«Il tango è un pensiero triste che si balla.» (Enrique Santos Discépolo, Buenos Aires , 1901-1951)

Quando  avevo dodici anni andai in Argentina. In realtà non mi mossi da casa, ma lessi per la prima volta “Dagli Appennini alle Ande” di Edmondo De Amicis (era il racconto più lungo di “Cuore”, testo basilare per l’educazione negli anni sessanta per chi è boomer come me). “Molti anni fa un ragazzo genovese di tredici anni, figliuolo d’un operaio, andò da Genova in America, – solo, – per cercare sua madre.”
Nel racconto di De Amicis feci la conoscenza emozionante della pampa sterminata e arida, e dei gauchos che l’abitavano. E poi dei sobborghi di Buenos Aires, con il quartiere della Boca abitato dai genovesi. Ho sentito il sibilo dei cuchillos (coltelli) nella notte e le voci rumorose degli uomini del Sur. E così sapevo un po’ di più di un paese che impersonavo con un uomo – il gaucho e con una musica, che è anche un ballo: il tango.

Il tango secondo il grande poeta e scrittore Jorge Luis Borges nasce nel 1880, oscuramente, “clandestinamente” (sarebbe la parola più adatta) nelle periferie di Buenos Aires e Montevideo, due città portuali profondamente segnate dall’immigrazione italiana e in genere europea.
Il tango – allora – era indecente: nasce nelle casas malas, cioè i bordelli dei quartieri come il Sur o San Telmo a Buenos Aires. La musica è fatta generalmente da un violino, un piano e un flauto. Poi arriverà ai primi del ‘900 il bandoneón. E’ una forma di espressione artistica che incorpora ritmi africani, danze popolari come la milonga, o  l’habanera, originaria di Cuba; valzer, polka e mazurka introdotti dagli immigrati europei.
Il tango, quindi, non appartiene a una sola cultura: è il frutto di una continua contaminazione.

I primi tangos somigliano a milonghe di quartiere, a canzoni dal tono arrogante, come Don Juan « El Taita del Barrio » composto da Ernesto Ponzio nel 1898.

Yo vivo por San Cristóbal
me llaman don Juan Cabello,
anóteselo en el cuello
y ahí va, y ahí va, así me quieren ver.

En el tango soy tan taura
que, cuando hago un doble corte,
corre la voz por el Norte
si es que me encuentro en el Sur.

Calá, che calá,
calá, che calá,
y calate el funye
hasta la mitad.

“Vivo dalle parti di San Cristóbal / mi chiamano Don Juan Cabello / annotalo nel collo / ecco, è così che vogliono vedermi. / Nel tango sono così in gamba / che quando faccio un passo doppio / si sparge la voce nel Nord / se lo sto facendo nel Sud. / Ehi, sbircia bene / e calca giù bene il cappello / fino a metà.”

Ernesto Ponzio, Don Juan – Francisco Canaro y su Orquesta  (1929)
Qui in una versione con arrangiamento moderno:
Ernesto Ponzio, Don Juan « El Taita del Barrio » (1898 ca.)

Negli anni Venti conosciamo la massima espansione del tango argentino, portato in Europa e negli States da alcuni grandi musicisti e cantanti argentini dell’epoca. Uno di questi si chiama Enrique Saborido (1877-1941), musicista e compositore di tanghi. Un signore molto tranquillo – ricorda J.L. Borges – non aveva assolutamente niente del “guappo”, era impiegato alla dogana e insegnò il tango alle signore dell’aristocrazia francese e inglese, ha lasciato due tanghi indimenticabili, La Morocha e Sé feliz.

La Morocha fu ispirato da Lola Candales: una giovane ballerina uruguaiana, mora, che frequentava il Bar Reconquista, della quale Saborido era innamorato.

Soy la morocha argentina,
la que no siente pesares
y alegre pasa la vida
con sus cantares.
Soy la gentil compañera
del noble gaucho porteño,
la que conserva el cariño
para su dueño.

Sono la bruna argentina,
colei che non prova rimpianti
e la vita felice passa
con le sue canzoni.
Sono la compagna gentile
del nobile gaucho di Buenos Aires,
colei che mantiene l’amore
per il suo proprietario.

Ángel Villoldo – Enrique Saborido, La Morocha (1905)

C’è poi un nome che fa parte del mito del tango, ed è quello di Carlos Gardel.
Carlos Gardel, che morì in incidente aereo nel 1935 a 45 anni, al di là della voce e dell’orecchio che aveva, riuscì a fare del tango un’arte. Come disse una volta Borges “Gardel portò il tango, non so se alla perfezione, ma certamente al suo apice” .

“Yo adivino el parpadeo
de las luces que a lo lejos
van marcando mi retorno
son las mismas que alumbraron
con sus palidos reflejos
hondas horas de dolor

Y aunque no quise el regreso,
siempre se vuelve al primer amor
la vieja calle donde el eco dijo
tuya es su vida, tuyo es su querer
bajo el burlon mirar de las estrellas
que con indiferencia hoy me ven volver

Volver con la frente marchita
las nieves del tiempo platearon mi sien
sentir que es un soplo la vida
que veinte años no es nada
que febril la mirada, errante en las sombras
te busca y te nombra
vivir con el alma aferrada
a un dulce recuerdo
que lloro otra vez

Tengo miedo del encuentro
con el pasado que vuelve
a enfrentarse con mi vida
tengo miedo de las noches
que pobladas de recuerdos
encadenan mi soñar

Pero el viajero que huye
tarde o temprano detiene su andar
y aunque el olvido, que todo destruye
haya matado mi vieja ilusion
guardo escondida una esperanza humilde
que es toda la fortuna de mi corazón.

Volver con la frente marchita
las nieves del tiempo platearon mi sien
sentir que es un soplo la vida
que veinte años no es nada
que febril la mirada, errante en las sombras
te busca y te nombra
vivir con el alma aferrada
a un dulce recuerdo
que lloro otra vez…”.

Ri­tor­nare
(Traduzione a cura di Arturo Bandini)

“In­do­vino il lampeggiare delle luci
che in lontananza segnano il mio ri­torno
sono le stesse che il­lu­mi­na­rono
con il loro pal­lidi ri­flessi
ore pro­fonde di dolore…

E an­che se non volevo tornare
sem­pre si ri­torna al primo amore.
La strada vec­chia dove l’eco mi disse:
“tua è la sua vita, tuo è il suo amore”
sotto lo sguardo bef­fardo delle stelle
che oggi, indifferenti, mi ve­dono tornare

Tornare, con la fronte segnata
le nevi del tempo hanno argentato le mie tem­pie.
Sentire che la vita è un soffio
che vent’anni non sono niente
che lo sguardo febbrile, perso tra le om­bre
ti cerca e ti chiama.
Vivere con l’anima ag­grap­pata
a un dolce ri­cordo
che piango ancora.

Ho paura dell’incontro
con il pas­sato che ri­torna
a confrontarsi con la mia vita.
Ho paura delle notti
che, po­po­late di ri­cordi,
in­ca­te­nano i miei sogni.

Però il viag­gia­tore che fugge
prima o poi ferma il suo cammino.
E an­che se l’oblio, che tutto di­strugge,
ha spento la mia vec­chia il­lu­sione
custodisco na­sco­sta una timida speranza
che è tutta la ricchezza del mio cuore.

Tornare con la fronte segnata
le nevi del tempo hanno argentato le mie tempie.
Sentire che è la vita è un soffio
che vent’anni non sono niente
che lo sguardo febbrile, perso tra le ombre,
ti cerca e ti no­mina.
Vivere con l’anima ag­grap­pata
a un dolce ri­cordo
che piango ancora…”.

Questo è uno dei suoi tanghi più famosi:
Carlos Gardel, Volver (1934)

Forse molti di noi non avranno mai passeggiato per i barrios di Buenos Aires, forse non avranno mai messo piede in una milonga, né ammirato gli artisti di strada lungo El Caminito, ma se chiediamo di Astor Piazzolla, chiunque oggi penserà al re del tango.
Decenni più tardi di Gardel e della “guardia vieja”, Astor Piazzolla rivoluzionò il genere con il nuevo tango, fondendo elementi della musica classica e del jazz senza rinunciare alle radici tradizionali.
Della sua musica Piazzolla una volta disse “Sì, è sicuro, sono un nemico del tango; ma del tango come lo intendono loro. Se tutto è cambiato, deve cambiare anche la musica di Buenos Aires. Siamo molti a voler cambiare il tango, ma questi signori che mi attaccano non lo capiscono né lo capiranno mai. Io vado avanti, senza considerarli.”
Il più grande interprete di tango della prima parte del XX secolo, Carlos Gardel, lo invitò appena quattordicenne ad incidere qualche tema per il film “El dia que me quieras”. Tornato finalmente a Buenos Aires, formò nel 1946 la sua prima orchestra, e si dedicò alla musica da concerto e alla composizione, ricevendo molti premi.
Fu a Parigi, di nuovo lontano dalla terra natia per studiare insieme alla compositrice Nadia Boulanger, che comprese la sua vera vocazione: continuare con la musica popolare. Tornato in patria, fondò El octeto de Buenos Aires e cominciò qui la sua rivoluzione: la Vecchia Guardia gli andava stretta, il tango tradizionale non gli apparteneva.

Qui propongo due suoi brani, forse non così famosi come Libertango o Oblivion, ma altrettanto importanti. Il primo del 1959, Adiós Nonino, scritto in memoria del padre, considerato uno dei suoi capolavori più emozionanti.
Il secondo è  El exilio de Gardel, composto nel 1985 per il film di  Fernando E. Solanas “Tangos. El exilio de Gardel”.

Verso la fine degli anni settanta un gruppo di artisti argentini in esilio a Parigi cercano di mettere in scena uno spettacolo di musica e danza, dedicato al grande Carlos Gardel, per uscire dall’apatia dell’esilio. Lo spettacolo, in cui convivono contenuti politici (legati alla Dittatura militare argentina) e personali, non viene però capito dai finanziatori francesi che lo giudicano “troppo argentino”, lontano dai gusti europei e non andrà mai in scena.

Astor Piazzolla, Adiòs Nonino (1969)

Astor Piazzolla, Milonga – El exilio de Gardel (1984)

Alla fine di questo viaggio tra i passi del tango, vorrei proporvi un brano di un autore jazz che amo particolarmente, argentino di Rosario – Leandro “Gato” Barbieri. Grande amico/rivale di Astor Piazzolla, ha imparato da lui come esporre senza pudore i propri sentimenti incanalandoli in composizioni inattaccabili, rivestite da un lirismo sempre in tensione e con un timbro leonino che sprizza energia ad ogni passaggio. Qui lo sentiamo in  “Milonga Triste” , uno dei brani più celebri e struggenti e reinterpretazione del classico tango di Sebastián Piana.  Il brano era incluso nel suo acclamato album del 1974, Chapter Three: Viva Emiliano Zapata.

Gato Barbieri, Milonga Triste (1974)

Dónde estarán?,pregunta la elegía
de quienes ya no son, como si hubiera
una región en que el Ayer pudiera
sere el Hoy,el Aún y el Todavía.
¿Dónde estará (repito) el malevaje
que fundó en polvorientos callejones
de tierra o en perdidas poblaciones
la secta del cuchillo y del coraje?

Dove saranno? chiede la elegia
di quelli che oramai non sono più,
come se esistesse un luogo dove Ieri
potesse essere l’Oggi, essere l’Ancora, il Sempre.
Dove sarà (ripeto) la teppaglia
che in polverosi vicoli sterrati
o in perduti villaggi istituì
la setta del coltello e del coraggio ?
Jorge Luis Borges, El Tango

Mauro Bianchi