Musiche contro la guerra

Da icone annerite arrivavano in volo mani
con calici vuoti fra le dita.
Sullo spiedo di filo spinato
ondeggiava un uomo.
Si cantava con la terra in bocca. Una leggiadra canzone
sulla guerra che colpisce dritto al cuore.
Scrivi che silenzio c’è qui.
Sì.
Wisława Szymborska, da “Campo di fame presso Jaslo”, 1962

Di fronte a questa guerra mondiale a pezzetti che ci circonda, molti di noi oggi provano una sensazione di impotenza e di scoraggiamento: «impotente a dire le cifre di ogni morte […] vecchia abbastanza da sapere / come la storia le arrotondi a zero»; la stessa disillusione che Wislawa Szymborska mette a nudo in Campo di fame presso Jaslo (nella raccolta Sale del 1962):

«Scrivilo. Scrivilo […] / non gli fu dato da mangiare, / morirono tutti di fame. Tutti? Quanti? […] Scrivi: non lo so» / La storia arrotonda gli scheletri allo zero. / Mille e uno fa sempre mille, / Quell’uno è come se non fosse mai esistito…».

Questo dialogo con sé stessa della poetessa polacca e verso la gelida ombra indistinta delle molte vite stroncate è lo stesso che anima tanti artisti, cantanti e compositori che hanno scritto sulla guerra e contro la guerra “leggiadre canzoni che colpiscono dritto al cuore”.

Caravan in questa seconda puntata (qui la prima) vuole proporvi l’ascolto di alcuni brani musicali tra loro diversi per genesi, per tipologia artistica e genere, ma accomunati da un forte grido di protesta contro l’odio e contro le guerre.

A mezzogiorno circa dell’11 novembre 1918, durante i festeggiamenti che celebravano anche in Inghilterra l’armistizio che aveva messo fine al primo conflitto mondiale, arrivò a casa di Tom e Susan Owen, nel Shrewsbury, un telegramma. Lo scritto li informava che il mattino del 4 novembre, durante un’operazione militare nel nordest della Francia, il loro figlio Wilfred Edward Salter Owen, matricola 4756, era stato ucciso. La notizia aveva impiegato una settimana esatta per giungere dalla Francia all’Inghilterra. Circa lo stesso tempo impiegarono a tornare a casa le cose di Wilfred: tra queste i genitori trovarono un piccolo corpus di poesie scritte dal figlio in quel periodo. Il loro tema era la durezza e l’insensatezza dell’esperienza bellica che egli aveva vissuto. Il suo corpo era perduto ma la civiltà delle sue emozioni era salva e continuava a vivere.

Molti anni dopo, l’8 novembre 1940, durante un’operazione in codice crudelmente definita “Sonata al chiaro di luna”, la Luftwaffe tedesca rase al suolo la cittadina inglese di Coventry. Ci vollero undici ore di bombardamento, dalle sette di sera alle sei di mattina, per attuare un’operazione aerea tra le più inutili, crudeli e insensate delle tante che dobbiamo alla Seconda Guerra Mondiale.

Sventrata dalle bombe di quella notte, la cattedrale di Coventry tornò a suonare le proprie campane solo ventidue anni dopo: la sua ricostruzione e la sua riapertura fu celebrata con una cerimonia che intendeva essere simbolo di pacificazione e fratellanza. La musica vi doveva avere un ruolo fondamentale: una nuova partitura fu commissionata a Benjamin Britten. Il compositore optò per un Requiem ma decise presto di non utilizzare solamente il testo latino tradizionale. Voleva una testimonianza. Dopo alcune ricerche scelse di utilizzare i testi poetici di Wilfred Owen, uomo che la guerra l’aveva vissuta, pensata, scritta e subita. E che, a suo modo, l’aveva sconfitta.

Benjamin Britten (1913 – 1976), War Requiem, op. 66  per soli, coro, coro di ragazzi, orchestra e orchestra da camera
Testo: “Missa pro Defunctis” e versi di Wilfred Owen

Ciò che Britten avvertì nei versi di Owen, più che un vero e proprio pacifismo, fu un tormento autentico e una forza d’animo straordinaria. Questo è anche il compito del War Requiem: un Requiem scritto per commiserare le vittime ma anche per denunciare la follia e l’ottusità della devastazione. Un Requiem inteso come canto di morte per la guerra stessa oltre che per i suoi caduti.

Il momento più intenso dell’opera è alla fine, quando i due soldati nemici – inglese e tedesco – si incontrano sul campo tornato silenzioso: «Io sono il nemico che hai ucciso», un canto che sembra venire dall’altra parte dell’esistenza, sospeso fra suoni desolati eppure luminosi che si spegne in una sorta di immobile, dolcissima ninna nanna  (Let us sleep now, “Ora dormiamo”).

L’opera di Britten denuncia gli orrori della guerra e sembra echeggiare l’insegnamento di Cristo, nella cui divinità Britten disse di non credere ma il cui esempio, sostenne, sarebbe stato utile comprendere e seguire. La speranza è che le scintille dell’amore e dell’amicizia, da qualunque parte provengano, possano sovvertire quel tragico gioco della morte che è la guerra, rivendicando sopra ogni interesse privato le ragioni comuni della pace.

Un anno dopo la composizione del War Requiem di Britten, un ragazzo americano di 21 anni scrive una ballad che entrerà nella storia. Lui è di Duluth, Minnesota, si chiama Robert  Allen Zimmerman, ma ha appena cambiato il suo nome in Bob Dylan.

«Masters of War… si suppone che sia una canzone pacifista contro la guerra. Non è un pezzo antimilitarista. È contro quello che Eisenhower chiamava un complesso militare-industriale mentre stava facendo la sua uscita dalla presidenza. Quello spirito era nell’aria, e io lo raccolsi.»

Così spiegava Bob Dylan la genesi di una delle più dure e ferme condanne del militarismo e dell’industria bellica mai messa in musica. Masters of War era contenuta nel secondo album The Freewheelin’ Bob Dylan pubblicato il 27 maggio 1963.

Su venite, signori della guerra,
dico a voi che create le armi,
voi che fate aeroplani di morte,
voi che fate le bombe giganti,
voi che state nascosti dai muri,
o nascosti dai vostri scrittoi,
una cosa dovete sapere,
che con me la vostra maschera non serve.

La canzone ha in sé una rabbia profonda, una invettiva violenta  contro i responsabili delle fabbriche di armi con versi che augurano la morte e negano loro il perdono, sostenendo che il loro denaro non potrà salvare le loro anime.

E spero che moriate,
e la morte vi colga ben presto.
Seguirò la vostra bara
in un pallido meriggio,
resterò a vedervi calare
nel vostro letto di morte,
e rimarrò sul bordo della fossa
finché sarò sicuro che sarete proprio morti.

Qui (lo trovate in fondo) vi propongo Masters of War nella graffiante versione live che ne hanno dato i Pearl Jam a Chicago nell’agosto del 2016, a mio parere una delle cover meglio riuscite e fedeli allo spirito e alla lettera del capolavoro di Bob Dylan.

«Solo le pido a Dios / Que el dolor no me sea indiferente / Que la reseca muerte no me encuentre / Vacío y solo sin haber hecho lo suficiente»

Solamente chiedo a Dio
che il dolore non mi sia indifferente
che la morte arida non mi trovi
vuoto e solo, senza aver fatto abbastanza.

Solamente chiedo a Dio
che la guerra non mi sia indifferente
è un mostro grande e calpesta ferocemente
tutta la povera innocenza della gente.

Sono le parole iniziali di «Solo le pido a Dios», di León Gieco, cantautore argentino, di cui ricorrono i 50 anni di carriera. La canzone fu scritta nel 1978 ed è rimasta celebre negli anni per le tante versioni eseguite, tra cui memorabili quelle di Mercedes Sosa, di Joan Manuel Serrat, ma anche di Springsteen e di Bono.

Il testo, fortemente pacifista, fa riferimento alle dittature militari dell’epoca, alle tensioni tra Cile e Argentina e si estende a tutte le situazioni di conflitto. Recentemente la canzone è stata riproposta dallo stesso artista, insieme ai cantanti Gastón Saied (in rappresentanza della comunità ebraica in Argentina) e Nuri Nardelli (appartenente all’ordine Sufi Al-Herrari). Registrandola in una Tekkia Sufi di Buenos Aires, gli artisti decidono di incontrarsi per cantare un inno di pace per il Medio Oriente, accompagnati dall’Alma Sufi Ensemble, diretta da Sabi Sebastian. Le strofe sono alternate in spagnolo (lingua originaria del brano), in arabo e in ebraico.

Commentando il brano, León Gieco ha detto «Noi riusciamo a fare qualcosa, sebbene sappiamo che tutto questo non cambierà assolutamente nulla, perché la guerra parla un’altra lingua. Tuttavia, rispetto a questa impotenza, cantare questa canzone per la pace in ebraico, in arabo e in spagnolo, mi pare che, proprio in questo momento, ha una ragione di essere».

Nel video, del 1984, una delle versioni più commoventi del brano, con le voci di Mercedes Sosa  e dello stesso Gieco, durante lo storico spettacolo “Corazòn Americano” , che ebbe luogo allo stadio Velez Sarfield di Buenos Aires.

Per finire, propongo un incredibile “blues”  contro la guerra del mitico compositore jazz e insuperabile bassista Charles Mingus.

Oh Lord, Dont Let Them Drop That Atomic Bomb On Me
Oh Lord, don’t let them drop it
Stop it
Oh lord Jesus
Oh Lord Jesus, Dont Let Them Drop That Atomic Bomb On Me
Oh Lord, Dont Let Them Drop That Atomic Bomb On Me

Don’t let ’em drop it! Stop it! Be-bop it!

Oh Signore, non lasciare che mi sgancino quella bomba atomica
Oh Signore, non lasciare che mi sgancino
Smettila
Oh Signore Gesù
Oh Signore Gesù, non lasciare che mi sgancino quella bomba atomica
Oh Signore, non lasciare che mi sgancino quella bomba atomica
Non fatela sganciare! Fermatela! Suonate il bebop!

Charles Mingus è stata la mia prima ossessione per il jazz. Per un bambino cresciuto con i Beatles, il jazz mi sembrava distante, all’inizio. Più tardi ho iniziato ad apprezzare Miles Davis e John Coltrane piuttosto in fretta, e quindi ho allargato le mie passioni a tutto il be-bop e l’hard-bop.

Più grande della vita sotto molti aspetti, la sua personalità brillava più intensamente sui dischi. Sono pochissimi i dischi di Mingus in cui non si senta Mingus che esorta i suoi compagni di band in sottofondo, urlando e ringhiando. Suonava il basso, e lo suonava eccezionalmente bene, ma la sua abilità si manifestava soprattutto come arrangiatore. Nessuno ha suonato i fiati come Mingus e non era cosa da poco che le sue band includessero luminari del genere come Eric Dolphy e Roland Kirk. La sua capacità di creare ordine dal disordine è la qualità che lo rende così emozionante da ascoltare e che rende le sue opere così umane.

È particolarmente difficile trovare un disco fuori dall’ordinario per Mingus, perché non sembrava esserci nulla di ordinario, ma Oh Yeah , del 1962 , si distingue. Charlie Mingus per una volta non suona neanche una nota sul suo contrabbasso, ma guida la sua band dalla tastiera del suo pianoforte intensamente blues, lo strumento che era solito utilizzare per comporre. In questo album Mingus suona il pianoforte, canta il blues, grida e sprona i componenti della band: decisamente in “Oh Yeah” sentiva l’impellente necessità di esprimersi a un volume più alto rispetto al solito, specialmente in un paio di brani, tra cui “Oh Lord Don’t Drop That Atomic Bomb On Me”.

Precedendo sia la crisi missilistica cubana che il Dottor Stranamore, “Oh Lord” riesce a prefigurare l’umanesimo e l’assurdità di entrambi, una ballata con meravigliose fioriture al pianoforte e il diretto richiamo emotivo di Mingus.

Mauro Bianchi

 

Qui i link ai brani proposti

Britten, War Requiem
Mercedes Sosa y Leòn Gieco – Solo le pido a Dios
Pearl Jam,  Masters of War at Wrigley Field, Chicago on the 20th of August 2016
Charles Mingus – Oh Lord Don’t Let Them Drop That Atomic Bomb on Me