Cattolici e politica: una serata, due incontri, due mondi

Venerdì, 11 Maggio 2018

Il rapporto fra cattolici e politica è per definizione un tema caldo, capace di suscitare polemiche anche feroci e vedute contrastanti. Ne è un esempio anche la storia non troppo lontana dei cattolici riminesi, dove non sono mancate vivaci discussioni e scelte diverse. Giovedì sera è accaduto un fatto curioso: alla stessa ora, in due luoghi diversi della città, promossi da soggetti diversi, ci sono stati appunto due incontri su cattolici e politica. Al cinema Tiberio, organizzata dal Centro internazionale Giovanni Paolo II, era in programma una conferenza del professor Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio sulla dottrina sociale della Chiesa intitolato al cardinale vietnamita Van Thuan. Il taglio dell’incontro era già ben esplicitato dal titolo, “Esserci” e dal sottotitolo “I cattolici in politica non ci sono più per il semplice fatto che da molto tempo hanno cessato di esserci nella società e nella cultura”. Al Museo della Città l’Azione Cattolica aveva invece invitato il suo presidente nazionale Matteo Truffelli e il riminese Piergiorgio Grassi, a lungo direttore della rivista Dialoghi, a presentare i loro ultimi libri, sotto il titolo “I cristiani e la politica in questo passaggio d’epoca”. Il libro di Truffelli verte su “La P maiuscola. Fare politica sotto le parti”, pubblicato a un anno di distanza dall’udienza di Francesco all’Azione cattolica, quando il pontefice invitò gli aderenti alla storica associazione a “mettersi in politica”, precisando a braccio “nella politica con la P maiuscola”.

Stesso giorno, stesso tema, ma due approcci radicalmente diversi. Fontana, introdotto da Marco Ferrini, è partito da un’analisi spietata della situazione attuale che vede dal 2007 i vescovi italiani dall’astenersi dal pronunciamento su importanti questioni politiche. Si limitano a invitare alla partecipazione, senza giudicare i contenuti in gioco; dei principi non negoziabili non si parla più; si è dimenticata la nota di Ratzinger sulla proibizione ai cattolici di partecipare a movimenti e partiti politici in contrasto con la Chiesa; si è ridotto il bene comune alla società multi religiosa; sono stati rovesciati i temi che contano, non più vita, famiglia ed educazione, ma lavoro, ambiente e immigrazione; si promuove una pastorale della carità disancorata dalla verità. La tesi di Fontana è che non basta “Esserci”, ma bisogna esserci nel “modo giusto”, perché una presenza non declinata secondo criteri di verità produce esiti peggiori dell’assenza. Il cambiamento di paradigma in atto riduce la presenza dei cattolici a qualcosa di innocuo, senza nemici contro cui combattere, senza leggi inique da contrastare, ma con atteggiamento dialogante, “in uscita”, alla ricerca del consenso del mondo. Si stigmatizza come muscolare e arrogante ogni tentativo di presenza diversa, si privilegia quella indifferente alla verità, sotto l’influsso di teologie narrative ed esistenziali. I cattolici devono solo dire dei sì, accogliere, integrare. Così si finisce per non esserci, illudendosi di esserci ancora. La risposta, secondo Fontana, non può che essere un rilancio della dottrina sociale della Chiesa, non ridotta però ad un manuale delle giovani marmotte, ma con il compito di creare un posto per Dio nel mondo. I cattolici devono sapere che l’ordine naturale ha bisogno di un ordine soprannaturale, e invece lo stesso concetto di ordine naturale, derivante dalla creazione, è oggi considerato superato. Non si costruisce il bene comune senza affermare la centralità di Cristo, altrimenti i cattolici sono come quei medici ed infermieri che assistono un malato senza conoscere la malattia. La dottrina sociale deve riaffermare la pretesa del cristianesimo di essere portatore della verità, senza la quale nemmeno la politica può sussistere. Per una ripresa di coscienza del popolo cristiano non ci si può aspettare nulla dai dicasteri della Santa Sede o dalle diocesi, occorre ripartire dal basso. Per questa ragione il suo Osservatorio organizza in giro per l’Italia scuole di formazione che ripropongono l’autentica dottrina sociale della Chiesa, saldamente ancorata ad una filosofia ed una teologia cattoliche.

Le domande del pubblico hanno consentito al relatore di specificare meglio la sua impostazione. Ha così espresso la sua distanza da categorie cristiane come incontro con Cristo, fatto, avvenimento, perché a suo giudizio mettono in secondo piano che Cristo è il Logos, il legislatore universale, e quindi che il cristianesimo si esprime in dottrina e regole. Rispondendo ad una domanda sull’esclusione delle radici cristiane dalla costituzione europea, ha sostenuto che la gravità non sta tanto nel fatto che così si dimenticano le radici storiche del continente, ma perché così non si riconoscono i contenuti del cristianesimo quale unica religione vera, indispensabile punto di riferimento per ogni costruzione sociale.

Diverso l’approccio del presidente dell’Azione Cattolica Truffelli, che anche nel suo libro ha ribadito una posizione presa di mira da Fontana.

“Come associazione laicale fortemente orientata alla formazione, - afferma - non intendiamo affrontare i tanti temi del nostro tempo avendo come obiettivo principale quello di esprimere un’opinione in merito su tutti gli aspetti della vita sociale e politica, di dire “come la pensiamo” o, come si dice spesso, di “prendere posizione”. La nostra preoccupazione non deve essere tanto quella di dire ad altri cosa pensare, ma fare tutto il possibile per spingere e aiutare chiunque a pensare, e a farlo in maniera critica e consapevole, circostanziando e argomentando le proprie convinzioni”.

Ed ancora: “La risposta alla difficoltà che molti possono legittimamente incontrare rispetto al tentativo di formarsi un’opinione criticamente consapevole non può essere quella di offrire loro giudizi chiari preconfezionati, dei sì o dei no pronunciati da qualcun altro. Vorrebbe dire, in fondo, rimanere legati a un modo “clericale” di pensare l’Azione cattolica e il suo rapporto con la cultura, ma anche con i propri aderenti, rispetto ai quali l’associazione finirebbe per autoattribuirsi il compito di fornire un’opinione autorevole cui ispirarsi o, peggio, adeguarsi. Anche questo secondo me è clericalismo, a prescindere che sia praticato dai chierici o da noi laici: la convinzione di essere chiamati a pensare e decidere per altri, spiegando loro cosa pensare, illudendoci, così, di concorrere realmente a cambiare le cose”.

È evidente come ci sia una distanza da colmare, un approfondimento necessario, volto a condividere quale sia il metodo di presenza più adeguato nel contesto odierno . Buongiorno Rimini è disponibile ad ospitare il dibattito.