In gioco l’intimità della persona, non solo un problema culturale. Dialogo con Paolo Pasini

Tempi Moderni oggi incontra Paolo Pasini. Psicologo e psicoterapeuta, direttore e consulente di numerose realtà istituzionali (dal 1994 al 2007 del Distretto sanitario di Rimini, per citarne una tra le tante), anche di carattere nazionale, è amante dell’arte e della cultura, come attesta il suo ruolo nella produzione di numerose pubblicazioni e mostre, tra cui spiccano quelle presenti al Meeting di Rimini e quella, pregevole, per la diocesi di Milano, su Agostino e Ambrogio quali padri d’Europa. È presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini dal 2024.

Pasini, partiamo dalla consueta domanda. Qual è il tratto distintivo, secondo la tua esperienza, dei tempi che stiamo vivendo?

Condivido l’opinione di chi mi ha preceduto nelle precedenti interviste. Direi che è la paura. Una paura non necessariamente finalizzata. Non si tratta della paura per l’economia, per la crescita del costo della vita e neppure per l’avvicinarsi della guerra. È un sentimento che pervade tutte le cose che pensiamo e che facciamo. I tratti che caratterizzano un’epoca sono ovviamente tanti ma, se tu mi chiedi qual è quello distintivo oggi, direi che è la paura. Ed ha effetti devastanti e numerosi.

Proviamo ad analizzare queste ricadute?

Distinguerei tra ricadute sociologiche, da una parte, e psicologiche, dall’altra. Dal punto di vista sociologico assistiamo all’arroccamento dei gruppi di appartenenza. Qualsiasi gruppo che non sia il proprio viene visto come un nemico inevitabile, con il quale non si riesce nemmeno a ipotizzare una sorta di accordo. Il nemico è l’altro. Se nel Vangelo si leggeva della prudenza di quel re che prima di tutto calcola il numero dei nemici per non imbarcarsi in imprese impossibili, e semmai si siede a trattare (Lc 14,31-32 ndr), oggi è il contrario. Lungi dal trattare o trovare forme di convivenza, se il nemico è più forte, lo si delegittima.

E questo crea un problema politico.

Certo. La delegittimazione dell’avversario è la negazione della democrazia. Se andiamo indietro nel tempo, troviamo leader che nei loro discorsi esprimevano anche grandi divergenze e antagonismo ma i toni, la postura e la stessa intenzione di fondo era quella di cercare punti in comune con l’altro. Oggi siamo alla più volgare delegittimazione dell’altro. Questo avviene non per assenza di cortesia. È una causa più profonda che ci spinge ad un’analisi psicologica individuale e non sociologica.

È in gioco la persona in quanto tale, come struttura antropologica?

 La paura genera ansia e questa rende difficile il ragionamento, a tutti i livelli. Prevalgono così le emozioni elementari, con conseguenze devastanti.

Quali, ad esempio?

 Si nega la realtà, ci si rinchiude nel proprio guscio, ci si identifica sempre con il vincitore. Accade anche nello sport. Il vincitore è il nostro eroe, in cui ci identifichiamo, ma se perde o delude, diventa un paria, un reietto, un traditore. E di fronte alla drammaticità e complessità della vita, si va in cerca sempre di un colpevole.
Una paura che genera emozioni reattive ed elementari, al punto da bloccare qualsiasi forma di ragionamento e riflessione, riduce l’aspetto cognitivo e quindi  impedisce la relazione. La relazione, infatti, è sempre con l’altro e l’altro per definizione è diverso da me, dunque, in questo scenario, un potenziale problema.

Si vive in quella “bolla” di cui tanto si parla in merito ai social.

Esatto, ma in realtà esisteva anche prima. I social hanno amplificato il problema, in quanto funzionano per crearti una confort zone, ovvero – se riflettiamo – un ambito in cui la relazione manca. Ma invito ad interrogarsi: perché uscire dalla comfort zone? Che significa uscirne?

La domanda è dunque anche perché aprirsi all’altro?

È un punto delicato e fondamentale. In fin dei conti, se tu hai un problema e devi trovare le soluzioni, significa che sei in un territorio non proprio amico, perché se fosse un territorio amico avresti la strada spianata, non avresti problemi. Ma è proprio il problema ciò che ti chiede di avere una maggiore capacità di utilizzare quegli strumenti che gli psicologi chiamano le funzioni dell’io. Si tratta degli strumenti che ci costituiscono e permettono un esame di realtà. Se invece questa paura, che genera ansia, induce a fermarsi ai sentimenti elementari, impedisce l’esercizio della ragione e dunque la costituzione di una personalità.
Alla fine resta una reattività pura, ovvero un io semplificato.

E quindi violento.

Certo, perché porta inevitabilmente a infliggere, il più delle volte in maniera ideale (può essere semplicemente un risentimento, un insultare), ma a volte purtroppo diventa reale, il massimo danno a chi tu credi sia la causa del disagio che vivi e rispetto al quale non hai strumenti interiori adeguati per affrontarlo. Quindi c’è tutto un problema psicologico, di consistenza dell’io, dietro alla xenofobia, all’odio con chi non è d’accordo con te, alla negazione della mediazione democratica e persino ai femminicidi. Non è un caso se oggi una larga maggioranza di persone crede che la democrazia sia un danno.

Rispetto ai femminicidi, dunque, la lettura che oggi si legge nei commenti e nelle analisi è insufficiente?

Quanto viene detto sui media e nei dibattiti è vero, ma mi sembra si perda quello che è il punto più importante. Si cercano cause sociologiche e si dimentica l’aspetto psicologico individuale, ovvero l’analisi della persona, lasciando in soffitta Freud e tutto un patrimonio di conoscenze che pur sono consolidate. Non basta un’analisi di psicologia sociale.

 Come uscirne dunque?

La domanda è: chi ha il compito di costruire queste “funzioni dell’io” in cui consiste la propria persona? Qui bisogna subito far chiarezza. Non possiamo addossare alla scuola tutto. Per ogni cosa che accade subito si pensa che debbano porre rimedio l’educazione e la scuola. Vero che è questione di educazione ma la scuola non ha questa onnipotenza che le si attribuisce.

Come mai si cade in questo errore?

 Non si considera che le funzioni dell’io iniziano a formarsi in età precoce e non si può dunque bypassare l’ambito in cui il bambino inizia il suo percorso di crescita, ovvero la famiglia. Pensare che il problema sia esclusivamente un problema culturale e sociale, dimenticando che qui è in gioco l’intimità della persona, è un’illusione. Occorre costruire un sistema di relazioni che consenta alla persona di valutare l’altro come un bene, una risorsa, ciò che può compiermi e superare i miei limiti.

Autonomia e dipendenza. Un eterno dilemma, un binomio che oggi sembra propendere sul primo termine.

 Uno studio dello psicologo Bowlby, su bambini di un orfanotrofio, ha mostrato che i bambini che piangevano la notte e non erano ascoltati in questi grandi istituti, ad un certo punto smettevano di piangere. Avevano perso la fiducia che il proprio grido potesse essere ascoltato. Questa perdita di fiducia nell’altro si realizza fin da piccoli. La figura genitoriale materna e la figura genitoriale paterna sono elementi fondamentali, nel loro accogliere il tuo bisogno, per la formazione di un io non semplificato, capace di relazione, fiducioso nell’altro e dunque orientato a costruire quelle funzioni dell’io che lo mettono in condizione di aprirsi alla realtà. Bowlby sosteneva che una persona è autonoma non quando può fare tutto da sé, perché tutto da sé non si riesce a farlo, è impossibile, ma quando sa di avere bisogno e sa a chi chiedere per poterlo risolvere.

Facciamo un cenno alla realtà di Rimini. In questo contesto ci sono risorse specifiche che la nostra città e il nostro territorio possono mettere in gioco?

Credo che Rimini di risorse ne abbia parecchie. Credo questo perché ha mantenuto un senso di appartenenza, che è generalmente presente in Romagna ma nella città di Rimini è vivo in forma particolare. Certo, va recuperato un rapporto tra le generazioni e ci sono molte sfilacciature, ma rimane il senso di essere riminesi. E lo dico da non riminese!  (Pasini è di Riccione, ndr)

Qual è l’identità di Rimini, a tuo avviso?

È una città che si pone come un ponte tra più mondi. Lo stiamo trattando come fondazione, attraverso un ciclo di incontri che si intitola “Rimini crocevia tra oriente e occidente”. L’Adriatico è questo crocevia tra due mondi così diversi ma in dialogo proprio qui, da Rimini a Corfù. Rimini è dunque una promessa. Promessa di dialogo e di armonia fra i popoli.

Il tuo è un lungo e infaticabile impegno in tanti ambiti. Cosa desideri possa produrre questo impegno, come può cambiare la società?

 L’antropologa Margaret Mead sosteneva che non sono le masse ma piccoli gruppi di persone motivate a cambiare la storia. A suo parere è sempre accaduto così.  Ecco. Io, nei miei rapporti, nelle mie relazioni individuali e più ampie, desidero essere me stesso e continuare a dire, anche nelle situazioni più difficili e insperate, che l’altro è un valore. Credo che questo faccia realmente la differenza.

Emanuele Polverelli