La casa dov'è? E’ dove impari ad amarti. Incontro con Andrea Nembrini

Martedì, 19 Dicembre 2017

(Rimini) E’ stato Andrea Nembrini, direttore della scuola primaria Luigi Giussani di Kampala, a dare il via alla campagna ‘Tende Avsi’ a Rimini, dal titolo 'La casa dov'è?'. In programma nelle prossime settimane e nei prossimi mesi tutta un serie di inziative, tra incontri, cene e concerti, mirati alla raccolta fondi per i progetti Avsi nel mondo e in Italia, anche a Rimini. Il progetto Uganda, raccontato da Nembrini, è tra quelli sostenuti dalla campagna assieme a quello della costruzione di un asilo nel campo profughi di Erbil e al sostegno a Portofranco, l’associazione che segue e accompagna migliaia di studenti delle scuole medie superiori, sia italiani che stranieri, aiutandoli nello studio. Negli anni Portofranco, anche a Rimini, è diventato un luogo che favorisce l’integrazione e combatte la dispersione scolastica e la devianza sociale.

“L’Uganda - racconta Nembrini, che ha presentato il progetto l’altra sera in sala Manzoni a Rimini - è un Paese molto bello dal punto di vista paesaggistico, ma molto complicato per tanti motivi, per esempio per lo sviluppo in tempi molto recenti. Basti pensare che in Uganda, quello che convenzionalmente è il passaggio dalla storia alla preistoria, il momento cioè in cui si inzia a scrivere, arriva nella seconda metà dell’Ottocento. Segni di primitività sono evidenti in molte zone, anche in città. Il guardiano del mio compound ogni mattina è armato di arco e frecce quando arrivo e mi dice: «Anche questa notte ho difeso la scuola». Grandi dittatori folli hanno massacato il loro stesso popolo, tante guerre civili tribali lo hanno devastato. L’ultima, terribile, è finita 15 anni fa. Tutto questo ha danneggiato anche l’economia. L’Uganda è un paese talmente povero che viene importato tutto, tranne il caffè. Ma queste vicende storiche hanno soprattutto distrutto il tessuto sociale. La popolazione vive per lo più nelle campagne e fa una vita che è molto simile a quella di 3mila anni fa: capanne tonde, tetti di paglia, metodo di coltivazione primitivo. Andando in visita nei villaggi sembra di tornare indietro nel tempo. Poi noti che qualcuno indossa una maglietta con scritto sopra New York e capisci che siamo ai nostri giorni. Nelle città vivono i ricconi, ma soprattutto gli abitanti degli slum. La scuola sorge all’inizo di una baraccopoli. A Kampala ce ne sono diverse, costruite in modo disordinato e disperato per fuggire alle atrocità della guerra. La guerra in Africa è terribile, animalesca, fatta a colpi di machete e bambini soldato, di una violenza anomala. Questo segna la vita di centinaia di migliaia di persone, che si rifugiano nello slum, che, però, non è casa. E’ l’inferno terribile, fatto di baracche di lamiera e canali di scolo (i loro servizi igienici). Qui vivono tutti i miei alunni. Quei bimbi non conoscono altro se non precarietà, sporcizia e malattie. Io sono entrato pochisime volte nello slum profondo, non è consigliabile a un bianco. La prima volta ci sono andato perché era morta la mamma di un mio alunno e volevo andare a trovarlo. L’ho fatto scortato dagli altri scolari e da alcuni genitori. Lui mi aspettava fuori, perché dentro la baracca ci entrava solo la bara della madre oltre a pochi altri parenti. E’ in situazioni come questa che in un secondo fotografi come è la vita dei tuoi alunni quando escono dal cancello della scuola”.
Il tessuto sociale è senza trame, in Uganda. “Non credo di aver in mente padri, uomini adulti in genere, che non siano perennemente ubriachi e quindi violenti con tutti i familiari. Nel corso del ‘Music dance and drama’, un’iniziativa in cui periodicamente coinvolgiamo gli alunni, quest’anno la seconda elementare ha proposto una bellissima poesia sulla violenza domestica, mentre la prima ha messo in scena il ritorno a casa del genitore ubriaco. Io sono rimasto agghiacciato perché alla richiesta di raccontare la loro quotidianità, magari una cosa bella, loro hanno raccontato questo. E’ molto diffuso anche il fenomeno delle stepmother, le matrigne, che non sono solo le seconde mogli dei padri, ma sono nella maggior parte dei casi donne a cui le madri lasciano i figli tornando al villaggio d’origine. Accettano perché sanno che prenderanno dei soldi per il mantenimento dei bimbi, ma questi soldi vengono spesso usati per altro. Ed è così che arrivano a scuola sporchissimi e affamati. Non dimenticherò mai quella bimba che mi ha addirittura raccontato che la stepmother voleva farla sposare per mandarla via di casa”.

Il seme imprevisto. Proprio a Kampala è fiorito un bene, si chiama Meeting Point. “In mezzo a tutto questo male è nata e cresciuta l’esperienza di un’infermiera, Rose Busingye (nella foto, ndr). E’ per questo che ho deciso di lasciare il mio lavoro da insegnante e raggiungere Acholi Quarter, il mio slum, un anno e mezzo fa”. Arrivata nella baraccopoli, dove abitano molte donne malate di Aids, Rose da infermiera ha inziato a distribuire loro gratuitamente le medicine, ma le donne le abbandonavano a terra, non le prendevano. “Se la vita fa schifo ed è sofferenza, perché prolungarla tentando di guarire? Queste donne avevano perso la speranza, di fronte a loro Rose ha dovuto cambiare metodo. Ha deciso semplicemente di stare con loro, andarle a trovare, cantare e ballare insieme, lavorare con loro, spaccando le pietre. Il suono costante nello slum è il picchettio dei martelli per produrre la ghiaia che poi viene venduta a pochissimo prezzo. Si tratta di donne che in molti casi vivevano grossi sensi di colpa, perché la loro condizione spesso derivava dall’essere state rapite dai ribelli con cui avevano vissuto nei boschi per anni. «Voi non siete quello che avete fatto, che anzi avete subito». Voi siete molto di più. Questo ha detto loro Rose. Ed è stata la prima ad averlo fatto. E loro hanno capito e si sono affidate a lei, hanno seguito il suo sguardo nuovo e sono risorte. Hanno iniziato a curarsi perché si sono rinnamorate della vita. Spesso mi dicono: «La Rose ci ha reso libere perché ci ha detto del valore infinito che abbiamo»”. Nella condizione di disagio e malattia, queste donne riescono oggi ad essere liete, come dimostra la loro compassione nei confronti delle vittime dell’uragano Katrina, che ha devastato New Orleans nell’agosto del 2005.
“Le donne sentendo che laggiù la gente era rimasta senza casa hanno chiesto di poter fare qualcosa. Volevano andare a New Orleans, ma poi hanno capito che sarebbe stato un po’ difficile. Si sono quindi messe al lavoro e hanno prodotto tanta ghiaia da guadagnare 2mila dollari, una cifra astronomica che hanno inviato alle vittime dell’uragano. Quando negli Usa hanno ricevuto quei soldi, hanno voluto capire da dove arrivassero e un tizio è venuto a Kampala per vedere. La sua reazione di fronte a quelle donne, povere e malate, è stata di rabbia. «Voi avete fatto un errore!». Ha detto loro. Ma una si è alzata e gli ha risposto: «Noi non lo abiamo fatto un errore. Sei tu a non capire l’immensa letizia che stiamo vivendo ed essendo venute a conoscenza delle vostre case distrutte non abbiamo potuto fare a meno di sentire compassione. Tu sei felice?»”.
Può essere che quelle donne si siano sentite oggetto di un amore così grande che hanno iniziato a guardare con gli stessi occhi di quell’amore che ha salvato la loro vita? Visto che erano e sono madri, a un certo punto hanno espresso il desiderio che quel bene raggiungesse i loro figli. Avsi si è detta disponibile a metterci i fondi. Rose, da infermiera, ha proposto di costruire un ospedale. Loro però volevano fare una scuola, e così è stato. L’hanno intitolata a don Luigi Giussani, quell’amico di cui Rose aveva raccontato, dicendo che le aveva insegnato ad amare, quello sguardo che lei aveva avuto con loro.

“La scuola è bellissima. E’ un punto troppo importante. In questo anno e mezzo ho dovuto fare più il muratore che l’insegnante, ma l’ho fatto perché ho capito che il primo diritto che è stato tolto a quei bambini e che bisogna restituire loro è la bellezza. Loro entrano a scuola e possono impattarsi con una cosa ordinata, pulita e piacevole. La nostra speranza è che questo possa prima o poi arrivare anche dentro la loro vita fuori, piena di disordine, sporcizia e violenza. Nelle altre scuole, in tutte le altre scuole, vige il metodo del bastone. Gli scolari vengono picchiati non solo se fanno delle marachelle, ma anche se vanno male a una verifica, perché significa che non hanno studiato. La punizione deve essere plateale e mortificante. C’è da sottolineare che la violenza è il modo normale di rapportarsi in famiglia e tra ragazzi”. Alla Luigi Giussani di Kamapala le cose vanno diversamente. “I ragazzi si sono accorti presto che c’era qualcosa di strano nella scuola. «Qui non ci picchiano», dicono. Però, essendo normale per loro rapportarsi violentemente, a volte li becchi che se le danno. E per farli smettere non puoi andare dai loro genitori perché li incoraggerebbero. Così come non ha senso minacciarli dicendo: tuo padre fa così a casa? Perché è proprio così che fa. Allora io chiedo loro se desiderino rimanere alla ‘Luigi’, come la chiamano. Gli dico che lì vogliamo diventare uomini e donne di un altro tipo e che, se vogliono rimanere, devono cambiare. E puntando sull’aspetto affettivo, qualcosa cambia”.
Un fare nuovo che nasce dal “modo che Rose ha avuto con le loro madri” e che è il “medodo che caratterizza Avsi nel panorama delle ong. C’è chi risponde a un bisogno trovando la soluzione al problema, e in alcuni casi bisogna fare proprio così. Se hanno fame, devi dargli da mangiare. Ma il metodo privilegiato di Avsi è quello di avere a cuore il cammino personale dell’uomo, lo sviluppo della consapevolezza di sé”.
Un esempio? “All’inizio, sapendo come e dove vivevano, io mi sono trovato in difficoltà a chiedere alle donne di pagare la retta seppur minima dei propri figli (che in ogni caso non basta a mantenere la scuola). Ne ho parlato con Rose, che quella retta l’aveva fissata. Lei mi ha risposto: «A noi interessa che imparino a conoscere se stesse e il loro desiderio, che facciano un passo da protagniste in questo». A partire da questa prospettiva è accaduto che una donna mi ha lasciato in ufficio una scatolina dove di giorno in giorno mandava i suoi figli a mettere qualche spicciolo risparmiato. Lo ha fatto perché sapeva che da sola non avrebbe conservato i soldi, loro non hanno la cultura del risparmio perché sono totalmente incapaci di pensare al domani. Alla fine dell’anno, la donna non ha raccolto abbastanza da pagare la retta per i figli, ma a me ha emozionato il suo passo di consapevolezza. Io penso che senza questo tipo di rapporto non ci sia vero supporto. C’è un modo di realizzare l’altro che non interpella l’altro e c’è il modo di Rose. E’ un’altra cosa, è coinvolgere l’altro facendo compagnia al suo cammino personale. E così anch’io sono in gioco con loro”.