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Centro agroalimentare di Rimini, le ragioni del "fidanzamento" con Bologna e Parma

Giovedì, 10 Gennaio 2019

Il Caar (Centro agroalimentare di Rimini) ha sottoscritto nei giorni scorsi un protocollo d’intesa, promosso dalla Regione Emilia Romagna, con altri due analoghi centri, Il Caab di Bologna e il Cal di Parma. Si tratta di un accordo che impegna le tre società a ricercare tutte le possibili forme di sinergia e condivisione di servizi, al fine di realizzare efficienza ed economie di gestione. La prospettiva ultima potrebbe anche essere la confluenza in un’unica società, ma al momento non se ne parla.

Mentre il dibattito sulla possibile aggregazione delle fiere (in gioco ci sono sempre Rimini, Bologna e Parma) tiene banco da anni e ancora non ha prodotto alcun sensibile risultato, come un fulmine a ciel sereno è uscita questa notizia su un processo di collaborazione già avviato fra le tre società del settore agroalimentare

Caar, Caab e Cal hanno in comune un socio, la Regione Emilia Romagna, ed è in questo particolare che va ricercata la spiegazione di quanto sta avvenendo. La giunta regionale, nel proprio piano di razionalizzazione delle società partecipate, approvato il 25 settembre 2017, aveva inserito le tre società fra quelle da dismettere per ottemperare alle direttive della legge Madia. Ma dopo un anno la stessa giunta, nella delibera del 24 settembre 2018, ha sospeso la procedura di vendita delle proprie quota azionaria. Cosa è cambiato?

Nella delibera sono riportare alcune motivazioni che aiutano a capire. Innanzitutto si afferma che “i Comuni hanno inserito, nei rispettivi Piani di Revisione straordinaria, la partecipazione nei Centri Agro-Alimentari tra quelle da mantenere, nel rispetto del principio di perseguimento delle finalità istituzionali e della produzione di un servizio di interesse generale”. E fin qui niente di strano, in effetti anche il Comune di Rimini, nel proprio piano ha espresso questa volontà. La seconda motivazione ci porta al cuore del problema: “I Comuni non hanno manifestato l’interesse a subentrare nella partecipazione della Regione”. È il punto dirimente. Si deve infatti sapere che qualora l’offerta pubblica di vendita delle azioni regionali non trovasse alcun compratore, dopo dodici mesi la Regione potrebbe presentarsi alla società e chiedere comunque la liquidazione. Nel caso del Caar, che ha un capitale sociale di 11,8 milioni di euro, la somma da sborsare, visto che la Regione detiene l’11, 04 per cento, equivalerebbe a 1,3 milioni. Un bel gruzzolo che manderebbe all’aria non tanto i bilanci (il Caar è in equilibrio finanziario) quanto i programmi di investimento.

La delibera passa quindi a delineare il seguente quadro. Il Caab di Bologna ha riportato la gestione in equilibrio economico-finanziario a seguito della riorganizzazione degli spazi storici del Centro e il lancio dell’iniziativa FICO Italy World; il Caar di Rimini, che ha sempre operato in condizioni di equilibrio finanziario, ha raggiunto con costanza anche l’equilibrio economico, per effetto di una efficace politica di razionalizzazione delle spese; il Cal di Parma ha ottenuto l’omologa di un piano di ristrutturazione dei debiti, che, unitamente ad un ritrovato equilibrio economico della gestione, porrà la società in una condizione di sicurezza. La conclusione è che sussiste un rischio fondato che le società possano vedere pregiudicata la continuazione della propria attività in assenza di riserve distribuibili per l’acquisto delle azioni degli enti pubblici (cioè la Regione) che hanno inserito tali partecipazioni nell’elenco di quelle da dismettere. Su Rimini si può aggiungere che dopo le perdite registrate negli anni 2013, 2014 e 2015 (al massimo di 149 mila euro), negli ultimi anni, compreso il 2018, il bilancio si è chiuso con un attivo, grazie anche alla dismissione di alcuni terreni. Poiché si tratta di società consortile, le perdite non vanno ad intaccare il capitale sociale, così come gli utili non vengono distribuiti. Il Caar di Rimini ha fatturato in media nell’ultimo triennio 2,6 milioni di euro; all’interno operano quotidianamente, con presenza stabile, complessivamente, circa 150 imprese (circa 130 del settore ortofrutticolo, 5 del settore ittico ed altre imprese di altri settori, quali, ad esempio, la logistica), che occupano circa 650 persone. Si tratta quindi un’azienda importante nel panorama dell’economia provinciale, anche se non finisce mai sotto i riflettori.

L’ultima motivazione fornita nella delibera regionale è che “i Centri Agro-Alimentari hanno manifestato l’interesse ad approfondire processi di aggregazione aventi l’obiettivo di migliorare l’efficienza economico-gestionale e di sviluppare la loro attività”. Quindi la firma del protocollo d’intesa dei giorni scorsi è in realtà il punto di arrivo di un processo già avviato da mesi, ed è anche il punto di partenza per attuare nel concreto forme di collaborazione e razionalizzazione nelle spese e nei servizi. Se la Corte dei Conti volesse sindacare sul perché le quote non sono state dismesse, la Regione potrà comunque indicare che non si è stati con le mani in mano e si sono trovate strade alternative per migliorare l’efficienza economica e gestionale. Tra le priorità indicate nel protocollo sottoscritto, il trasferimento delle conoscenze e delle esperienze maturate dai Centri, il miglioramento della qualità dei servizi offerti a consumatori e operatori, la condivisione di soluzioni tecnologiche e organizzative, la partecipazione comune a fiere e congressi, la progettazione di soluzioni innovative in tema di e-commerce.



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