A pochi minuti dall’Apocalisse. “A House of Dynamite” di Kathryn Bigelow è un teso racconto sulla fragilità degli equilibri mondiali – su Netflix

“Have a good day”: l’augurio classico di una “buona giornata” che compare all’inizio del film è completamente disatteso da una escalation di eventi ad alta tensione. No, non è una “buona giornata” nell’ultimo film di Kathryn Bigelow (la prima donna a stringere in mano la statuetta dell’Oscar per la miglior regia nel 2009 per “The Hurt Locker”) “A House of Dynamite”, presentato lo scorso anno alla Mostra del Cinema di Venezia, un film ricco di tensione giocato sui vari punti di vista di differenti personaggi testimoni di un imminente attacco nucleare di matrice ignota agli Stati Uniti. Più di uno spettatore ha contestato la scelta narrativa del film, scritto da Noah Oppenheim, ex presidente NBC, dimissionario nel 2023 in merito a presunte censure sul “caso Weinstein”, scelta che non fornisce risposte definitive, ma la regista, insignita nel 1995 del Premio Federico Fellini” a Rimini, non è nuova nel trattare materiale “esplosivo”, in una filmografia tracciata tra vampiri contemporanei (l’originale “Il buio si avvicina”, 1987), poliziotte non convenzionali (Blue Steel, 1990), rapinatori “cult” (“Point Break”, 1991), visioni del futuro (“Strange days”, 1995) e ancora laceranti racconti di guerra (il già citato “Hurt Locker”), thriller politici (“Zero Dark Thirty”, 2012) e violenti resoconti di cronaca metropolitana (“Detroit”, 2017).

Questo suo ultimo film, già dal titolo, evidenzia il deflagrante potenziale della storia, una vicenda che si svolge in una giornata come tante, tra decine e decine di uomini e donne operativi tra le stanze del potere e le basi di difesa, tra le strutture dedicate alla sicurezza dei cittadini fino alla poltrona di maggior spicco, quella del Presidente degli Stati Uniti (no, non pensate all’attuale Capo di Stato americano, la scelta in questo caso è un po’ una sorpresa…) improvvisamente travolto da una scelta cruciale. Kathryn Bigelow maneggia con cura il materiale, organizza scrupolosamente i caratteri coinvolti (nel cast Rebecca Ferguson, Idris Elba, Jason Clarke, Gabriel Basso, Jared Harris e molti altri) che sono tanti ma per ognuno c’è lo spazio necessario anche per far emergere quel pizzico di privato che li rende profondamente umani, terribilmente spaventati dal crescendo degli avvenimenti, magari conosciuti solo come materia di esercitazione. Questa volta il pericolo è reale, i minuti scorrono veloci, il missile sembra inarrestabile e il suo bersaglio sempre più vicino (ci fermiamo qui altrimenti iniziano gli spoiler…). A prima vista può apparire come il classico “disaster-movie”, genere piuttosto diffuso nel cinema hollywoodiano tra aerei in avaria, grattacieli in fiamme, asteroidi in rotta di collisione con la Terra e vulcani risvegliati dal loro torpore, ma la regista non è certo autrice da compromessi e devia presto verso la fragilità estrema di un sistema mondiale che può saltare da un momento all’altro. Per questo “A House of Dynamite” non fornisce, giustamente, consolatorie risposte e per questo più di uno spettatore si è arrabbiato, cercando invano soluzioni più confortevoli, senza trovarle, proprio perché il film è quanto mai specchio di una contemporaneità, certo portata qui all’estremo, ma non troppo lontana da una realtà dove ogni giorno dobbiamo fare i conti con incertezze sempre più profonde e paure sempre più marcate.

Brava nel mettere in scena la tensione tra gli spazi ristretti dei luoghi dove si cerca in tutti modi di fermare la minaccia, contrastando con qualche immagine in esterno dove tutto sembra scorrere come di consueto, compresa la tradizionale ricostruzione della battaglia di Gettysburg, Kathryn Bigelow mette in scena un film da cardiopalma che avrebbe meritato qualche passaggio in sala in più (in Italia solo qualche sporadica proiezione, ma non certo una distribuzione regolare), rispetto alle scelte non condivisibili di Netflix che prosegue con la sua politica che evita il cinematografo, considerato obsoleto e predilige la visione domestica (forse adesso, alla luce degli incassi registrati in questa formidabile estate per il comparto cinema, grazie a “Odissea” e “Spider-Man”, qualche domanda se la faranno…) con la sua consueta maestria, già ampiamente dimostrata in corso d’opera con una capacità registica che sfida qualsiasi autore maschile, con anche l’abilità non comune di mettersi in gioco tra ardite riprese (non ha esitato a stare su un aereo o su una tavola da surf per girare “Point Break” e ha personalmente controllato una speciale attrezzatura per la vorticosa sequenza iniziale di “Strange Days”) anche in situazioni proibitive come durante lo “shooting” di “The Hurt Locker” in Giordania dove il termometro segnava 54 gradi.

Paolo Pagliarani