Non per la gloria dell’architetto. Antoni Gaudí

Di Pablo Audouard, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=946994

G: Don Antoni, buona sera. La ringrazio per avermi fatto entrare nel suo studio qui alla Sagrada. Guardando i suoi gessi e i suoi disegni impressiona quanto ancora ci sia da fare. Non la rende triste pensare che non la vedrà finita?

Gaudí: E perché dovrebbe? Altri verranno dopo di me. Questo tempio non appartiene a una sola persona e vivrà delle generazioni che verranno. Il mio compito non è vederlo finito, è assicurarmi di aver piantato bene le radici.

G: Anche se non vedrà la torre più alta della cattedrale, quella con la grande croce a quattro bracci? Dovrebbe essere il suo orgoglio, e invece ci vorrà ancora tanto tempo per realizzarla.

Gaudí: L’orgoglio è roba da imbecilli. E quei bracci che si aprono verso i punti cardinali dovranno benedire e abbracciare tutta la città; mica saranno lì per la gloria dell’architetto.

G: È per questo che non vuole che la torre superi la collina di Montjuïc? Appena qualche metro sotto. Non è una civetteria al contrario?

Gaudí: È semplice creanza. Montjuïc sfiora i centottanta metri ed è la terra di Barcellona, l’ha fatta Dio. Noi qui lavoriamo con la pietra estratta da quella stessa terra. Sarebbe un’assurdità voler piantare un manufatto nostro più in alto della collina che ci sostiene. L’opera dell’uomo deve saper stare al suo posto.

G: In ogni caso una croce così grande, a quell’altezza, deve sfidare raffiche enormi. Non c’è il rischio che comprometta la tenuta dell’intera torre?

Gaudí: E infatti la curvatura dei bracci è pensata proprio per far scivolare via il vento di mare senza far da vela, scaricando il peso dritto sulle colonne sotto. La bellezza di una forma e la sua stabilità sono la stessa cosa: la gravità è la legge che Dio ha messo nella pietra, noi dobbiamo solo assecondarla.

G: A sentirla parlare in questo modo della bellezza e della gravità sembra quasi che per lei la tecnica non sia uno strumento per costruire il tempio, ma sia essa stessa l’atto religioso. Come se la forma e la preghiera coincidessero del tutto.

Gaudí: E perché dovrebbero essere due cose separate? Quando un carpentiere pialla un legno seguendo la venatura, non sta facendo una teoria: sta portando rispetto alla pianta. Se fai la colonna dritta per seguire un capriccio e poi devi nascondere le catene di ferro per non farla crollare perché la colonna dritta non si allinea alla spinta e non regge il peso da sola, stai raccontando una bugia. E la bugia nell’architettura è un peccato. Trovare l’inclinazione vera, quella che la gravità chiede alla pietra, significa semplicemente stare nella verità. Lì la tecnica smette di essere un trucco da cantiere e diventa il nostro modo di obbedire.

G: Lei parla spesso della natura, e anche i suoi colleghi vi ritrovano motivi decorativi, fiori, forme fluide. Cosa c’è di diverso nel suo sguardo?

Gaudí: Loro disegnano la foglia sulla pietra per fare un bell’ornamento al portone. Ma la natura non decora, struttura. Prenda una noce o un pino nelle campagne di Riudoms. Non sono belli perché sono ornati: sono belli perché sono una volta perfetta che protegge la vita spendendo la minima quantità di materia.

G: Ma un pino cresce da solo, una cattedrale si deve progettare. Come si passa da un albero alla statica della pietra?

Gaudí: Io ho guardato mio padre, che era calderaio a Reus. Da ragazzo lo osservavo battere la lastra di rame: una superficie piana si piega subito, ma se le dai una curvatura acquista stabilità senza bisogno di aggiungere altra materia. Le superfici curve e le parabole non sono mica mie invenzioni: sono le forme che la materia prende da sé quando deve reggere un peso. L’originalità non sta nel fare le cose stravaganti, ma nel tornare all’origine.

G: E queste feritoie inclinate che stanno salendo lungo le torri della Natività? A cosa servono se non fanno passare la luce?

Gaudí: E infatti per la luce ci sono le navate. Quelle servono per la voce. Una cattedrale è uno strumento musicale che deve cantare verso la città.

G: Vuole dire che ha pensato di metterci delle campane?

Gaudí: No, quelle danno un gran colpo e poi rimane un rimbombo confuso. Dentro ci andranno tubi metallici lunghi metri, accordati su note precise. Le feritoie le ho inclinate a trenta gradi come le stecche di una persiana perché l’aria del mare spinga il suono verso le strade, dritto alla gente. Un tempio che non parla con la musica è un corpo senza voce.

G: Una cattedrale come cassa di risonanza. Eppure lei ha progettato anche palazzi per i ricchi borghesi di Barcellona, come Casa Batlló sul Passeig de Gràcia. Non c’è una contraddizione tra questo cantiere d’elemosina e i palazzi della ricca borghesia?

Gaudí: E dove sarebbe? L’architettura deve servire alla vita. E la prima medicina per la vita di una famiglia è la luce.

G: Ma in Casa Batlló ci sono soluzioni quasi teatrali, le maioliche, le finestre…

Gaudí: Ma quale teatro! In quel palazzo il cortile interno era buio come un pozzo. L’ho rivestito di maioliche azzurre: scure in alto dove il sole picchia, quasi bianche in basso dove la luce arriva stanca. E ho messo delle fessure di legno sotto le finestre che si aprono a mano per far girare l’aria senza fare correnti che mandino la gente all’ospedale. Dare dignità a dove la gente mangia, prega e dorme è lavoro sacro esattamente come questo.

G: Sulla stessa strada c’erano le case di Domènech i Montaner e Puig i Cadafalch. Si è detto che vi odiavate, che quella fosse la Manzana de la Discordia.

Gaudí: Ma quali odii! Domènech e Puig sono uomini di grande ingegno, solo che hanno sempre lavorato con i libri d’arte. Hanno preso il gotico, il ricordo dei nostri re, e ne hanno fatto un’architettura monumentale per dimostrare chi eravamo stati.

G: E lei invece non usa la storia della Catalogna?

Gaudí: Io, lo ammetto, non ho mai avuto quella gran cultura. Loro hanno voluto riportare in vita il passato; io ho sempre solo desiderato di trovare la struttura fisica che la natura usa da sempre in questa terra.

G: Cosa intende per “struttura fisica della natura”? È legato anche alla luce di cui parla sempre?

Gaudí: Certo! La luce del Nord è grigia, frena le forme; quella dei tropici è cieca, brucia le ombre. La nostra luce qui a Barcellona arriva a quarantacinque gradi: è la misura perfetta. A quarantacinque gradi l’ombra dà corpo all’oggetto. Le maioliche o le vetrate non servono a far figura: servono ad afferrare quella luce. Se capisci come il sole tocca una curva, l’architettura si dipinge da sola, gratis, ogni mattina.

G: Anche alla Colonia Güell ha cercato questa verità della materia? Lì si trattava di costruire per gli operai tessili. C’è chi dice che fosse solo paternalismo per evitare gli scioperi.

Gaudí: Don Eusebi Güell era un galantuomo che capiva che la ricchezza è un conto da rendere a Dio. Alla Colonia ha voluto la scuola, le case con il giardino, il medico e la chiesa. Nella Cripta ci ho lasciato dieci anni di vita.

G: Si dice che per calcolare quelle colonne così storte lei usi un sistema di cordicelle e sacchetti di piombo.

Gaudí: Mi ero fatto un gabbiotto sul posto e avevo appeso al soffitto un groviglio di cordicelle con sacchetti pieni di pallini per trovare la linea di carico esatta. Le colonne le ho fatte storte e con i mattoni bruciati e scartati dalle fornaci perché dovevano sembrare nate dal bosco attorno. Che fosse paternalismo o altro lo dicano i sapienti; io so solo che in quella Cripta l’operaio pregava in un posto fatto con gli stessi materiali scartati che vedeva ogni mattina andando al suo lavoro.

G: Anche per le sculture di questo cantiere usa materiali e persone “di scarto”? Si racconta che chieda alla gente di strada di fare da modello.

Gaudí: L’artista che si chiude nello studio a inventare un volto inventa solo delle belle bugie. Se devo scolpire il falegname Giuseppe, prendo un muratore del cantiere, con le mani rovinate dalla calce e la schiena curva per la fatica, e gli faccio il calco in gesso direttamente addosso.

G: E per le altre figure della Facciata della Natività?

Gaudí: Per la Fuga in Egitto ho fatto addormentare con un po’ di cloroformio l’asino di un venditore di sabbia per tenerlo fermo. E per la Strage degli Innocenti sono andato fino all’ospedale di Sant Pau a fare i calchi dei neonati rimasti senza vita… perché il dolore vero mica si imita con la fantasia. Nel cantiere si cerca solo il posto dove la materia e le persone reali possano dire le cose come stanno.

G: Ma guardi fuori da questa finestra. Il cantiere procede a rilento, i soldi mancano continuamente, l’opera è enorme. Non la spaventa l’idea che, quando lei non ci sarà più, tutto questo possa rimanere un’incompiuta abbandonata?

Gaudí: Ma questo è un ‘tempio espiatorio’! Vive solo delle offerte della povera gente. Se la settimana prossima non ci sono i soldi per pagare gli scalpellini, il cantiere si ferma; se la gente tornerà a donare due soldi, la pietra tornerà a salire. Non c’è un centesimo dello Stato e nemmeno della Curia, e va bene così.

G: Anche se chi entra qui spesso non sa nemmeno cosa sia una chiesa e cerca solo una novità da vedere?

Gaudí: Che uno ci entri per devozione o per curiosità poco importa: la sua offerta alla porta paga la pietra per domattina. E quando varcherà la soglia e alzerà gli occhi verso le navate, si troverà dentro una foresta dove la luce filtra dai vetri. Non servirà che capisca la teologia o il calcolo delle colonne. Quando vedrà quei rami di pietra aprirsi verso la volta, l’architettura farà da sola quello per cui è nata: prenderà i suoi sensi e li spingerà dritto verso il cielo.

G: E a lei basta davvero lasciare soltanto i disegni e i gessi?

Gaudí: Il resto non è affar mio. Se la pietra serve a far piegare la testa a un solo uomo in preghiera prima di sera, allora la mia vita non è stata buttata via.