L’albero empatico. Un ginkgo biloba è il vero protagonista del curioso “Silent Friend” – al cinema

Può un albero assurgere a protagonista in un film? Di storie cinematografiche con piante ne abbiamo incrociate diverse, tra alberi più rassicuranti (ad esempio quello del documentario naturalistico “La quercia e i suoi abitanti” di Laurent Charbonnier e Michel Seydoux del 2022) e vegetali minacciosi (dalle erbe distruttrici de “Il giorno dei Trifidi”, o anche “L’invasione dei mostri verdi” nella prima distribuzione italiana in sala, film del 1963 di Steve Sekely e Freddie Francis, non accreditato, tratto da un romanzo di John Wyndham, alla temibile piantina del poco noto “Little Joe” di Jessica Hausner con Emily Beecham e Ben Whishaw, uscito alla chetichella nel 2019).
Ma il ginkgo biloba che si erge ieratico nel curioso film di Ildikó Enyedi “Silent Friend” è molto più che una “verde” presenza e, non ce ne vogliano gli attori protagonisti, ruba la scena con le sue doti relazionali che lo portano a costruire un’empatia formidabile con gli esseri umani.

Due note prima di tutto sulla regista, di origini ungheresi: premiata nel 1989 con la Caméra d’Or al Festival di Cannes per il suo debutto con “Il mio XX secolo”, ha poi vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino 2017 con “Corpo e anima”, anche candidato all’Oscar per il miglior film straniero. Mancava all’appuntamento con il pubblico in sala dal 2021, anno di uscita di “Storia di mia moglie”, tratto dal romanzo dello scrittore ungherese Milán Füst ed interpretato da Léa Seydoux, Louis Garrel, Sergio Rubini e Jasmine Trinca e si ripresenta con questa storia stimolante, progettata a lungo (l’idea del film risale a 12 anni fa e si è sviluppata con lentezza tra un progetto e l’altro) che va assaporata in sala, lasciando spazio a sentimenti ed emozioni, facendosi avvolgere dolcemente dai rami e dalle foglie di questo maestoso albero che vigila silenzioso da metà ottocento in un giardino botanico di un’università di una città tedesca, Marburgo. Qui si dipanano tre storie che procedono con montaggio alternato raccontando tre diverse epoche. C’è il contemporaneo con un neuroscienziato di Hong Kong invitato a tenere lezioni nell’università ed impegnato in progetti sul cervello che, costretto a rimanere nell’ateneo per l’arrivo della pandemia (e sappiamo bene quanto in quel periodo si sia creato un vuoto incolmabile per i rapporti tra esseri umani), resta solo, assieme al taciturno e scontroso guardiano del giardino, e intreccia relazioni sempre più profonde con il ginkgo che diventa riferimento essenziale per i suoi esperimenti. C’è il 1908 con la storia della prima donna ammessa all’università, decisa a farne parte a tutti i costi nonostante l’ostracismo del corpo docenti esclusivamente maschile (e la curiosità degli studenti suoi coetanei) che oltre agli studi sulle piante scopre anche la fotografia ed un nuovo modo di osservare tutto ciò che la circonda. E c’è il 1972, anno ancora turbolento per le contestazioni studentesche con un giovane che ai sit-in preferisce la cura di un geranio che mostra capacità sorprendenti.

Film insolito, non piacerà a tutti, ma allo spettatore più curioso ed attratto da meccanismi narrativi ed atmosfere meno convenzionali, finirà per attrarre non poco grazie al suo intrigante percorso di relazioni con il mondo vegetale, una necessità impellente di questi tempi in cui la natura è sempre più maltrattata e violentata, con la perdita di quell’equilibrio vitale per la nostra esistenza. In “Silent Friend” l’albero (che poi è una “signora” come ci ricorda il titolo originale tedesco – il film è una coproduzione tra Germania, Francia ed Ungheria – “Stille Freundin”) è un formidabile dispensatore di emozioni, prosegue lentamente nel suo ciclo vitale, reagisce e crea relazioni, sorprendendo non poco gli umani che si accostano alle sue fronde, allargando il campo anche verso altre specie vegetali (il geranio di cui sopra) per tracciare una linea di comunicazione tra piante ed esseri umani, in un’ armonica tessitura. Non dovete temere di affrontare dettagli scientifici legati alla classificazione delle specie redatta da Carlo Linneo, espressi nell’episodio datato 1908, e neanche spaventarvi di fronte alle nozioni mediche sciorinate dallo scienziato, il tutto è piuttosto accessibile, ciò che conta è catapultarsi in questo originale viaggio nel tempo, tra passato e presente, possibilmente in una sala cinematografica che garantisca audio e suono adeguato, elementi determinanti per la fruizione del film.

Due parole anche sul cast con le presenze di Tony Leung Chiu-Wai, attore prediletto di Wong kar-Wai (e chi se lo scorda un capolavoro come “In the Mood for Love”?), Luna Wedler (già con Ildikó Enyedi in “Storia di mia moglie”), vincitrice del Premio Mastroianni alla Mostra di Venezia del 2025, Enzo Brumm e Léa Seyodux. Un film da cercare, da vedere in sala, completandolo magari alla fine con una corroborante passeggiata in un bosco per udire al meglio la voce della natura oggi purtroppo sempre più inascoltata.

Paolo Pagliarani