Pd, Giannini lascia. E il partito è in fibrillazione

Giovedì, 08 Novembre 2018

Stefano Giannini si è dimesso dalla carica di segretario provinciale del Pd, ritenendo esaurito il suo compito di traghettatore verso un rinnovamento generazionale. Alcuni segretari comunali hanno preso carta e penna per invitarlo a restare al suo posto fino alla celebrazione del prossimo congresso. Sullo sfondo, la battaglia per il congresso nazionale, che vede a Rimini, al momento, molto attivi i seguaci di Nicola Zingaretti, ed anche le elezioni amministrative di primavera che vedranno andare al voto numerosi Comuni della Provincia di Rimini.

Giannini era stato eletto un anno fa “come servizio al partito, - si legge in una sua nota - frutto di un’intesa unanime post congressuale, per tenere unito un partito attraversato da fratture anche personali, in vista della sfida delle elezioni politiche che appariva complicata”. Il sindaco di Misano ritiene che il suo compito si sia esaurito: “L’impegno di rinnovamento generazionale ed il superamento delle divisioni di corrente all’interno della mia segreteria mi pare un dato di fatto che va perseguito anche in futuro e che l’esperienza di “cantiere città” come strumento permanente di elaborazione politica è impostato e va accompagnato nella crescita e nella diffusione sul territorio”.

Secondo fonti interne al Pd, il candidato probabile alla successione potrebbe essere Filippo Sacchetti, 29 anni, giovane assessore al Comune di Santarcangelo. La direzione del partito, convocata per martedì prossimo, dovrà decidere fra due opzioni: o convocare un’assemblea congressuale che legga un nuovo segretario o nominare un reggente e indire una fase congressuale. Ma non appena si è diffusa la notizia delle dimissioni di Giannini, ecco arrivare puntuale una lettera di alcuni segretari comunali (Vanni Lazzari, Rimini; Cristian D'Andrea, coordinatore Pd  Valconca; Alberto Arcangeli, Riccione; Francesca Pieraccini, San Giovanni in Marignano; Franco Ghetti, Bellaria; Ottavia Borghesi coordinatrice Valmarecchia) secondo i quali “la scadenza per chiudere l’esperienza di “servizio” di Giannini è quella naturale del congresso, già convocato per i prossimi mesi. Altre soluzioni, al di là delle volontà politiche dei singoli, rischiano di compromettere un proficuo dibattito politico. A questo aggiungiamo che chiunque sia il nuovo segretario non avrà comunque l’autorevolezza che deriva da una elezione congressuale. Il segretario Giannini e la sua segreteria possono continuare a lavorare fino alla scadenza naturale del congresso e troveranno un contributo politico e programmatico da parte dei segretari comunali del nostro Partito”.

Perché questi dirigenti del Pd chiedono di spostare più in avanti la scelta del nuovo segretario? Un’ipotesi è che vogliano procedere all’elezione del segretario sull’onda di un eventuale successo nazionale di Zingaretti e fare in modo che anche a livello locale si possa insediare un esponente della sua area. A dire il vero nel precedente congresso nazionale, Sacchetti, il candidato in pectore di chi vorrebbe dare subito un forte segnale di rinnovamento, aveva optato per l’area Orlando, che adesso sostiene Zingaretti. Ma forse a nuocere a Sacchetti è il fatto di non far parte del cerchio magico dei “zingarettiani” locali.

A riprova che, con buona pace di Giannini, le divisioni e lo spirito correntizio sono duri a morire e quando pensi d’averlo sconfitto eccolo che rinasce.

Nell’attuale segreteria del Pd, un convinto assertore della linea del rinnovamento generazionale è Riccardo Fabbri, uomo impegnato da anni a tessere tele dentro il partito (non a caso il suo incarico in segreteria è “rapporti con le articolazioni del partito”). “Credo – afferma – che ci sia pronta una generazione di trentenni che può e deve prendere in mano le redini del gioco. Non possiamo riproporre le solite facce. Quelli della mia generazione inevitabilmente sono portati a riprodurre vecchi schemi, quando invece c’è bisogno di aria nuova”.

Se le condizioni del Pd a livello nazionale sono quelle che conosciamo, anche a Rimini l’encefalogramma tende ad essere piatto. Le ragioni sono simili. Se a livello nazionale il renzismo ha distrutto il partito, appiattendolo sulla figura del leader (la cui caduta ha trascinato verso il basso anche il Pd), a Rimini il partito è stato cannibalizzato dal fenomeno Andrea Gnassi, che ha imposto la sua agenda amministrativa anche come agenda politica. Il partito è scomparso e fra la città e l’istituzione Comune non c’è rimasto nessuno capace di rapportarsi con i cittadini e di intercettarne esigenze e bisogni. “Proprio perché la funzione del partito deve essere quella di stare a contatto con la base dei cittadini – osserva Fabbri – sostengo che ci sia bisogno di un ricambio generazionale. È vero che a fare politica oggi sono soprattutto le amministrazioni, è un dato generale. D’altra parte qui a Rimini è dai tempi di Ceccaroni che l’amministrazione ha avuto il sopravvento sul partito…”. Quella che era una tendenza è però diventata un assoluto. “Fa parte dell’analisi del voto del 4 marzo riconoscere che il tracollo è dovuto alla perdita di un sistema di relazioni con le persone e i soggetti sociali. Altre forze, magari attraverso strumenti problematici come i social, hanno invece mantenuto questa capacità”. Viene da chiedersi che fine hanno fatto i mitici circoli che dovevano costituire la novità del Pd. “ Formalmente esistono, ma sono asfittici. Nel mio circolo avevamo eletto un segretario che non era né dei Ds né della Margherita. Facemmo un’assemblea, c’erano 200 persone. Adesso ne verrebbero venti. È come se avessimo svenduto l’avviamento commerciale di un’attività”.

Come fare per recuperare? “Il primo passo è esserci, stare in mezzo alla gente, ascoltarla. Una delle caratteristiche di questa epoca è che le persone si sentono sole, non sanno a chi rivolgersi, hanno la percezione che ogni problema se lo deve risolvere da sé. Prendiamo per esempio il caso dei nomadi. Rispetto al numero dei Sinti da ricollocare, la reazione è sproporzionata. Perché? Penso sia perché la gente percepisce che poi non ci sia nessuno a cui rivolgersi nel caso, per esempio, che la microarea diventi una macroarea. Le persone sono sole in un quadro di riferimenti frantumato. Il Pd può avere un futuro se torna ad esserci. Inutile parlare della difesa dei ceti deboli, se poi uno che ha bisogno non ti trova”.