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Galasso (Caritas): dai poveri con il metodo dell'incontro

Giovedì, 12 Aprile 2018

Mario Galasso da qualche mese direttore della Caritas di Rimini, verso la fine della mattinata apre la finestra dell’ufficio e si mette a parlare con i poveri che stanno facendo la fila per chiedere un aiuto. “La relazione e l’incontro sono gli elementi fondamentali del mio lavoro, - spiega – altrimenti sarei un burocrate della carità. Qui in Caritas abbiamo molti servizi, vi lavorano molti operatori professionalmente preparati. Penso che però dobbiamo tutti imparare a leggere ciò che facciamo con gli occhi delle persone che si rivolgono a noi. Il rischio è di guardare ai poveri con i nostri occhi, di interpretare i loro bisogni, invece bisogna partire da loro, guardarli in faccia, ascoltarli. Insomma seguire ciò che dice papa Francesco. Vedere nel povero il volto di Cristo”.

Papa Francesco invita anche a guardarli negli occhi, a toccarli.

“Sì, è vero. E ciò provoca uno scambio di umanità incredibile. A volte mi chiedono cosa fare con chi chiede l’elemosina per strada. Rispondo sempre che ciascuno agisca secondo la sua coscienza. In ogni caso, se non si ha nulla da dare, è importante chiedere loro chi sei, come ti chiami, come stai, da dove vieni. Parlando con loro, mi dicono che bene o male i soldi per sfamarsi li trovano, ciò che invece manca e hanno più bisogno è il calore umano”.

Galasso, 53 anni, è sposato, padre di due figli, Matteo e Chiara, ed accoglie in casa sua un giovane senegalese, Mamadou. Fino al 2000 la sua vita scorre lungo il doppio binario del lavoro come militare dell’Aeronautica e di militante in associazioni di volontariato contro l’Aids. Poi ha lasciato l’Aeronautica e si è dedicato professionalmente all’attività sociale. È stato anche assessore al Comune di Riccione e alla Provincia di Rimini, durante il mandato di Stefano Vitali.

Torniamo all’argomento da cui siamo partiti: cosa significa in concreto privilegiare l’incontro e la relazione nel lavoro in Caritas?

“La grande sfida è come rendere protagoniste e autonome le persone che vengono da noi. Il rischio è che si crei una situazione di dipendenza dalla Caritas. Dal rapporto 2017 sulle povertà è emerso che alcuni si rivolgono a noi anche otto volte in un anno. Non va bene. Occorre fare un salto di qualità, anche coordinandoci meglio con i servizi sociali del Comune. Se c’è l’emergenza va bene pagare la bolletta, ma forse è meglio impiegare le risorse disponibili, private e pubbliche, per pagare tirocini formativi, così la persona avrà i soldi per pagarsi le bollette e magari anche conquistarsi un posto di lavoro. È un salto da fare insieme, perché ci occupiamo delle stesse persone. Certo, questo implica un lavoro impegnativo, perché è più gravoso prendersi in carico una persona e portarla verso l’autonomia, che offrirle un contributo”.

Qual è la mission della Caritas?

“Lo scopo della Caritas è principalmente educativo. Attraverso le opere e l’incontro con le persone vogliamo educare tutta la comunità all’attenzione verso gli altri. Nella lettera d’incarico il vescovo fra i vari punti ha ricordato una frase del Concilio: non sia dato come dono ciò che è dovuto come giustizia. È una prospettiva enorme, di umanità e di relazione. Dobbiamo aiutare il nostro popolo, la Chiesa, a cambiare atteggiamento, a maturare uno sguardo, una sensibilità diverse. E questo non è facile, con la mentalità di paura e di rancore che domina nei mass media e nei social”.

Cosa direbbe a chi esprime questa mentalità soprattutto nei confronti dei migranti?

“Rischio di essere ripetitivo ma la risposta sempre la stessa, l’incontro. A volte agli amici e conoscenti porto l’esempio del ragazzo che ho accolto in casa, Mamadou. Mi rispondono: ma lui lo conosciamo! Appunto, replico io. I problemi si risolvono solo con l’incontro e il dialogo. Se si erigono i muri, bisogna ricordarsi che hanno due facce, che incidono anche su chi sta dall’altra parte. Bisogna inoltre capire che chi viene da noi, starebbe tranquillamente a casa sua se non fosse spinto dalla disperazione. La mamma che “abbandona” il suo bambino sul barcone perché non ha i soldi per pagarsi il viaggio esprime questo desiderio di futuro per il proprio figlio. Bisogna ricordarsi di tre cose: che non abbiamo scelto noi dove nascere, che a spingere i migranti verso di noi è la fame, che ci sono molti lavori che noi italiani non vogliamo più fare. Bisogna tornare alla politica delle quote, così si favorirebbe un’immigrazione regolare. Poi, se uno sbaglia, dovrò rispondere di fronte alla legge. Non ci sono sconti per nessuno, ma nemmeno la responsabilità è moltiplicatanse a commettere un reato è un non italiano.”

Che novità ha introdotto in Caritas?

“Sono arrivato qui dopo diciassette anni di direzione di don Renzo Gradara. Inevitabile che ci fosse l’esigenza di ripartire. Ho cominciati chiedendo ad ogni operatore: come stai, come ti trovi in Caritas, come immagini il tuo futuro. All’inizio rimanevano un po’ sorpresi. Ma c’era bisogno di spostare l’attenzione sulla persona, di far esplodere al massimo l’umanità di ciascuno. Credo che questo abbia immediate ripercussioni anche sulla qualità del servizio che rendiamo ai poveri”.

Lei è stato anche assessore. Come ci si rende più utile agli altri, con la politica o con il volontariato?

“Bella domanda. La politica è indispensabile. Se con il volontariato trovi una soluzione per alcune persone, la politica ti permette di rendere quella strada praticabile per tutti. La politica può aiutare a mettere a sistema le risposte che ciascuno realizza nel proprio ambito. A volte mi chiedo se sia giusto che la Caritas o gli altri organismi di volontariato si sostituiscano a ciò che devono fare le istituzioni. Penso che in ogni caso sia sbagliato che le istituzioni pensino di risolvere il loro problema affidandosi al volontariato. E se questo per qualche ragione dovesse venire meno? Credo quindi che sia necessaria una sinergia, una concertazione. Così come è necessario che anche fra noi privati ci sia maggiore collaborazione, se siamo uniti nel fare proposte all’ente pubblico, saremo anche più forti. Non caso il vescovo, accogliendo un mio suggerimento, ha annunciato la creazione di una Consulta delle associazioni caritative”.

Qual è la povertà emergente nel territorio di Rimini?

“Sono impressionato da un fenomeno, che dal punto di vista numerico nel rapporto 2017 è limitato a cinquanta persone, ma forse è solo l’emergenza di una realtà più vasta. Penso a quegli imprenditori, liberi professionisti, proprietari di case che hanno trovato il coraggio di bussare allo sportello della Caritas. Sono una domanda a pensare servizi che tengano conto del loro dramma, con discrezione e rispetto alla loro sensibilità”.

Quali sono stati i suoi maestri?

“In ambito cattolico, oltre all’educazione negli scout, devo molto a monsignor Luigi Bettazzi e a don Luigi Ciotti. Ma grande maestro di umanità per me è stato un non credente, il professor Alain Goussot, scomparso due anni, pedagogista della scuola di Andrea Canevaro. Mi diceva: quando non sai da che parte stare, scegli di stare con i più piccoli”.

Valerio Lessi


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