Il brigante Robin Hood. La nuova versione cinematografica dedicata all’eroe di Sherwood – al cinema

Dimenticate i baffetti ribaldi di Douglas Fairbanks nel primo lungometraggio del periodo del cinema muto (“Robin Hood”) dedicato all’eroe e diretto da Allan Dwan nel 1922, il più grande successo al botteghino dell’anno (scritto dallo stesso Fairbanks che per l’occasione adottò lo pseudonimo di Elton Thomas per firmare la sceneggiatura), o quelli di Errol Flynn ne “La leggenda di Robin Hood” di Michael Curtiz (1938). Ma anche le caratterizzazioni di Kevin Costner e Russell Crowe, rispettivamente in “Robin Hood – principe dei ladri” di Kevin Reynolds (1991) e “Robin Hood” di Ridley Scott (2010). La divertente versione antropomorfizzata animata targata Disney e diretta da Wolfgang Reitherman nel 1973 la lasciamo ai più piccoli (ma gli adulti sono ammessi), mentre chi si vuole fare due risate c’è sempre il buon Mel Brooks con la sua parodia “Robin Hood – un uomo in calzamaglia” (1993). Al limite se vi volete avvicinare a ciò che trovate tra qualche riga recuperate “Robin e Marian” di Richard Lester (1976) che racconta il declino dell’eroe e dell’amata Marian, entrambi in età avanzata, interpretati da Sean Connery e Audrey Hepburn.

Tutto questo preambolo per sottolineare che l’ultima versione cinematografica dedicata al popolare personaggio – (la prima citazione effettiva del carattere emerge nel 1377, in un poema scritto dal chierico William Langland), nato come fusione tra un personaggio realmente esistito (un bandito o un nobile sassone decaduto) e uno di fantasia, adattato nella versione moderna come eroe dal cuore d’oro, pronto a rubare ai ricchi per donare ai poveri e difendere questi ultimi dai soprusi esercitati dal sovrano usurpatore Giovanni Senzaterra – non ha quasi nulla di ciò che ritrovate nei film di cui sopra e in molti altri episodi cinematografici e televisivi, a partire dal primo racconto filmico dedicato al buon brigante di Sherwood datato 1908, “Robin Hood and His Merry Men”, e diretto da Percy Stow di produzione britannica (ma nella filmografia dedicata al personaggio c’è spazio anche per “Gwyn – principessa dei ladri”, la versione in gonnella realizzata per il piccolo schermo nel 2001 da Peter Hewitt con Keira Knightley appena sedicenne nel ruolo di Gwyn, figlia di Robin e Marian.)

In “Robin Hood – il prezzo del sangue”, scritto e diretto da Michael Sarnoski che giusto un paio di anni fa aveva proposto “A Quiet Place – Giorno 1”, prequel della serie dedicata ad una mostruosa invasione di alieni, Robin è anziano e disilluso, solitario e rancoroso, scocca ancora frecce con il suo arco e smentisce qualsiasi riferimento ad una presunta vita eroica e al grande amore per Marian, per lui personaggio immaginario ricavato da ballate popolari. Il Robin Hood interpretato da Hugh Jackman non fa sconti a nessuno, nei primi trenta minuti lo vediamo sterminare tutti coloro che lo vogliono morto, adolescenti compresi, in modo violento decisamente antitetico rispetto all’idea romantica che abbiamo ricavato da film e telefilm. Ferito gravemente, dopo aver visto perire l’amico Little John (Bill Skarsgård) in una furiosa battaglia, viene accolto e curato da una suora (Jodie Comer), sorella Brigid, un mix tra sacro e un pizzico di profano nei propri momenti di solitudine, in un convento ubicato su un’isola. Qui il film cambia passo e registro, diventa un racconto tra misticismo e redenzione, cita San Paolo e il poeta Lucrezio e Robin Hood che si nasconde sotto il falso nome di Randolph cerca pace dal suo tormentato passato, dal quale non riesce però a fuggire completamente.
Un lebbroso che vive sull’isola, la figlia adottiva di Little John, Margaret, un ragazzo di nome Arthur (no, non ci stiamo incrociando con il ciclo della Tavola Rotonda…) e i ricordi pesanti come macigni riportano l’arciere a fare i conti con sé stesso e con i comportamenti brutali e violenti che hanno contrassegnato la sua esistenza. Alla fine dei conti ci troviamo davanti ad una efficace demitizzazione del personaggio, con lo spirito crepuscolare e il senso di morte che aleggia per tutto il film ricavati in parte da “Robin Hood’s Death”, ballata popolare giunta a noi in forma frammentaria e risalente probabilmente al XVII secolo ma con possibilità di una versione anteriore, il che la rende uno dei testi più antichi dedicati a Robin.

Proprio per questo il film, crepuscolare e denso, cupo e coraggioso nell’affrontare diversamente la figura, non piacerà a tutti (l’incasso al momento registra poco meno di dieci milioni di dollari), soprattutto a chi non riesce a confrontarsi con varianti troppo diversificate di caratteri consolidati nella memoria collettiva, ma chi ha coraggio nel mettersi in gioco e non è troppo sensibile (la prima parte ha un impatto piuttosto violento, non ci portate i bambini “perché è un film su Robin Hood”), troverà diversi motivi di interesse in questa rilettura che alla fine trova la chiusa nel far risaltare la leggenda al posto della verità, un po’ come accadeva in “L’uomo che uccise Liberty Valance” di John Ford (1962) dove alla fine viene dichiarato che “siamo nel West, dove, se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda”. Ma qui non siamo nel West, siamo nelle gelide foreste britanniche nel 1247 (gran parte delle riprese sono state effettuate in Irlanda del Nord) e su un’isola sperduta dove è stato creato una piccola oasi di pace che accoglie bambini, emarginati e persone ferite nel corpo e nell’anima ed è qui che si staglia questo atipico e sorprendente Robin Hood, antieroe con molti lati oscuri ma con l’urgenza sempre più pressante di ricucire almeno in parte la sua anima frammentata.

Paolo Pagliarani