“Un inesauribile gorgo di vita e morte, …” Fumana di Paolo Malaguti

È una sorta di cantastorie che, invece di girare per borghi e paesi con una chitarra e cartelloni dipinti da mostrare, scrive romanzi, e lo fa andando alla caccia di quelle numerose storie che borghi e paesi custodiscono, nascondono, o con cui convivono, magari senza sapere che quei fatti apparentemente scontati sono materia che nelle abili mani di uno scrittore diventano epopee umane godibili, tutte da leggere.

Parliamo di Paolo Malaguti, insegnante e scrittore, veneto fino al midollo, che nei suoi romanzi applica una moderna poetica degli umili di ottocentesca memoria: personaggi periferici, diremmo oggi, ma reali, umani, a volte grotteschi o avvolti dal mistero, quasi sempre feriti della vita, eppure indomiti, sempre in lotta per essere se stessi, per affermare la propria libertà.

Prendiamo ad esempio Fumana protagonista dell’omonimo romanzo edito da Einaudi (2025), una donna la cui vita si dipana dall’alluvione dell’Adige nel 1882 e l’alluvione del Po nel 1951. Lo scenario della storia è dunque il Polesine, con le sue valli, le sue paludi, le sue acque dolci e salate, i suoi paesaggi piatti avvolti dalla nebbia.

Fumana nel dialetto locale è appunto la nebbia. È anche il nome affibbiato ad una ragazzina che vive in una baracca prossima al Canalbianco insieme ad un nonno brusco e rude, chiamato Petrolio, che la alleva ad alzate notturne, mutande di fustagno, fiocina, lampada ad olio, solitudine, poche parole, mai una carezza. Quando la bambina cresce, il destino imposto dal nonno è di andare alla scuola della vicina Lena, la strigossa della zona, che cura quei poveri cristiani delle valli con erbe, parole misteriose e rituali magici. Fumana cresce e si evolve, e attorno a lei lentamente ma inesorabilmente cambia il mondo che fino a quel momento ha fatto da quinta alla sua vicenda umana: muore il nonno, muore Lena, lei la sostituisce come strigossa, ma ecco che dalla città mandano il primo medico condotto, in verità accolto con diffidenza dai fiocinini, ma è comunque l’inizio delle fine del primato delle strigosse.

Lo Stato si ricorda di quel buco del mondo promuovendo le prima bonifiche, che eliminano la malaria e producono tanta terra da coltivare per i contadini ma, come racconta Malaguti, hanno avuto anche effetti negativi come la monocultura a mais che ha prodotto la pellagra e l’emigrazione verso il Sud America. L’avventura umana di Fumana si conclude con la tragica alluvione del 1951 che provocò un centinaio di morti e 180 mila senzatetto, molti dei quali accolti temporaneamente nelle colonie della Riviera romagnola.

Malaguti racconta le sue storie infarcendo la sua prosa di termini dialettali tali e quali o traslitterati in italiano. Il risultato è piacevole, molto comprensibile a noi romagnoli che condividiamo con i veneti del rodigino certi vocaboli e una sub cultura contadina-popolare con molti punti di contatto.

Per chi scrive Malaguti è stato una piacevole scoperta, tanto che dopo Fumana, ha letto altri suoi due romanzi e adesso sta iniziando il quarto. In Piero fa la Merica (Einaudi, 2023) Malaguti racconta l’epopea dei veneti che fra Ottocento e Novecento vanno a cercare appunto l’America, vista come la terra promessa, un paradiso dove ci sarà cibo e felicità per tutti. Piero conquista il suo pezzo di Merica, ma lo fa diventando un brugreiro, un cacciatore di indigeni che vengono sterminati per strappar loro le terre. La Merica fa infine diventare Piero ricchissimo, ma non felice, anche se gli permette di tornare nel suo Veneto a comprarsi la grande villa dei signori del paese.  Anche in Se l’acqua ride (Einaudi, 2020) il protagonista Gambeto, ultimo nato di una generazione di mariner che con barconi rudimentali trasporta merci lungo fiumi e canali del Delta del Po, dovrà rendersi che il mondo cambia e che per crescere si deve pagare uno strappo.

Valerio Lessi