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Fenomenologia di Mauro Ioli, l'uomo che ora sussurra alla Carim dal seggio più alto

Venerdì, 24 Luglio 2020

Anno dopo anno, li ha presi per sfinimento. Le grandi manovre per aver peso nella Fondazione Carim Mauro Ioli le ha cominciate il giorno dopo essere diventato socio nel lontano 1992. Uno come lui non poteva accontentarsi di un ruolo di gregario, doveva essere protagonista.  Ad ogni rinnovo del consiglio d’amministrazione di Carim o di Fondazione, trovavi Ioli che spiegava che fra le opposte fazioni, i cattolici duri e puri e i massoni altrettanto puri e duri, ci voleva una figura di mediazione, uno capace di tenere tutti insieme, un democristiano allevato alle sopraffini arti dello smussamento degli angoli. Per farla breve, ci voleva lui. Ci ha provato e riprovato più volte, ma ne è uscito sempre scornato. Anche nel 2011 quando la candidatura di Massimo Pasquinelli sembrava destinata ad uscire sconfitta. 

Mauro Ioli non è solo l’ultimo dei democristiani, ma un uomo di potere a cui piace farti intendere che lui è al di sopra delle parti. Per l’andreottiano Enzo Scotti era stato coniato il soprannome di Tarzan per indicare quanto fosse bravo a saltare da una corrente all’altra. Nel suo piccolo anche Ioli ha compiuto la circumnavigazione di tutto l’arco costituzionale.

Certamente nasce e cresce democristiano. Già negli anni Ottanta lo troviamo vice segretario provinciale della Democrazia Cristiana, area moderata di quelli che i comunisti mangiano i bambini.  Fino al 1995 tiene alta la bandiera democristiana prima e popolare poi nella sua Santarcangelo. Nel 1995 avviene il grande balzo, l’entrata nei salotti politici che contano. Diventa segretario provinciale del Ppi, un partito che rispetto alla balena bianca assomiglia più ad una acciuga. Ma i tempi sono cambiati, sono caduti i muri, ora gli ex democristiani sono pappa e ciccia con gli ex comunisti. Il suo interlocutore in casa del Pds (allora si chiamava così) era un certo Maurizio Melucci.  La strana coppia Ioli-Melucci inventa Alberto Ravaioli, primario di oncologia, candidato sindaco di Rimini, operazione conclusa con successo. All’epoca i cronisti scrivono che Melucci avrebbe avuto in premio il posto di vice sindaco e di uomo forte della giunta e Ioli un biglietto del treno per Bologna, destinazione consiglio regionale. Si sbagliano, nel senso che Melucci diventa vice sindaco ma Ioli resta a casa. 

Intanto il Ppi conosce la scissione di Ermanno Vichi e amici che danno vita ai Democratici, il partito dell’asinello.  Ma in seguito si ricongiungono tutti insieme nella Margherita, di cui Ioli diventa segretario provinciale, e i cui petali confluiranno nel veltroniamo Partito Democratico.  Ioli riesce nell’impresa di prendere anche la tessera del Pd.

Il credito per aver portato il primario di oncologia ad essere il candidato della sinistra prima o poi doveva essere riscosso. Ci riesce nel 2003 diventando presidente di Convention Bureau, carica che mantiene per ben otto anni fino al 2011. Lo stesso anno in cui ingaggia il duello perdente con Pasquinelli. 

Rimasto senza poltrone (salvo quelle di una banca e società finanziaria a San Marino), si affaccia la crisi identitaria e politica. Nel 2013 lo troviamo al decimo posto (si votava ancora con il porcellum) della lista di Scelta Civica, il partito fondato da Mario Monti. Cinque anni dopo lo spostamento a destra si fa più evidente e pesante. Mauro Ioli è il capolista a Rimini di Noi per l’Italia, i centristi alleati di Berlusconi, Meloni e Salvini.  Del resto nel 2016 era stato nominato presidente della commissione per la qualità architettonica e il paesaggio a Riccione, nel regno di Renata Tosi. 

A parte questi spot in campagna elettorale, non partecipa al dibattito pubblico. Sul proprio profilo Facebook si limita a pubblicare poesie in rima baciata nelle quali dà voce alla sua visione del mondo. 

Erano quasi dieci anni che Ioli non sedeva in un consiglio d’amministrazione, pubblico o privato che fosse. Ora torna da presidente di quella Fondazione Carim che è sempre stato l’oggetto del desiderio, un posto al quale si è sentito chiamato per diritto democristiano se non proprio divino. Certo la Fondazione non è più ricca e potente come un tempo. Ma lui promette che a Palazzo Buonadrata finalmente soffierà il vento della pax ioliana. Annuncia, e lui se ne intende, che è finita l’epoca dei veleni. Una nuova era tutta da scoprire.