Con l’intervista di oggi, Tempi moderni si immerge nel mondo della musica. In una dimensione, come vedremo, che apre orizzonti sull’eterno. Ovviamente parlare del nostro tempo, partendo dalla prospettiva dell’eterno è un esercizio decisamente provocatorio e radicale. Quanto emerge dal dialogo con Marco Gemmani, direttore della Cappella Marciana della Basilica di San Marco a Venezia, una delle più prestigiose istituzioni musicali a livello internazionale, è una sferzata a consuetudini e costumi del nostro tempo, senza alcune esigenza di edulcorare il proprio giudizio. Credo proprio che questo faccia bene a noi tutti, permettendoci di percepire con chiarezza l’urgenza di assumersi la responsabilità del proprio tempo.
Marco, come vedi il tempo che stiamo vivendo, che idea te ne sei fatto, anche a partire dalla tua professione?
Non posso non constatare una crisi fortissima, che attesta senza dubbio che qualcosa non funziona. Vedo nelle nuove generazioni, ma non solo, tendenze forti alla contrapposizione, a tutti i livelli. È un tempo che mi sgomenta e che fatico a capire. Mi chiedo come si sia giunti a questa incapacità di arrivare ad un incontro, che sempre necessita di una mediazione e di un’apertura. Vedo che invece ognuno è radicalizzato nelle proprie posizioni.
Dici questo anche considerando i giovani che incontri?
Arrivano da me ragazzi che hanno potenzialità enormi, anche capacità tecniche notevoli, ma sono come distrutti, come se gli fosse stato rubato il futuro o la speranza. Così, più che la voglia di costruire, emerge la voglia di competere a scapito dell’altro. Se penso alla mia gioventù, negli anni ’70, seppure vi fosse scontro ideologico forte, non mancava mai il rispetto. Oggi invece vedo una sorta di “politicizzazione” in negativo.
Che intendi?
Si cerca di ridurre ogni discorso, ogni persona, ogni tema all’interno del proprio schema confortevole, che è di chiusura e privo di orizzonti, spesso espressione di bisogni effimeri. Veder nascere partiti che giungono a percentuali importanti con un programma che è improponibile, è segno di questa rinuncia a costruire e di limitarsi a distruggere.
Che cosa pensi abbia portato questa riduzione di prospettive? Inoltre, elementi in controtendenza se ne trovano?
Purtroppo, vedo sprazzi di costruttività e creatività solo dai più maturi. E mi preoccupa. Cosa ha portato a questo? Credo la mancanza di rapporti. Non ci si incontra più, si è sempre più chiusi nelle proprie case, magari davanti a un cellulare o a un computer. Occorre ricostruire luoghi di incontro. Devo dire, pensando alla realtà per me più prossima, che a Venezia ci sono tanti cori, e questo è una possibilità di stare insieme, ma è ancora troppo poco. Mi guardo intorno e una proposta forte è così rara da incontrare. Sono stato a Rimini, al Meeting, e sono rimasto colpito dal papa. Leone XIV ha sollecitato tutti ad alzare lo sguardo. Nelle sue parole c’è una proposta chiara ma chi sarà in grado di ascoltarlo? La Chiesa stessa, oggi, è così poco consapevole del tesoro che porta.
Cosa ti ha colpito di più della visita del papa?
Direi quello che non ha letto. Tutta la sua presenza è stata la testimonianza di una dimensione più grande di qualsiasi parola o richiamo. È quella stessa presenza che mi aveva attratto da giovane nell’esperienza di CL. Incontrare Giussani ti portava ad alzare l’orizzonte della tua vita. Oggi è più difficile. Spero che il papa venga ascoltato e che movimenti, associazioni, come CL e tutte le altre, possano far tesoro della proposta che è emersa da quella giornata.
Tu, hai potuto incarnare questa passione nella musica. Cosa è per te la musica?
La musica è per sé stessa una dimensione che ti porta all’eterno. Un oltre che poi non molli più. Ti raccoglie nella tua materialità, perché sollecita i sensi, ma ti eleva a qualcosa che è misterioso e affascinante. Purtroppo si rischia di non incontrare la musica, ma una sua copia sbiadita, un rumore. Ma se uno ascolta davvero la musica per quello che è, non può più tornare indietro.
Allora, forse, questa può essere una via di speranza. Come pensi, grazie alla tua professione, di poter dare un contributo alla gente del nostro tempo?
Un contributo non potrà esserci attraverso parole o discorsi. Oggi a questo livello si scade subito nella contrapposizione. Penso di poter dare qualcosa, testimoniando la passione e la bellezza di quello che faccio. Oggi la strada è la testimonianza.
Infine ti chiedo una tua considerazione sulla tua Rimini e sui riminesi. Vivi da tempo a Venezia e, anche in ragione di questa distanza e conoscenza di un diverso ambito, pensi che Rimini abbia ancora qualcosa di originale da offrire al nostro tempo?
Sì, sicuramente Rimini può offrire molto. Il temperamento nostro romagnolo è positivo, perché è una tipologia umana molto interessante, una risorsa che altrove non si trova.
In cosa consiste?
Da una parte siamo un popolo laborioso. Dall’altra però ci caratterizza una sorta di modestia, ovvero sappiamo metterci in discussione, non prenderci troppo sul serio. Credo che sia poi questo che spinge alla laboriosità: ci si butta nelle imprese, senza essere frenati dal timore di non riuscire. Questa generosità e intraprendenza sono davvero rare altrove.
Emanuele Polverelli

