Quell’invisibile che abbiamo dentro. Incontro con Silvia Avallone

(ph. Roberto Masi)

Accompagnando a casa, a Bologna, Silvia Avallone, autrice di Cuore Nero, abbiamo scambiato qualche parola con lei sulla mattina appena vissuta. Una mattinata davvero particolare quella di giovedì 19 marzo, quando 1.200 studenti delle scuole superiori di Rimini hanno riempito le tribune del Palaflaminio di Rimini per riflettere e meditare su “Ciò che nell’inferno non è inferno”. Insieme a Matteo Severgnini, rettore della scuola Regina Mundi di Milano e curatore della mostra “Profezie per la Pace”, ma anche agli interventi dei ragazzi della Consulta Studentesca Provinciale e di numerosi altri studenti, Silvia ha approfondito il tema, proposto dall’Associazione culturale Il Portico del Vasaio, che ha già pubblicato il video integrale dell’incontro, foto, rassegna stampa e approfondimenti sul proprio sito.

Silvia, che ne pensi dell’incontro che abbiamo appena concluso oggi? Come hai visto questi ragazzi?

Mi hanno regalato grande attenzione e la loro fame di senso. Anche alla fine, quando salutandoci e firmando i libri abbiamo potuto guardarci negli occhi, da vicino, ho scorto vivida la loro necessità d’incontro, di dialogo e anche di ribellione rispetto al male a cui non ci dobbiamo abituare.

Una delle cose emerse dall’incontro in maniera più forte è che questo male nasconde qualcos’altro. Questa scoperta tu come l’hai fatta e come l’hai vista risuonare oggi?

Devo dire che nei luoghi di dolore che ho visitato, come poi ha raccontato anche Matteo Severgnini – lui è andato in Africa, io sono andata in un carcere minorile -, quello che ho visto con i miei occhi e ho imparato è proprio che nel dolore e nella sofferenza c’è sempre un frammento di bene da cui ripartire, e questo frammento si trova sempre in una relazione. Di fiducia, di sostegno, di conoscenza autentica. Ho visto rifiorire ragazzi perduti, grazie a uno sguardo adulto che ha teso loro la mano, che li ha guardati con fiducia.

Questo riguarda tutti o solo chi si è perduto come Emilia, protagonista di Cuore Nero, la quale esce da un carcere?

Tutti noi abbiamo bisogno per rialzarci, per cambiare, per ritrovare la speranza, di qualcuno che ci aiuti, che ci ascolti, che ci accompagni. Ma soprattutto ho imparato che il bene che dai è la miglior salvezza. È la gratuità. Perché il fine è davvero essere felici insieme, visto che felici nella solitudine non si può essere. Il male si nutre di solitudine, di rabbia inespressa, e il dialogo senza maschere e senza muri è il più grande meccanismo di liberazione.

L’incontro di oggi è nato dall’attività di un centro culturale. Una proposta fuori dai circuiti letterari, da parte di un gruppo di amici che non conoscevi, in un momento in cui avevi l’agenda così piena. Cosa ti ha mosso per aderire, cosa hai intuito in questa proposta per cui hai pensato valesse la pena venire a Rimini?

Sono molto grata della vostra proposta. È stata un grande dono perché un’esperienze come quella di stamattina riempie di senso e dura nel tempo. Siamo noi, insieme, che dobbiamo farla durare, perché riflettere sulle grandi domande dell’esistenza, sulla necessità di opporre il bene al male ci accende. Per me il senso emerge particolarmente proprio dall’incontro con gli adolescenti. Sono le persone che preferisco, perché sono persone che stanno rinascendo da se stesse, attraverso i sogni, attraverso gli azzardi, attraverso la scoperta del mondo. Vivono un momento così delicato, così potente e fragile allo stesso tempo, e avere il privilegio di stare con loro dentro questa grande trasformazione, attraverso le mie passioni: la letteratura e la lettura, è per me sempre un dono.

All’incontro hai sottolineato il valore della lettura. Ce ne parli?

La lettura è una forma di incontro con personaggi immaginari che però richiamano, spesso gli ultimi della realtà, i fragili che esistono anche dentro di noi. Ed è uno strumento di libertà perché ci insegna l’accoglienza delle storie degli altri, a immergerci negli altri, a diventare gli altri, e questo significa anche scoprire noi stessi.

In che modo?

Nessuno si salva da solo. Nella mia adolescenza è stato importante scoprire questo. Io non sarei la persona libera che oggi sono, se non mi fossi innamorata della lettura dei libri che allargano l’orizzonte, mostrano quante altre vite possiamo vivere oltre alla nostra. Devo dire poi che le domande degli adolescenti, le loro osservazioni, sono sempre illuminanti. I ragazzi e le ragazze a quell’età vanno ascoltati, vanno guardati. Noi dobbiamo avere il coraggio di educare in quanto adulti, ma anche il coraggio di imparare da loro che hanno molta più profondità di quella che noi immaginiamo nelle nostre semplificazioni.

Dicevi che sono momenti che devono perdurare. Come dare continuità a queste iniziative, cosa consiglieresti per poter tenere vivo questo livello della questione?

Io credo molto negli spazi fisici della società, a partire dalle scuole, perché abbiamo bisogno continuamente di incontrarci, di portare i nostri corpi pieni delle nostre anime e dei nostri desideri, ma anche delle nostre paure, gli uni insieme agli altri. Io amo molto i gruppi di lettura, per esempio. Occorrono luoghi in cui tiriamo fuori tutto quell’invisibile che abbiamo dentro, in cui ci poniamo delle domande o ci confidiamo con gli altri senza la paura di essere giudicati. Abbiamo bisogno di aprire davvero gli spazi fisici, ai ragazzi e alle ragazze, per fare questo enorme lavoro di cambiamento della società.

Di cambiamento se ne parlava anche stamattina.

Cambiare la società, cambiare il mondo, cambiare la storia, renderla un luogo molto più pieno di bene, che pieno di male: questo lo si fa a partire proprio da noi stessi e dagli altri, dai singoli incontri. Uscire di casa e tracciare un ponte significa tracciare il cammino più fecondo possibile. Occorre poi portare questa fecondità, questa energia, questa voglia di dialogare, nei luoghi dove il bisogno è più acuto e stridente. Io penso sempre agli ospedali, alle carceri, e a tutti quei luoghi in cui rabbia e solitudine devono trasformarsi in fiducia e speranza.

Il Portico del Vasaio ha raccolto la proposta di far perdurare questo slancio scegliendo di non concludere l’iniziativa con l’incontro del 19 ma proseguendo il lavoro con la mostra “Profezie per la pace”, di cui Matteo Severgnini, rettore della scuola Regina Mundi di Milano, è stato curatore insieme a 104 studenti delle superiori di varie parti d’Italia. La mostra sarà visitabile per le scuole dal 21 al 24 aprile prossimi (info: porticodelvasaio@gmail.com e prossimamente sul sito)

Emanuele Polverelli