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Zamagni: a Rimini manca il "capitale civile"

Mercoledì, 17 Dicembre 2014

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Zamagni: a Rimini manca il "capitale civile"

 

Perché la politica torni ad appassionare i cittadini e produca decisioni utili per il bene comune, c’è bisogno, a Rimini come a livello nazionale, di un incremento del capitale civile. È la tesi sostenuta dal professor Stefano Zamagni nel corso di una conferenza tenuta ieri pomeriggio a Rimini nel salone di Palazzo Buonadrata per iniziativa dell’Università Popolare Igino Righetti.

 

Che significa “capitale civile”?, un’espressione che certo non ricorre di frequente nel dibattito politico quotidiano, così come – Zamagni lo ha rimarcato più volte – in Italia è calata la censura sulla democrazia deliberativa.

 

Prima di arrivare a questi concetti e di spiegarli, Zamagni ha tratteggiato brevemente le principali opzioni politiche – sinistra, destra, centro, impersonate da personaggi come Hobbes, von Hayek e Keynes – che si confrontano nell’agone pubblico e che tentano di differenziarsi fra loro a seconda del livello di libertà o di sicurezza sociale che promettono di garantire ai cittadini. Il problema – ha sostenuto Zamagni – è che le diverse ricette alla fine non si diversificano tanto, perché la somma dei costi sociali necessari per realizzarli è sostanzialmente uguale, pur con qualche variazione. La diversità riguarda unicamente l’attribuzione dei costi. Se si resta all’interno dello schema in vigore – Zamagni lo ha chiamato frontiera – non se ne esce. Bisogna abbassare la frontiera, cioè bisogna dare più spazio al capitale sociale, al capitale umano e al capitale civile.

 

Ora Rimini dal punto di vista del capitale sociale è in una situazione positiva. Per capitale sociale si intendono le cosiddette formazioni sociali intermedie, ovvero il mondo associativo in tutte le sue forme, da quello sportivo al volontariato. Sono quelle formazioni sociali che permettono di elevare i livelli di solidarietà che si offrono ai cittadini. Non è quindi il capitale sociale che fa difetto a Rimini e, a ben vedere, nemmeno il capitale umano. I riminesi sono certamente creativi, inventivi; magari a volte sono poco innovativi, cioè non trasformano la loro capacità inventiva nella produzione di qualcosa di nuovo. Comunque non sta qui la carenza più grave. Questa va invece rivenuta nella povertà di capitale civile. Civile deriva da civitas la città romana che, a differenza della polis greca, era includente, non escludente. Capitale civile significa quindi stabilire regole nuove per la governance, indicare un modello di cittadinanza attiva, definire i contorni di una amicizia civile.

Partiamo dalla governance. Zamagni ha puntato il dito contro il modello elitistico-competitivo di democrazia che si è affermato in Italia. È il modello secondo cui vince chi ottiene la maggioranza dei voti. Cioè si entra nello spazio pubblico con una preferenza già definita e poi si va alla conta. Vince appunto chi prende più voti. A questo modello il professore oppone la democrazia deliberativa, per la quale molti ritengono che gli italiani non siano maturi. Secondo questo modello di democrazia non vince chi prende più voti, ma chi più convince, cioè chi più sa dare le ragioni di una scelta ed è capace anche di descrivere la sequenza degli effetti che da quella scelta derivano. Se si fanno scorrere nella memoria questi ultimi venti anni di politica italiana, ed anche riminese, si intuisce a cosa alludesse il professore.

Secondo Zamagni un esempio di democrazia deliberativa era il processo messo in atto a Rimini con il piano strategico che poi – aggiungiamo noi - è stato frettolosamente archiviato con l’arrivo del sindaco Andrea Gnassi.

 

Democrazia deliberativa significa che lo sazio pubblico è caratterizzato da un’amicizia civile fondata sul rispetto dell’altro. Non si tratta di buone maniere ma del riconoscimento che l’altro sia comunque portatore di un grumo di verità che va valorizzato. Il contrario avviene quando l’altro è visto come un nemico da distruggere e basta. La democrazia deliberativa – spiega Zamagni citando Pericle - non fiorisce nemmeno se la maggioranza dei cittadini è “idiota”, cioè priva di una dimensione pubblica. Con linguaggio attuale si potrebbe dire se segue solo i propri interessi autoreferenziali.

 

Al contrario, un virtuoso esempio di cittadinanza attiva è quello introdotto dal Comune di Bologna che ha abilito il rapporto fra potere e cittadini basato sulla “concessione” per spostarlo sul piano del riconoscimento dei diritti. Tutto è partito a cittadini della via Fondazza, devastata dal degrado. A nulla sono servite lettere e petizioni. A quel punto i cittadini si sono rimboccate le maniche e si sono messi al lavoro. Sono arrivati i vigili a contestare e loro li hanno rispediti al mittente, cioè il sindaco. Fine della storia: il consiglio comunale all’unanimità ha approvato un regolamento – l’unico finora in Italia – che disciplina la libera iniziativa dei cittadini per i bene comune. C’è un giardino degradato? I cittadini si costituiscono in comitato, intervengono e poi fanno sapere al Comune cosa hanno fatto. Se ci sono state delle spese per materiali, il Comune paga.

Zamagbi ha più volte invitato il pubblico della conferenza a promuovere anche a Rimini un regolamento come quello di Bologna. Per fare il bene non bisogna chiedere l’autorizzazione a nessuno. A Rimini deve rinnovarsi lo spirito che le ha permesso di rinascere dopo le distruzioni della guerra, c’è bisogna di una minoranza profetica che sulle diverse questioni imponga il metodo deliberativo.


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