A Rimini ci sono state persone legate profondamente a Emma Bonino, la prima Manuela Fabbri, con lunghi e importanti trascorsi insieme dagli anni Settanta. Il suo ricordo pubblicato su «Chiamamicitta.it» è molto intenso, specialmente quando rievoca la partecipazione di entrambe al Movimento di Liberazione della Donna e del C.I.S.A., e i mesi trascorsi a Budapest per organizzare il primo congresso transnazionale dei Radicali, all’inizio del 1989, «con ancora il muro a Berlino e l’Ungheria dentro la cortina di ferro». Si è riconosciuta in quel rapporto, e fa all’amica il più bell’elogio che si possa fare a un politico: «la sua forza nell’affermare le libertà individuali senza ideologismi». È stata la migliore e più grande lezione dei Radicali.
Altri riminesi hanno collaborato con lei, legandosi per ragioni politiche e umane, dato che Rimini era stata scelta per vari congressi e per la campagna referendaria. E la Bonino è stata ospite del Meeting nel 1997. Ciò che mi spinge a ricordarla è però qualcosa che non riguarda la politica. Non direttamente, almeno.
Emma Bonino possedeva una fiamma interiore visibile. Una fiamma viva emanava da quegli occhi azzurri, che avevano il dono di legarsi agli altri, senza temere. Era generosa. Altra qualità rara nel mondo politico. Si entusiasmava. Si spendeva personalmente, mettendosi a rischio. Era coraggiosa. Non so quanti si ricorderanno, fra l’altro, della sua azione costante per l’Afghanistan. Afghanistan che rappresenta uno dei più gravi scacchi per le forze occidentali unite, insieme all’Iraq, e in particolare per la retrocessione infame della condizione delle donne. Una delle più rimarchevoli vergogne.
Io non l’ho frequentata. L’ho incontrata soltanto due tre volte. Ma l’occasione era stata significativa per il momento che determinò la svolta nella politica culturale di Rimini: il restauro del Teatro, in difesa del quale ci fu una mobilitazione generale in tutta Italia, e la prima vera coesione di forze di ogni tipo, dalle quali è poi ripartito un nuovo corso per la cultura cittadina.
Era il 1999, al Convegno del Pio Manzù (16-19 ottobre), intitolato Argonauti nella noosfera, che ebbe le prolusioni di Rita Levi-Montalcini, Oliver Sacks, Gerald Edelman, Marvin Minsky, Roger Penrose, Francisco Varela, Luc Montagnier. Tra i premiati del Centro Pio Manzù e della Repubblica Italiana, c’era Emma Bonino, e il suo riconoscimento era per la «nobiltà di chi lotta per i diritti umani». Lei dedicò il suo premio a tutte le Associazioni che nel mondo si battevano «per il diritto dell’avversario». La più sacra forma di rispetto che è dovuta da uomo a uomo, anche nella colpa.
Quando venne il mio turno, non ringraziai soltanto, come era d’uso. Ma presi la parola per lanciare l’appello per il Teatro, dalla platea più vasta che mi era stata offerta. La stampa si scatenò, e l’appello funzionò anche con i presenti, tra cui la Bonino, aggiungendosi alla mobilitazione generale che affrontavamo su diversi fronti. Direte: cosa c’entrano i diritti umani con la difesa di un teatro? C’entrano eccome, e la Bonino fu tra le più ardenti sostenitrici.
La battaglia per il Teatro assunse un culmine sabato 22 gennaio, quando per l’intero pomeriggio, dal balcone del Comune in piazza Cavour davanti al teatro, con banda a fianco, e abbraccio della gente intorno all’edificio (ce ne vogliono almeno 450 mano nella mano per circondarlo, e lo fecero due volte), portai tutti i poeti romagnoli, Tonino Guerra in testa, a leggere un’antologia di versi tra ‘800 e ‘900, oltre ai propri. L’affluenza fu di 1200-1300 persone, che sotto la neve che cominciava a scendere, affermò la vittoria della Politeia, ossia della ragione della bellezza, della forza della vita, sulla politica. Una cosa epica, che mi costò la prima polmonite. Dalle finestre del «Resto del Carlino» Silvano Cardellini osservava. Da scettico fu conquistato e passò dalla nostra parte. Ma da quella parte era stata subito, quella fiamma viva chiamata Emma Bonino, nata a Bra: quel piccolo paese del Roero che per un secolo aveva ospitato le caserme dove istruivano gli ufficiali dell’esercito italiano con il rigore piemontese e sabaudo, che nessun Savoia degno del nome ha rispettato tra il XX e il XXI secolo.
Una delle lettere, o comunicazioni che avevo scritto allora per Gerardo F. Dasi, fu pubblicata sul «Corriere di Romagna» nelle pagine di Rimini. È cosa d’antan. Ogni polemica è stata finalmente superata. I riminesi si sono riappropriati del loro Teatro, e forse si domanderanno che utilità o senso può avere, nel farla rileggere ventisette anni dopo. La migliore ragione che mi viene in mente è che non dobbiamo dare niente per scontato. Né addormentarci sulle cose preziose che abbiamo riottenuto, come se fossero naturali come una pietra, o “dovute”. Che esse vanno tutelate. E che a volte la sensibilità maggiore per la bellezza viene da chi ha messo a rischio tutto della propria vita.
Ecco dunque, quella vecchia “lettera”.
A mezzogiorno del 10 novembre, ho consegnato un dossier con l’appello per il Teatro del Poletti a Roma, alla segreteria di Emma Bonino, che era a New York: con il gruppo “Nessuno tocchi Caino”, la Bonino svolge la campagna contro la pena di morte, che l’Unione Europea ha presentato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e che verrà votata in dicembre, con pochissime possibilità di essere accolta, perché, a cominciare dagli U.S.A e dalla Cina, i governi amano la Forza. Il tempo di Emma Bonino è dunque bruciato da questa urgenza “capitale”, e macrocosmica, poiché in un mese deve correre e premere sui governi di tutto il mondo. Tuttavia alle quattro del pomeriggio del 12, mi chiama al telefono: ha ricevuto, è solidale con l’appello, come già al Pio Manzù, insieme a tanti altri, da Fritjof Capra a Enzo Biagi, a Dario Fo.
La ragione che mi ha spinto a rivolgermi anche a lei è ben lontana da logiche di schieramenti politici: mi proviene piuttosto da una percezione di intelligenza rapida, di passione e autenticità reale, che pone il suo modo cosmopolita di fare politica, all’interno di una tradizione della democrazia, che è ancora quella della Polis, ossia di Atene. Questa tradizione sa che le cose piccole corrispondono alle grandi, e che la via migliore per combattere la violenza è la difesa del buono, del bello, del giusto, a tutti i livelli. Facciamo un piccolo esempio. Volete che la vostra città, come la vostra casa, siano davvero ospitali e che l’ospitalità sia contraccambiata dal rispetto? Incominciate a credere che – grazie alla loro anche modesta presenza, grazie a quell’ordine né fittizio né arido, ma “storico” che vi identifica – nessuno sia indotto a pensare che sia normale sporcarle, imbruttirle, lacerarle: non solo darete esempio di dignità o di senso civico, ma frenerete almeno una parte dei più banali istinti perversi dei potenziali distruttori.
A maggior ragione, difendere un proprio autentico bene d’arte, considerarlo un punto di forza della propria storia, e consentirgli di continuare a esercitare quel potente richiamo alla bellezza che l’Opera lirica italiana fa risuonare nel mondo, significa far comprendere a tutti la nostra storia in modo vivente, e dare a tutti la possibilità di fruirne attraverso un piacere non effimero. Ma ciò può avvenire solo restituendone il carattere integro, sonoro, armonioso. Attraverso quella “forma” che nell’arte è sempre sostanza, come sanno gli amministratori che, ascoltando la stessa musica sia a Rimini nel pur dignitoso auditorio della Fiera, e sia a San Pietroburgo, seduti nel palco degli zar, hanno percepito, con tutti i sensi, la differenza.
Ribadisco perciò la mia proposta fuori da ogni polemica tra passato, presente e futuro, intorno a questo patrimonio che non possiamo permetterci di perdere, che sapremo difendere, e che ha catalizzato la coesione della città e un’attenzione più che nazionale, non perché sia il solo problema in campo, ma perché oggi è il simbolo primario di una bellezza e di un Risorgimento civile proiettato oltre i confini di un “qui e ora”. Occorre continuare con la decisione di ricostruire il Teatro: il Teatro del Poletti partendo dal Poletti, con quanto di più esige un aggiornamento tecnologico; si chieda agli architetti già incaricati la riformulazione del progetto in tal senso, con una commissione di specialisti. Questa è la via della Polis: di una Rimini cosmopolita, in quanto è all’altezza della sua storia e di quella del nostro Paese.
Rosita Copioli

