«Il senso. Era questo che aveva cercato. Dare un senso alla vita. Renderla meno casuale. Era questa la perfezione, non il successo, non la riuscita, non il coronamento di un sogno o di un’ambizione, ma il senso. E così anche i cattivi della sua storia avevano trovato un senso, un loro senso. Ed ogni vita si era incastrata nelle altre, come fili tutti connessi tra loro che creavano il disegno di una ragnatela. Un disegno reale, non astratto. Senza patetismi, con ironia. Con sentimento».
Quando tutti gli avvenimenti si sono svolti, quando tutti i colpi di scena hanno dato alimento e sorprese alla storia, quando tutto si avvia ad essere compiuto, Luca Di Fulvio, l’autore di La gang dei sogni (HarperCollins), fino a quel momento non ha espresso alcun giudizio sui fatti e sulle storie che ha manipolato con grande abilità per il godimento letterario dei lettori. Anche le pagine più truci, che un tempo sarebbero state vietate ad un’educanda, le fa scorrere con scioltezza: sono realtà e come tali vanno raccontate, i fatti della vita non vanno abbelliti per renderli più digeribili.
Però quando il destino del principale protagonista è compiuto, ed è un destino di successo, di perfezione, di riuscita, l’autore sente il bisogno di guardare alla sua storia dandole un senso perché di questo ha terribilmente bisogno, altrimenti il male resterebbe solo a gridare il suo orrore, altrimenti le ferite dei vari personaggi, anche i minori, non avrebbero mai possibilità di riscatto.
La gang dei sogni (romanzo ancora poco conosciuto in Italia ma che ha venduto milioni di copie nel mondo) narra la storia della fuga in America, nel 1907, di Cetta, ragazza contadina calabrese violentata dal padrone, e Natale, il figlioletto frutto della violenza. Al passaggio ad Ellis Island le difficoltà della lingua trasformano Natale in Christmas, “un vero nome americano”, dirà sempre con orgoglio il protagonista; è come se fosse avvenuto un nuovo battesimo, l’inizio di una nuova vita a New York che non ha per niente il volto spumeggiante dl bel sogno americano ma l’incubo di tutti i fenomeni negativi di quell’inizio secolo: la prostituzione e il suo sfruttamento, il proibizionismo, le gang giovanili, le guerre fra le gang di adulti, il mondo seducente e traditore di Hollywood. Ci sono tutti gli elementi di un C’era una volta in America scritto non dall’abilità di regia di Sergio Leone ma dalla scrittura avvincente e irresistibile di Luca Di Fulvio (morto di Sla nel 2023, dopo una brillante carriera che lo ha visto collaborare con Andrzej Wajda e Julian Beck) che ti porta subito ad amare i personaggi, l’ambiente, le svolte, tutto ciò che ha segnato il doloroso destino degli italiani in America.
Per Christmas il punto di svolta è l’incontro sulla strada con una bellissima ragazza ebrea, figlia di una facoltosa famiglia, che è stata violentata a tradimento dal suo giardiniere che l’aveva invitata per una serata galante. Il desiderio di un nuovo incontro con lei è il desiderio di una umanità vera, il vero riscatto dalla triste vita dei sobborghi di Litle Italy.
Il desiderio di ricongiungimento con lei è la molla più forte che spinge tutti i passi che lo portano prima ad essere autore di una rubrica radiofonica che usa il linguaggio della malavita, poi la star di una radio ascoltatissima, quindi un promettente autore di Hollywood, ed infine un affermato autore di teatro, l’amore nascosto di mamma Cetta. E proprio dietro alle quinte della prima della sua prima opera avviene il reincontro con Ruth, la dolce e bellissima Ruth. Il destino si compie. Dopo aver attraversato tappe e imprevisti più dolorosi che avventurosi.
Valerio Lessi

