Sette canti contro lo scontento, Davide Rondoni, Garzanti 2026

Sette canti contro lo scontento di Davide Rondoni (Garzanti, 2026) non è certo un libro da leggere sotto l’ombrellone, fra una nuotata in mare e uno Spritz. È un libro che chiede una lettura calma, silenziosa, solitaria. Non tanto per chiedersi più volte cosa il poeta ha voluto dire. “Ha voluto dire quello che ha scritto” ha tagliato corso in un incontro coi suoi lettori nei giorni scorsi a Rimini. La poesia non va capita, va compresa, assicura. E allora con piena coscienza e deliberato consenso vi invito a prendere in mano il testo e a fare le vostre scoperte. Ne uscirete certamente arricchiti.

Partiamo dicendo che il libro non è una raccolta di poesie, Rondoni li chiama Canti, mutuando il genere da Dante, Leopardi, Pound. Sono sette canti, un numero che per gli appassionati di numerologia ha un suo perché, anticipati da due prologhi e intervallati da intermezzi. Sono sette canti contro lo Scontento, scritto con la maiuscola quasi fosse una persona reale. Rondoni mutua la parola da illustri colleghi, da Steinbeck, che scrisse L’inverno del nostro scontento, citando Shakespeare, il Riccardo III “Ormai l’inverno del nostro scontento si è fatto gloriosa estate a questo sole di York”.

Lo Scontento appare nel primo prologo ed “apre le sue foreste verdebuio”. Lo Scontento ha fauci meravigliose fauci con cui mastica lentamente. Davanti allo Scontento (è il nichilismo? il male di vivere? Il nulla che avanza?), il poeta consiglia una postura “e poi mormora no, io è della tempesta”. Nel IV Canto scopriamo: quando lo Scontento attacca / saetta serpente verdesquame / e la madre uccide i suoi figli/ e l’insano esiliato getta un ragazzino di otto anni sotto il treno. Lo Scontento è il serpente, il male. Nel Canto I l’itinerario del poeta ci aveva portato ad incontrare “Basilisco, re dei serpenti magici, detto anche Devasto, lo uccidi solo se gli rifletti contro lo sguardo”.
Nel secondo prologo, il poeta è alla stazione all’inizio del suo viaggio di battaglia contro lo Scontento, un viaggio di scrittura durato circa dieci anni. Prima incontra il Principe Tempo, il suo corteo, la mano smaltata saluta e scorre su quei volti grigi. Per un attimo li abbaglia. Poi li abbatte tra bollette da pagare grovigli di manici, tracolli in plastica. In stazione c’è una ragazza che gli ripete solo quel che ti fa sorridere tra le lacrime / vale tutto il tuo amore. Per Rondoni quella ragazza è Nausicaa, o anche la biblica Abisag, comunque una presenza di consolazione.

Il primo luogo di battaglia con lo Scontento è Milano, città metropoli-tana.
“E io guardando file di soddisfatti
giornalisti poetastri cantantini
mormoro contro i muri
della metropoli tana
“pagherete tutto con la violenza
che cresce contro i ragazzini”

E lo Scontento che fa? Lui “tre facce professore / showman venditore, cammina infreddoliti vestiti eleganti / ogni tanto guarda con nostalgia e traccia di cocaina alle narici”

C’è tanto Scontento contro cui lottare in America dove incontra Oriana Fallaci “rock contratto” e tanta gente in casa dei Monda. C’erano la Rosellini, la danzatrice Alessandra, il cantante Jovanotti, il regista Garrone di successo. Ma Rondoni viene colpito da una figura strana, la donna di un lanciatore di coltelli, il cui destino vitale è legato ad ogni millimetrico spostamento. Alla fine conclude: ma il destino è un lanciatore di coltelli / fissalo negli occhi fidati di lui.

Nello stesso canto si sofferma sulla letizia “il divino belvedere”.
La letizia, dolce guerriera fa agguati in luoghi strani
In murales secondari a New York in periferia
nel volto appassionato di don Giussani.

C’è tanto in questi Canti, anche una tappa a Firenze e nella Toscana “divina, lacrimosa”. Le Madonne del Beato Angelico che sembrano modelle di Armani, anzi no, di Dior, corregge il poeta una studiosa di storia dell’arte. Firenze significa l’incontro con Mario Luzi e Piero Bigongiari:
Giovinezza che imparasti anche da due anziani
poeti fiorentini, visti e rapiti dall’ombra, nei cieli
Nella strepitosa Firenze il poeta scopre che in mezzo alla bellezza infuria più forte la lotta allo Scontento
E si chiede: Cosa c’è di più bello che dire alla bellezza “tu” e ripete piano: sei l’accordatura del mondo?

Solo un piccolo saggio di ciò che il lettore può trovare in questi Canti.

Valerio Lessi