Charlie Parker assomigliava a Budda
Charlie Parker, morto di recente
Mentre rideva di un giocoliere in Tv
dopo settimane di tensione e malattia,
era chiamato il Musicista Perfetto.
E l’espressione sul suo volto
Era calma, bella e profonda
Come l’immagine di Budda
Rappresentata in Oriente, gli occhi socchiusi,
L’espressione che dice «Tutto va bene»
– Questo diceva Charlie Parker
Quando suonava, Tutto va bene,
Si provava la sensazione del mattino presto
Come la gioia di un eremita, o come
il grido perfetto
Di qualche banda scatenata ad una jam session
«Straziaci, dai» – Charlie si faceva scoppiare
I polmoni per raggiungere la velocità
Di quel che volevano gli anfetaminici
E quel che volevano
Era il suo Eterno Rallentamento.
Un grande musicista e un grande
creatore di forme
Che alla fine trovano espressione
Nei bis e così via.
Musicalmente importante come Beethoven,
Tuttavia non valutato affatto come tale,
Un gentile direttore d’orchestra
d’archi
Di fronte alla quale stava
Orgoglioso e calmo, come un direttore
di musica
Nella Grande Notte Storica del Mondo,
E faceva gemere il suo piccolo sassofono,
L’Alto con un penetrante chiaro
lamento
In tono perfetto & brillante armonia,
Toot – mentre gli ascoltatori reagivano
Senza mostrarlo, e cominciavano a chiacchierare
E presto tutta la baracca è rocking
E tutti parlano e Charlie Parker
Li porta fischiettando sull’orlo dell’eternità
Con la sua mazza flautata dell’irlandese
San Patrizio,
E come la santa piscia ruzzoliamo
E caschiamo nelle acque del
macello
E carne bianca, moriamo
Uno dopo l’altro, a tempo.
E quant’è dolce una storia
Quando è Charlie Parker
a raccontarla,
In dischi o in jam session
O in apparizioni ufficiali nei night,
Buchi nel braccio per il portafoglio,
allegramente lui suonava il
clarino
perfetto
Ma poi che differenza c’era.
Charlie Parker, perdonami –
Perdonami se non rispondo ai tuoi occhi –
Se non ho reso bene
Ciò che sai escogitare –
Charlie Parker, prega per me –
Prega per me e per tutti
Nei Nirvana della tua mente
Dove ti celi, indulgente e immenso,
Non più Charlie Parker
Ma il segreto nome ineffabile
Che porta con sé valori
Non misurabili da qui
In alto, basso, est, o ovest –
– Charlie Parker, libera dalla sventura,
me e ogni corpo
Jack Kerouac, “CHARLIE PARKER”
Caravan vi ha portato sulle strade polverose ed assolate di un America ormai perduta, sulle note calde del soul e in quelle notturne del blues, aprendo uno scorcio di musica on the road come solo i Poeti della Beat Generation sapevano egregiamente fare. Seguendo queste piste non potevamo che arrivare al jazz, accompagnati da un Virgilio d’eccezione come Jack Kerouac, che ci introduce al “tema” con la sua poesia-ricordo di Charlie Parker.
All’inizio il jazz aveva preso forma in una vasta zona del basso Mississippi e per un certo periodo con il suo punto focale a New Orleans. I suoi ingredienti predominanti erano un’armonia di origine europea, una melodia euro-africana e un ritmo africano. Nel suo sviluppo, il jazz era diventato la migliore espressione musicale – in continua e rapida trasformazione – della cultura dei neri americani delle grandi città ai quali si aggiungeranno alcuni musicisti bianchi – come gli ebrei (in gran parte originari dell’Europa orientale) e come gli italo-americani: due gruppi etnici che hanno condiviso coi neri, almeno per un certo periodo, la sorte dell’emarginazione nei ghetti.
Fino ai primi anni Quaranta il jazz era considerato mainstream, swing, divertimento.
Il bebop fece la sua apparizione nel 1944 nei locali della 52a strada a New York, e i primi che accorsero ad ascoltarlo rimasero sconcertati. Così ricordano alcuni musicisti dell’orchestra di Woody Herman: «Appena fummo entrati, quei tipi afferrarono i loro strumenti e si misero a suonare quella loro roba folle. Uno si interrompeva improvvisamente, un altro cominciava a suonare senza una ragione al mondo. Noi non avremmo mai saputo dire quando un assolo avrebbe dovuto cominciare o terminare. Poi tutti quanti smisero di punto in bianco di suonare e se ne andarono dal podio. Ci spaventarono.» (cit. da Arrigo Polillo, Jazz, Mondadori, 1975).
Charlie Parker era uno di quei jazzisti. Ed è uno dei musicisti fondamentali nella storia del jazz, tra i pochi che possono rivendicare di averne cambiato la fisionomia, grazie alle sue visionarie improvvisazioni che proiettavano la musica afroamericana fuori dall’orbita swing per dare vita a un nuovo universo chiamato bebop.
Il sax di Charlie Parker indica a tutti i musicisti del tempo la strada del futuro. Mai prima di lui si erano ascoltati assoli di tale velocità e arditezza armonica, liberi dal peso dei consueti giri di accordi e arricchiti da spiazzanti cromatismi in temi spigolosi e asimmetrici, con intervalli inconsueti, tempi poliritmici furibondi che alzavano la barra dello standard esecutivo di parecchi metri.
Di Charlie Parker ascoltiamo due brani iconici.
“Ko-Ko” – il primo – è spesso citato come il manifesto del bebop, nato nel 1945 rielaborando gli accordi di “Cherokee” un brano standard. Così ricorda Charlie Parker:
«Non riuscivo più a sopportare le armonie stereotipate che allora venivano continuamente impiegate da tutti. Continuavo a pensare che doveva esserci qualche cosa di diverso. A volte riuscivo a sentire qualcosa, ma non ero in grado di suonarlo… Sì, quella notte improvvisai a lungo su Cherokee. Mentre lo facevo mi accorsi che impiegando come linea melodica gli intervalli più alti degli accordi, mettendovi sotto armonie nuove, abbastanza affini, stavo suonando improvvisamente ciò che per tutto quel tempo avevo sentito dentro di me. Rinacqui a nuova vita.»
Il secondo brano che propongo è Donna Lee, scritto da Charlie Parker, nel 1947 con Miles Davis alla tromba, Bud Powell al piano, Tommy Potter al contrabbasso e Max Roach alla batteria. Come molti altri brani bebop, si tratta di un contrafact, cioè un mascheramento di melodie note sulle quali si incardina la nuova struttura armonica e le improvvisazioni. In questo caso, la struttura armonica è stata presa da Back Home Again in Indiana.
Robert G. Reisner, autore della prima biografia di Charlie Parker, che incontrò nel 1953 e ne divenne amico, disse di lui: «Fu una delle persone più difficili che abbia mai incontrato. Era soave, astuto, cortese affascinante e, in generale, luciferino. Troppo luciferino. Mi adulava, mi metteva quieto, e poi, tac!, il grande tradimento» . E ancora: «Bird fu l’hipster per eccellenza. Si era fatto le proprie leggi. La sua arroganza era enorme, la sua umiltà profonda».
Charlie Parker muore nel 1955 dopo una vita segnata dall’eroina e da molti altri eccessi mentre guarda la televisione, ospite della nobildonna e mecenate del jazz Pannonica de Koenigswarter. Il medico che esaminò la salma non fu in grado di stabilire le cause della morte e stimò a sessantacinque anni l’età di Charlie Parker. Ne aveva trenta in meno.
«Vivevo sempre in una specie di stato di panico, dovetti dormire nei garage. Ero completamente disorientato. La cosa peggiore era che nessuno comprendeva la mia musica.»
Charlie Parker, Bird of Paradise
Mauro Bianchi

