Con una maschera da sub ho salvato 186.000 persone. Intervista a Cristian Fracassi

Si chiama ‘Charlotte’ la valvola che ha reso famosa in tutto il mondo una comune maschera da sub, rendendola un respiratore d’emergenza durante il Covid-19. È diventata anche uno dei simboli della genialità italiana che, proprio nei momenti di emergenza, dà il meglio di sé, superando anche ostacoli enormi, grazie all’ingegno, alla tenacia, a un pizzico di incoscienza, e “un cuore gigante”, come direbbe un altro genio italico come Brunori Sas.
A mettere a punto, durante la pandemia, questo curioso respiratore, che ha contribuito a salvare circa 186.000 vite in 72 Paesi in tutto il mondo, è un ingegnere bresciano, si chiama Cristian Fracassi ed è CEO dell’azienda Isinnova. Insieme a uno staff di sette persone, si è trovato nel bel mezzo dell’emergenza più grave degli ultimi decenni a decidere se rischiare e buttarsi, mettendo in comune le sue competenze e la sua sana follia, oppure tirarsi indietro, pensando prima di tutto e più che legittimamente, alla salute propria e della propria famiglia.
È lo stesso Fracassi, ospite nei giorni scorsi di un evento della Compagnia delle Opere di Rimini e della Romagna, a raccontarci com’è andata.

Come succede che una maschera da sub diventi un importante strumento salvavita durante il Covid-19?

«È stato ovviamente qualcosa di fortuito, non c’era premeditazione. Noi siamo un centro di ricerca specializzato nella creazione di prototipi e nella stampa 3D, che all’epoca contava 14 persone. Durante il picco del Covid-19, un ospedale di Brescia rimane senza alcuni pezzi e chiede a un giornale di pubblicare un annuncio urgente in prima pagina per chiedere aiuto. La direttrice del giornale (Nunzia Vallini de Il Giornale di Brescia, ndr) ci mette in contatto diretto con l’ospedale. Capiamo che c’è bisogno di valvole respiratorie e, in un paio di giorni, riusciamo a fornirne 100, facendo respirare 100 persone.
Il giorno dopo, un medico in pensione legge la notizia, mi chiama e mi avverte che a breve sarebbero mancati direttamente i CPAP (Continuous Positive Airway Pressure, ndr), suggerendomi di partire dalle maschere da sub perché già pensate per la respirazione e dotate di ermeticità. Recuperiamo una maschera della Decathlon, la smontiamo, capiamo come convertirla e realizziamo il primo prodotto. L’ospedale lo testa e funziona. Proprio in quel momento le maschere iniziano a mancare davvero: le richieste passano da un ospedale a Brescia a 50 ospedali in tutta Italia in un solo giorno, per una richiesta complessiva di circa 15.000 maschere.
Stampare gli accessori per agganciare questa maschera richiedeva due ore per ogni esemplare. 15.000 maschere per due ore l’una sono 30.000 ore di lavoro; ci avrei messo anni a farle da solo. L’idea è stata quindi di caricare online il file 3D e chiedere aiuto tramite i giornali a chiunque avesse una stampante. Abbiamo caricato il file venerdì sera, sabato mattina avevamo 2 milioni di download da 72 stati diversi. Decathlon ha donato circa 136.000 maschere. Il progetto ci ha tenuti coinvolti sei mesi, perché facevamo da ponte, mettendo in contatto gli ospedali bresciani con quelli di tutto il mondo, per rispondere a una valanga di richieste mediche e tecniche».

Questa dinamica dell’open source è stata fondamentale per il successo.

«Esatto. Noi abbiamo continuato a stampare, non ci siamo mai fermati, ma non abbiamo superato le 500 unità stampate. Secondo i calcoli di una ragazza lituana che ha fatto la tesi su di noi, abbiamo salvato circa 186.000 persone: noi da soli avremmo coperto lo 0,06%. La grande forza è stata proprio la distribuzione online del file».

Secondo lei c’è bisogno di un’emergenza perché scatti questa dinamica di condivisione?

«In realtà ormai è diventato parte del nostro DNA. Quando quattro anni fa è scoppiata la guerra in Ucraina, una onlus di medici bresciani (InterMed Onlus, ndr) ci ha chiamato perché avevano oltre 3.000 persone amputate da mina e una protesi artificiale costa dai 5.000 agli 80.000 euro. Ci siamo ingegnati per creare protesi di gambe che costassero non più di 500 euro e ne abbiamo donate 180.
In questo caso non ho caricato il file online ma, per farle costare poco, ho preso pezzi già esistenti come tubolari di alluminio e una ciotola in acciaio inox dell’Ikea. Questi file li abbiamo poi passati a un’associazione di donne afghane a cui è vietato studiare; si riuniscono su WhatsApp e ho insegnato loro come costruirsele da sole. Questo è il nostro modo di comunicare come azienda: al posto di sponsorizzare i social o comprare pagine dei giornali, doniamo un progetto benefico. I media raccontano spontaneamente la nostra storia ed entriamo nella cronaca avendo fatto del bene, con un doppio beneficio».

Da dove nasce il nome ‘Charlotte’?

«È la traduzione del nome di mia moglie: Carlotta. Mentre quello della protesi è Letizia, come mia madre».

Sono state contente di questi ‘battesimi’?

«Sì, molto, consideri che la maschera Charlotte è stata esposta al MoMA di New York e ha anche vinto un ‘Compasso d’Oro’ nel 2022 (il più antico e prestigioso premio al mondo, nel campo del design industriale, ndr)».

Ha anticipato la mia prossima domanda: quale delle tante onorificenze o premi, tra cui il cavalierato del lavoro dal Presidente della Repubblica, le ha fatto più piacere?

«Quello che ci ha stupito di più è stato il Mother Teresa Memorial Award for Social Justice (nel 2020, ndr), considerato il Premio Nobel dell’impatto sociale che, all’inizio, avevo mandato nello spam credendo fosse un fake. Lo avevano vinto, prima di noi, il Dalai Lama (2010) e altre importanti personalità internazionali. Alessandro Romaioli e io siamo stati i primi italiani. In realtà non ambivamo a premi di nessun tipo. Anzi, abbiamo avuto anche diversi problemi: all’inizio abbiamo ricevuto due PEC dal Ministero della Salute, che ci intimava di eliminare il progetto, perché stavamo promuovendo un metodo di cura non certificato. Avevano anche ragione, ma avevo caricato il file online e generato 2 milioni di download in un giorno: ormai i file erano in tutto il mondo ed era impossibile cancellarli! Quando sono arrivati i premi, anche da parte delle istituzioni statali, è stato un sospiro di sollievo, abbiamo sperato che servissero anche ad evitarci eventuali ripercussioni negative».

Quanto è stato importante il coraggio in quello che ha fatto?

«Più che coraggio, all’inizio è stata incoscienza. Nessun consulente mi avrebbe detto di farlo: non eravamo esperti in respiratoria, non avevamo mai stampato device medicali, non avevamo capitali e avevamo solo tre giorni di tempo al posto dei mesi necessari. I miei genitori, all’epoca, mi detestavano perché giravo nei reparti Covid mentre a Brescia e Bergamo passavano i camion con le bare. Con una moglie incinta, mia mamma mi diceva che rischiavo la vita. Da un lato, però, sarebbe stato un peccato mortale avere un’idea in testa in grado di aiutare e non provare a portarla avanti. E poi non ero da solo, eravamo un team di sette ragazzi, i medici ci tranquillizzavano e abbiamo avuto anche la fortuna che il primo prototipo funzionasse al primo colpo».

Qual è il suo prossimo progetto?

«Si tratta di un progetto molto importante, sempre in ambito medicale, al quale stiamo lavorando da oltre due anni. È un macchinario che fa analisi diagnostiche ed è in grado di abbassare drasticamente sia i tempi che i costi di una visita. Fa analisi del cuore, del cervello, dei polmoni, dei muscoli, del sangue, delle urine e della vista. Mediamente in un ospedale servono 1.300 euro per un checkup completo e otto ore di tempo; noi scendiamo a 45 minuti di visita contro le 8 ore e dimezziamo almeno il prezzo».

Quando pensate che sarà pronto?

«È già pronto. Essendo un progetto programmato e non estemporaneo, abbiamo concluso l’iter certificativo proprio ieri pomeriggio. Le prime due macchine sono già state vendute e abbiamo iniziato i contratti per le successive. Probabilmente inizieremo a fare il lancio pubblicitario ai primi di settembre».

A cura di Alessandro Caprio