In viaggio con l’autismo ho scoperto che la vita è un miracolo. Intervista ad Enrico Fantaguzzi, fondatore di LinkAut

Ph © Giorgio Salvatori

Chi accetta di fare un pezzo del viaggio di Enrico Fantaguzzi, “meraviglioso e incredibile”, ma anche “durissimo e difficilissimo”, ha la possibilità di vedere il mondo “da una prospettiva completamente diversa”. Enrico è il padre di un ragazzo autistico, Tommaso, e nel 2017 ha fondato LinkAut, un’azienda profit che forma gli staff aziendali all’accoglienza delle persone neurodivergenti. Questa intervista nasce dall’aver potuto frequentare proprio uno di questi corsi.

Notizia di oggi (venerdì, ndr): lo IULM di Milano sarà la prima università al mondo ad ospitare un ristorante totalmente gestito da persone autistiche (PizzaAut) e, in seguito farà partire percorsi dedicati al disability management. Cosa ne pensi? Qualcosa sta cambiando?

Enrico Fantaguzzi: «Sta cambiando tanto. Sta cambiando soprattutto la prospettiva da cui guardiamo le persone autistiche. Non sono più loro che devono diventare come noi, ma siamo noi che dobbiamo cercare di comprenderle. È un cambio epocale, perché non è più una persona neurotipica il punto di riferimento da raggiungere per la persona autistica, si deve comunicare, interagire e collaborare trovando strategie utili.
Prima la persona neurotipica si aspettava che la quella autistica comunicasse come lei e, se non lo faceva, a sbagliare era la persona autistica. Adesso la visione è differente: non sono più i disabili da compatire, ma sono persone che hanno delle potenzialità e sta a noi tirarne fuori il massimo».

Ecco, partendo della tua esperienza con Tommaso, tuo figlio, qual è la tua esperienza di fronte alle persone autistiche?

EF: «Per me è stato ed è a tutt’oggi un viaggio meraviglioso, incredibile, durissimo e difficilissimo. Se mi avessero detto: “Domani mattina parti per un viaggio che ti permetterà di vedere cose che mai nessuno ha visto, con soddisfazioni enormi”, sarei partito.
La difficoltà vera è stata accettare di non aver scelto, perché eravamo già sul treno. È un viaggio fantastico, dentro noi stessi e gli altri, che ti fa vedere il mondo da una prospettiva completamente diversa. È durissima, intendiamoci, perché il confronto con la società è ruvido, a volte come una carta vetrata: tutta la nostra società è impostata sui comportamenti attesi e chi si comporta in maniera differente crea sconvolgimenti».

Che cos’è LinkAut?

EF: «LinkAut è un’azienda profit, ci tengo molto a questo, in cui il 75% dei collaboratori sono persone autistiche. Si occupa di formare gli staff aziendali all’accoglienza delle persone neurodivergenti. Nasce da una mia idea nel 2017, perché percepivo che il problema non era l’autismo di mio figlio Tommaso, ma era lo stare nella società insieme a lui, il problema erano tutti gli altri.
Abbiamo ideato allora un protocollo chiamato “accoglienza consapevole” che individua i concetti fondamentali per approcciare una persona neurodivergente, per vederla semplicemente per quello che è: una persona con pregi e difetti.
Non c’è un metodo unico per accogliere tutti, perché sono tutti diversi, ma forniamo un substrato di conoscenza che permette di abbassare “il primo scalino” nell’approccio iniziale, che di solito è molto alto».

Con buongiornoRimini abbiamo iniziato a raccontare come le aziende e le associazioni romagnole stanno affrontando l’innovazione. La vostra è già un’azienda innovativa, come viene accolta da chi vi incontra?

EF: «Ovunque siamo andati abbiamo ricevuto feedback estremamente positivi. Chi partecipa alla nostra formazione sviluppa un forte orgoglio di appartenenza verso la propria azienda che gli ha permesso di frequentare un corso del genere. L’orgoglio di appartenenza genera un movimento positivo che diminuisce il turnover e migliora il clima aziendale. Molti clienti ci dicono che i dipendenti li hanno ringraziati per la formazione, cosa che non era mai successa prima».

Perché succede questo, secondo te?

EF: «Questo avviene perché andiamo a toccare corde vive, nervi scoperti: il fatto di non comprendere qualcuno o pensare di essere sempre noi quelli “giusti”. Facciamo formazione per la neurodivergenza, ma il pregio maggiore è per tutti coloro che si rapportano in azienda».

Invece, parlando del punto di vista dei neurodivergenti, mi colpiva una cosa del corso. Tu dicevi che tante volte bastano piccoli cambiamenti per rendere l’ambiente meno ostile, e facevi l’esempio della campanella a scuola che dà un fastidio terribile a un ragazzo autistico.

EF: «Il problema è che in realtà la campanella dà fastidio a tutti, ma noi l’accettiamo, perché c’è e riusciamo in qualche modo a tollerarla. Le persone autistiche percepiscono il mondo e si comportano in maniera differente e aumentata, avendo un sistema sensoriale diverso e più intenso, ma alla fine non siamo così lontani. Ricordiamoci che, in un mondo dove le luci e i rumori fossero più bassi e tutto fosse più ovattato, staremmo meglio tutti.
Facciamo aggiustamenti per migliorare la qualità di vita delle persone neurodivergenti, e scopriamo che migliorano anche la nostra, così come migliorare il modo di comunicare con loro ci aiuta poi a comunicare meglio anche col nostro collega».

C’è una frase del tuo corso molto bella, tra le tante: “Se c’è qualcosa che unisce l’umanità è che siamo uno diverso dall’altro”. Che cosa ci insegnano le persone autistiche?

EF: «Le persone autistiche sono strutturalmente differenti da un neurotipico e dobbiamo accettarlo. Nelle scuole dove andiamo facciamo spesso “il gioco delle mani”: chiediamo ai ragazzi di mettere una mano contro quella del vicino e scoprono che le mani sono tutte diverse. Non dobbiamo pensare che siccome ci sono cinque dita siamo tutti uguali. Dobbiamo comprendere come utilizzare al meglio le mani di tutti.
Quando accompagniamo una persona neurodivergente in azienda, andiamo per tentativi, per scoprire i suoi talenti, cercando una posizione reale, concreta e vera in mezzo alle altre persone. Noi diciamo sempre: non c’è inserimento lavorativo senza formazione del team, perché se il team non conosce, non potrà mai accogliere.
Tempo fa abbiamo accompagnato l’inserimento di un “mago del computer”, che però, per lavorare bene, doveva stare steso per terra col monitor sul bordo della scrivania. In azienda questo era un problema, ma mettendolo a sedere avremmo perso l’80% delle sue facoltà. Un collega, durante una riunione, ha fatto un’osservazione bellissima: “Io ogni due ore esco dieci minuti a fumarmi qualcosa che so che mi fa male. È più strano lui che sta steso per terra o io?”.
Un altro ragazzo si è preso tutti i turni di lavoro dei weekend da gennaio a giugno. Quando gli ho chiesto spiegazioni, mi ha risposto: “Ti pagano di più, ti danno un giorno libero in mezzo alla settimana… perché non dovrei prenderli tutti? Il sabato e la domenica si prendono per stare con la famiglia, è vero, ma io ci sto il lunedì con la famiglia”. Non riuscivo a trovare motivazioni per dirgli che aveva sbagliato. È, in fondo, una nostra convenzione che lavorare il weekend sia un problema. Avere in azienda una persona autistica ti aiuta ad allargare gli orizzonti».

E allora ti faccio l’ultima domanda: parlavi di questo viaggio che ti avrebbe fatto vedere cose che gli altri non possono vedere. Dopo un po’ di anni dall’inizio di questo viaggio, che cosa hai visto che prima non riuscivi a vedere?

EF: «È un ribaltamento completo della vita e delle priorità. Il vero problema di un genitore di una persona autistica è confrontarsi con i coetanei. Tutti hanno il paragone, guardano se il figlio è a metà o avanti rispetto alla classe, ma se non esci da questo loop vai in depressione. Insegnare ad andare in bicicletta a Tommaso ha significato impiegare un’ora tutti i giorni, con neve o pioggia, per 8 mesi.
Rispetto ai suoi coetanei, i suoi miglioramenti erano invisibili. Se invece guardavo la sua ultima prestazione, smettendo di confrontarlo con gli altri, scoprivo che faceva dei passi da gigante. Tommaso mi ha dato la possibilità di vedere i miracoli che succedono di fronte a me. Quando mio figlio più piccolo ha imparato ad andare in bicicletta in tre ore, o a leggere e scrivere velocemente, per me è stato un miracolo assoluto, mentre gli altri genitori la reputano una cosa banale e normale.
Senza Tommaso non avrei mai potuto percepire l’imparare ad andare in bicicletta come il miracolo che è. Certo, è durissima, perché si viaggia a velocità completamente diverse e la convivenza è complessa. Ti viene da mandare tutto a quel paese cento volte, ma dall’altra parte la bilancia ha cose incredibilmente positive.
Mi ha insegnato a mettere in dubbio continuamente le modalità con cui comunico: se l’altro non ha capito, non sei tu che l’hai “già detto”, sei tu che l’hai detto male. E mi ha insegnato anche il sapersi annoiare: mio figlio sa oziare e stare da solo con se stesso senza lamentarsi. È una cosa meravigliosa in mezzo a questa iperattività che imponiamo ai ragazzi, sapersi prendere il giusto tempo è una cosa importante».

A cura di Alessandro Caprio