Il rumore della memoria. Il regista Marco Bechis torna nuovamente in Argentina con il suo ultimo film “Ritorno a Buenos Aires” – al cinema

Classe 1955, nato a Santiago del Cile da madre cilena e padre italiano, il regista Marco Bechis ha sempre tracciato un filo molto stretto con la sua terra di origine, terra dove ha vissuto esperienze drammatiche per via del suo arresto e della detenzione in un carcere clandestino a Buenos Aires nel 1977 (da questa esperienza nasce il suo film più celebre, “Garage Olimpo”, del 1999) dal quale viene rilasciato quattro mesi dopo con conseguente trasferimento a Milano, dove tuttora vive nella casa autogestita di via Morigi. Dal suo esordio, “Alambrado” (1991), racconta spesso l’Argentina ed è con la trilogia formata da “Garage Olimpo”, seguito da “Figli/Hijos” del 2001 ed ora “Ritorno a Buenos Aires” che si è occupato di rileggere cinematograficamente il dramma dei “desaparecidos” argentini, sulla base anche della propria, dolorosa, esperienza personale (riletta anche nel memoir “La solitudine del sovversivo” pubblicato nel 2021)

Si racconta la storia di Mariano (lo interpreta Adriano Giannini) paramedico torinese, richiamato insistentemente dal tribunale di Buenos Aires per testimoniare nel processo contro gli ex militari artefici di violenze e torture a numerosi prigionieri, compreso Mariano, titubante a far riaffiorare quel passato così dolente. Ritornato in Argentina faticherà non poco a sedere sul banco dei testimoni e rievocare quelle giornate passate negli angusti spazi del famigerato “Garage Olimpo”, oltre a recuperare il ricordo di coloro che sono spariti senza lasciare traccia.

“Ritorno a Buenos Aires” questa volta presenta aspetti più intimi e introspettivi, il protagonista fa i conti con il suo passato, la sua memoria e sé stesso, il ricordo è bruciante e lacerante ed alcuni aspetti della storia faticano a riemergere, rinchiusi in quel metro quadrato di cella, la sua prigione, e negli spazi del carcere dove si è delineato il rapporto tra gli altri prigionieri e gli aguzzini. Non è facile nemmeno la relazione con gli altri sopravvissuti, con le difficoltà chiarite strada facendo nel dipanarsi della vicenda. Parenti e familiari cercano la verità sulla sorte dei loro cari, i responsabili delle violenze siedono impassibili davanti al giudice, l’avvocato difensore si rivolge sprezzante ai testimoni cercando di farli barcollare sui sentieri dei loro ricordi. Un’aula di tribunale attraversata da una tensione insostenibile e non si respira quasi nemmeno quando si esce fuori da quel bunker, perché ogni strada, ogni via, ogni muro, ogni parete di Buenos Aires risveglia memorie lancinanti. Il “rumore della memoria” (così si intitola il suo documentario del 2013, dedicato a Vera Vigevani Jarach, testimone di due dittature, il nazifascismo e il regime argentino) risuona assordante nella mente del protagonista e in ogni secondo del film, mettendo lo spettatore a confronto con la Storia di un paese che si rischia di dimenticare facilmente, dando spazio nel nostro contemporaneo ad ideologie autoritarie e divisive, con ombre ambigue che si estendono da un passato che sembrava scomparso. Compito del cinema è anche cercare di suscitare pensieri, porre interrogativi, seminare inquietudini pur se la maggior parte del pubblico cerca il lato ludico e l’intrattenimento. Cercate allora questo film in sala, merita una visione con uno sguardo attento, condiviso con i personaggi, gli attori che li interpretano con attenzione (oltre a Giannini figurano Ana Celentano, Verónica Gerez, Adrián Fondari e Paula Cohen) ed i luoghi (riprese a Porto Alegre, in Brasile e Torino) per un’esperienza cinematografica dolorosa ma necessaria per non perdurare nell’oblio della memoria storica.

Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno, il film ha ottenuto il Premio Pasinetti (il Premio assegnato dal Sindacato Critici Cinematografici Italiani) per il miglior film e per il miglior interprete (Adriano Giannini). Ma aldilà dei riconoscimenti il premio più importante è quello della presenza degli spettatori in sala.

Paolo Pagliarani