A Rimini si è appena conclusa la 42esima edizione di Cartoon Club, Festival Internazionale del Cinema d’Animazione e del Fumetto, una delle più longeve manifestazioni dedicate alle due popolari forme d’arte e di intrattenimento e cogliamo l’occasione per rinfrescare la memoria sull’opera di Bruno Bozzetto (ospite in più occasioni alla kermesse riminese), uno dei maestri del cartoon, autore la cui versatilità e genialità è riconosciuta in tutto il mondo (lo sanno bene quelli della Pixar che anni fa, durante una sua visita agli studios, gli tributarono onori tali da lasciare l’autore, oggi vivace ottantottenne, tuttora in fertile attività, senza parole), recentemente insignito di un meritatissimo David di Donatello alla carriera, abile sia nella sintesi del cortometraggio che nelle dinamiche del racconto più dilatato. Senza togliere nulla alle sue chicche “brevi” e al noto personaggio del Signor Rossi, figurina inconfondibile che racchiude tutta l’essenza della media italianità (prossimo ad una nuova serie animata), ci soffermiamo in questa occasione nelle sue esperienze con il lungometraggio animato (si è anche cimentato con la regia “dal vero” nel curioso “Sotto il ristorante cinese” del 1986 con Claudio Botosso, Amanda Sandrelli e Nancy Brilli, ma questa è un’altra storia sulla quale magari torneremo in altra occasione), tre per la precisione, con il rimpianto di progetti ulteriori mai realizzati (in particolare un film dedicato alla preistoria) per via della miopia produttiva che imperversa nel nostro paese e considera poco redditizi i “film disegnati”.
La prima esperienza nel lungometraggio è datata 1965 e sono ben 16 anni che gli schermi cinematografici nazionali non mostrano lungometraggi animati prodotti in Italia: sono gli anni del “western all’italiana”, Sergio Leone aveva sbancato al box office italiano l’anno prima con “Per un pugno di dollari” e Bozzetto realizza con “West and Soda” un’efficace parodia del genere, galleria impagabile di caratteri che non possono mai mancare in un buon film western, tratteggiati con ironia e sarcasmo. Il cowboy Johnny difende la cow-girl Clementina dalle mire matrimoniali del perfido “Cattivissimo”, accompagnato dai suoi sgherri Ursus e Smilzo, in realtà per conquistare il ranch della ragazza, ultimo baluardo rimasto fuori dalla sua conquista territoriale. Mucche saccenti, un cane alcolizzato, un saloon con tanto di baro, pianista e prostituta, un diamante, ovviamente indiani e la cavalleria e l’inevitabile, e spassoso, duello che non sfigura di fronte a quelli nei film di Leone, con tanto di musica “morriconiana” firmata da Giampiero Boneschi. Bozzetto, autentico appassionato del genere, utilizza il western in quanto per lui rappresenta una sorta di fiaba moderna e tra i suoi modelli d’ispirazione troviamo il cowboy interpretato da Alan Ladd ne “Il cavaliere della valle solitaria” di George Stevens (1953) riferimento per il pistolero Johnny (doppiato da Nando Gazzolo). Tra i collaboratori Attilio Giovannini, che lo spinse a realizzare il lungometraggio e lo affiancò per soggetto e sceneggiatura e figure fondamentali come gli animatori Guido Manuli e Giuseppe Laganà, colonne portanti dell’esperienza.
Tre anni dopo Bozzetto prende di mira il mondo dei supereroi, aggiungendo il registro della critica al consumismo e al capitalismo, con frecciatine ai condizionamenti della pubblicità (ricordiamo che sono gli anni di “Carosello” e tutti gli animatori italiani hanno la possibilità di lavorare realizzando spot rimasti saldamente incollati nella memoria collettiva). Il risultato è “Vip, mio fratello superuomo” (1968), con sceneggiatura firmata da Bozzetto, Giovannini e Manuli. Protagonisti Supervip, bello ed invincibile e Minivip, “nerd” e complessato, senza poteri di sorta se non due alette per minimi svolazzi, tratteggiato sulla falsariga di Woody Allen (e genialmente viene scelto proprio il doppiatore italiano del comico ebreo, Oreste Lionello, per la voce di Minivip). Naufraghi durante una crociera i due fratelli si trovano impegnati a fronteggiare la minaccia di Happy Betty, genio del male, supportata da un esercito di piccoli schiavi cinesi, decisa a condizionare tutta l’umanità stimolando l’acquisto esclusivo dei suoi prodotti attraverso l’utilizzo di speciali piccoli missili in grado di influenzare le onde cerebrali. Per i due sarà anche l’occasione per trovare l’anima gemella, la seducente antropologa Lisa per Supervip e la timida Nervustrella per Minivip, in un tripudio di trovate dove trovano spazio anche citazioni dei film di 007, il tutto miscelato sapientemente con la colonna sonora irresistibile di Franco Godi animata dai vocalizzi funambolici dei 4+4 di Nora Orlandi e un paio di efficaci canzoni interpretate da Herbert Pagani, artista poliedrico e voce dimenticata degli anni della contestazione. Minivip e Supervip sono poi ritornati sul piccolo schermo nel 2009 con la serie di 26 episodi “Psicovip”.
Bisogna attendere qualche anno in più, il 1976 (anzi in realtà in Italia il 1979 perché passano tre anni prima della distribuzione del film in Italia, in quanto alla Cineriz non reputano che ci sia un’adeguata fascia di pubblico disposta a vedere l’opera, poi disponibile nel periodo natalizio grazie al successo raccolto negli Stati Uniti, Francia, Svezia e Regno Unito), per il terzo lungometraggio firmato da Bruno Bozzetto, “Allegro non troppo”, film che si ispira al classico Disney “Fantasia”, trovando una sua autonomia artistica e creativa e distaccandosi progressivamente dall’illustre predecessore, con un suo personale gusto poetico e satirico. Si tratta di sei segmenti animati, collegati da scene dal vero in bianco e nero dove compaiono attori come Maurizio Micheli e Maurizio Nichetti (che scrisse la sceneggiatura assieme a Bozzetto e Manuli) ma anche Angela Finocchiaro come membro dell’orchestra, sottolineati da brani sinfonici. Si va da Debussy a Dvorák, dal celebre “Bolero” di Ravel al “Valzer triste” di Sibelius, passando per Vivaldi e “L’uccello di fuoco” di Stravinskij, tra pagine più poetiche e veloci sberleffi, allusioni sessuali e critiche all’evoluzione del consumismo. Il film vinse un David di Donatello speciale nel 1978 e, a proposito di premi, a Bruno Bozzetto manca ancora l’Oscar, sfiorato solo in un’occasione con la nomination per il corto “Cavallette” del 1991.
Paolo Pagliarani

