fraintesa. Realtà e simbolo sono tutt’uno. La difesa degli animali dovrebbe coincidere con quella dell’arte e della poesia alle origini.
In passato, quando gli uomini si ponevano minori problemi su di loro, mettevano gli animali in primo piano. Emergevano dalla vita quotidiana in ogni casa, dalle aie, dai campi, dai pascoli, dai boschi, dalle montagne, dal mare, dalle paludi. Scendevano dai cieli, ci visitavano nei sogni. Perciò le loro figure avevano una presenza costante e viva, anche quando erano uccisi, divorati. Morivano in noi, rinascevano e rimorivano con noi. Ma avevano una forma autonoma, fossero o no accompagnati all’uomo, questo loro assassino. Possedevano una dignità fisica: si animavano generando simboli concreti, mobili, cangianti, sempre nuovi. Nel regno della metamorfosi, erano i primi a comparire dagli stati umani e dalle loro somiglianze. Come gli uomini erano “nature”. Erano “anime”. Ciò è accaduto fino a non molti anni fa. Ora perché gli artisti, anche quelli della nostra generazione, hanno abbandonato il regno animale, che è all’origine della nostra vitalità? È un regno totemico. Gli evangelisti non hanno come segni aquila, leone, uomo angelo, toro? Un tetramorfo intorno all’agnello Gesù?
Con la perdita della cultura contadina le mutazioni fisiche, antropologiche sono state veloci. Nello scorso secolo, per fasi, le diverse avanguardie hanno cercato di azzerare il rapporto con la natura (era vero e simbolico nel contempo), con le concettualizzazioni, le ideologie, il mercantilismo. Ora la tecnologia tende a occupare il campo, con IA, che in mano di pochi, attraverso molti irresponsabili, tenderà a soppiantare scrittura e arte. Venuto dal ricco, misterioso tessuto del Beneventano, Mimmo Paladino partecipò subito al lavoro delle avanguardie contemporanee che a un certo punto, non lo nutrirono più. Silenzioso mi ritiro a dipingere un quadro fu il suo atto di ribelle nel 1977. Nell’antica tradizione di pennello e colore, ripropose in 50x70cm una visione quadripartita di interno, suddivisa ulteriormente da incroci, rettangoli di tappeti, tavoli e spazi su base giallo oro, dove una figura umana in primo piano semicentrale, il braccio sinistro a bandiera, sta in piedi contro il duplice sfondo di un rosa cipria con una X arlecchino, e di un più largo azzurro chiaro, con cinque lanosi animali bianco sporco. Non era solo l’archetipo di una pittura medioevale alla Giotto, ma il gesto per uno spazio allargato, multiforme, da popolare di oggetti, presenze, con tutti i mezzi possibili, anche di vaste campiture, di lavori all’esterno, statue, sculture, installazioni in paesaggi, piazze, sempre in quel modo “silenzioso”, personale, autoriale, umile ma conscio di sé, del vero artista che non si fa imbrigliare da altri che dal Sé profondo, che gli «ditta dentro».
Quella campitura colorata si affratellava con le scritture contemporanee di qualcuno di noi per reazioni consimili, ho citato quella degli anni Ottanta intorno a «Tema celeste» di Demetrio Paparoni. Da quel momento epocale fino a oggi, ai corpi Dormienti rinnovati, nella sala Citterio di Brera, come anime in attesa di un reditus, il filo della continuità lega il senso del “segno” e dello “spazio”. Una matita, una voce: disegnano, dicono. Ma non appartengono a quella diminuzione, smitizzazione che si voleva imporre negli imperi della semiotica e delle concettualizzazioni astratte dello spazio. Riducevano all’insignificanza per togliere valore e libertà a ogni bene, appropriandosene come merci volgari. Soffocavano il libero spazio della mente, del sogno che diventa visione. “Segno” e “spazio” in Paladino vengono dall’oscurità di un istinto incoercibile, da un Oltre che ancora non si conosce, ma nel tempo rivela sempre più la sua forza e il suo senso futuro. Esiste un richiamo, una necessità, che nello spazio dell’arte e della poesia va verso l’infinito, proprio mentre traccia le proprie campiture, le proprie siepi, disegnando i limiti delle forme. Se poi Paladino ha sentito l’impulso di metterle in movimento nei film, è come per noi la dinamica vitale che nasce nella drammatizzazione delle voci psichiche, e spinge al teatro.
Alla fine artista e poeta si riconoscono, simili a un gatto con una delle sette vite in meno, per quella «Disperata vitalità» animale, “animante” che fa percorrere l’esistenza «À bout de souffle»: «All’ultimo respiro».
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La mostra è aperta dal lunedì al venerdì dalle ore 9.00 alle 18.00 presso la sede di Metilene Edizioni in via Manrico Ducceschi, 12 Pistoia
Per informazioni 0573 564993
edizioni@metilene.it.
Metilene negli ultimi anni ha continuato a collaborare con Mimmo Paladino a importanti progetti editoriali tra cui il volume realizzato in occasione della sua personale a Brera presso la Sala Sterling di Palazzo Citterio, a cura di Lorenzo Madaro, dal titolo Paladino (Metilene, 2026), e Milano. Studi d’artista (Metilene, 2026), sempre a cura di Madaro, che racconta con testi e foto inedite gli studi dei più noti artisti della città tra cui quello di Paladino.


