Giusto 120 anni fa, precisamente l’11 aprile 1906, Rimini subì una pacifica invasione di cow-boys e indiani per via di un evento unico ed irripetibile, il Wild West Show, lo spettacolo teatrale di Buffalo Bill che nel suo lungo tour italiano fece tappa in città, dopo la visita ad Ancona. Uno show “kolossal”, in grado di reggere il confronto con gli elaborati “live” che oggi vanno tanto di moda. Qualsiasi impresario contemporaneo forse non se la sentirebbe oggi di organizzare una “baracca” del genere, visto che la carovana di William Frederick Cody (il vero nome di Buffalo Bill) viaggiava su quattro treni speciali composti da dodici, tredici vagoni ciascuno, con 700 persone tra artisti ed entourage e 500 cavalli. Un appuntamento rimasto scolpito nella memoria collettiva cittadina per lungo tempo, ora rievocato dalla XXIII edizione della Festa de’Borg, il tradizionale appuntamento a San Giuliano Borgo, gestito dalla Società de Borg che ogni due anni riempie vie e piazzette del vivace quartiere riminese con una festa che è spettacolo, incontro e condivisione tra chi al Borgo ci vive da anni, chi ci ritorna e chi passeggia tra i suoi caratteristici vicoli da turista o da curioso. Per rinfrescare la memoria sulla figura del celebre militare americano, cacciatore di bisonti (da qui il soprannome, il “buffalo” è il bisonte americano), la Società de Borg propone due appuntamenti cinematografici a lui dedicati al Chiostro della Chiesa di San Giuliano (ore 21, ingresso gratuito).
La prima serata è in programma mercoledì 5 agosto ed è imperniata sul film del 1944 “Buffalo Bill” diretto da William A. Wellman, solido artigiano hollywoodiano di ampia filmografia, autore di film come il gangsteristico “Nemico pubblico” del 1931 con James Cagney, la prima versione di “È nata una stella” diretta nel 1937 (l’unica non musicale delle quattro versioni uscite al cinema), premiata con l’Oscar per il miglior soggetto, ideato dallo stesso Wellman assieme a Robert Carson, nel 1938, e quello che è considerato il suo capolavoro, il western “Alba fatale”, il primo film a togliere la patina retorica del mito della frontiera e ridimensionare l’idea romantica del cow-boy.
Interpretato da Joel McCrea (molti western in curriculum ma lavori anche con Alfred Hitchcock, Preston Sturges, Cecil B. De Mille e Howard Hawks), Maureen O’ Hara (una delle attrici predilette di John Ford e interprete di molti film popolari), Linda Darnell (partner di Tyrone Power in alcuni film, qui nei panni di una squaw indiana) e Anthony Quinn (utilizzato per il ruolo dell’indiano Mano Gialla), il film è una versione romanzata della vita di Buffalo Bill, con Cody presentato addirittura come figura amica e rispettosa degli indiani, soprattutto i Cheyenne, che è costretto a combattere istigato dai politici americano che non vedono di buon occhio i nativi, per poi dedicarsi al suo spettacolo itinerante e all’impegno contro i maltrattamenti subiti dagli indiani.
L’esatto contrario di ciò che viene mostrato nel dissacrante “Buffalo Bill e gli indiani” (mercoledì 19 agosto), diretto da Robert Altman nel 1976. Prodotto da Dino de Laurentiis, che all’epoca aveva acquistato i diritti del romanzo “Ragtime” di E.L.Doctorow per una trasposizione cinematografica diretta da Altman che era molto interessato alla storia, naufragata per gli alti costi di produzione (ci si cimenterà Milos Forman nel 1981 con un bellissimo film sfortunato al botteghino), il film è tratto dall’opera teatrale “Indians” di Arthur L.Kopit, riscritta però completamente dallo stesso Altman e da Alan Rudolph. L’occhio caustico e iconoclasta del regista di “Nashville” trova terreno fertile nel raccontare in modo molto più realistico, privando la vicenda di qualsiasi tono mitologico e hollywoodiano, i retroscena del grande “Wild West Show” con i contrasti tra Cody (interpretato da Paul Newman che tratteggia il personaggio come vanaglorioso uomo di spettacolo, imbevuto di successo e di alcool e poco propenso ad accettare la verità storica del massacro degli indiani) e il capo Sioux Toro Seduto (che partecipò effettivamente allo show, anche nelle tappe italiane), in una popolata galleria di personaggi come l’impresario e cofondatore dello show Nate Salsbury (Joel Grey, premio Oscar per “Cabaret”), l’infallibile pistolera Annie Oakley, una delle star dello spettacolo (Geraldine Chaplin, figlia del grande Charlie) e ancora una colonna cinematografica come Burt Lancaster (lo scrittore Ned Buntline), Harvey Keitel, Shelley Duvall e il nativo creek Will Sampson (indimenticabile nei panni di Capo Bromden in “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman). Orso d’oro al Festival di Berlino del 1976 (segno di un’attenzione maggiore in Europa rispetto a critici e spettatori americani) , “Buffalo Bill e gli indiani” (il titolo originale completo è “Buffalo Bill and the Indians or Sitting Bull’s History Lesson), con un budget di 6 milioni di dollari (il più cospicuo della carriera di Altman, il che gli permise di ingaggiare Newman e Lancaster) fu accolto tiepidamente dal pubblico americano, vuoi perché gli Stati Uniti erano in piena euforia da festeggiamenti del Bicentenario della Dichiarazione di Indipendenza e mal digerivano che si mettessero in mostra gli aspetti meno eroici e nobili dei protagonisti della loro storia, vuoi per la caratterizzazione di Toro Seduto, figura spirituale e morale che rifiuta di esibirsi nella ricostruzione della battaglia di Little Big Horne (nota anche come Custer’s Last Stand) e chiede invece di poter mostrare al pubblico il massacro di un pacifico villaggio Sioux.
Paolo Pagliarani

