Meeting: il "manifesto" di Francesco spiegato da Parolin

Sabato, 26 Agosto 2017

Un proprio contributo sul tema e una puntualizzazione degli aspetti più rilevanti del pontificato di Francesco. Lungo queste direttrici si è mosso il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, nel suo intervento di oggi al Meeting su L’abbraccio della Chiesa all’uomo contemporaneo.

Era presente anche il presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, don Julian Carron, che ha rivolto un indirizzo di saluto al cardinale: “Avanziamo disarmati incontro agli altri per offrire a tutti il contributo che la fede può dare al cammino di ciascuno”. Dica al papa che preghiamo per lui”. Alla termine della densa lezione, ricca di spunti culturali e teologici, la presidente del Meeting, Emilia Guarnieri, ha concluso invitando il cardinale a far sapere a papa Francesco che il popolo del Meeting è pronto a vivere secondo la prospettiva indicata.

Più che una sintesi, riproponiamo alcuni passaggi salienti dell’intervento del cardinale Pietro Parolin.

La questione dei migranti

“Se penso che una parte non piccola del dibattito civile e politico in questo ultimo periodo si è concentrata su come difenderci dal migrante! Certo per il potere politico è doveroso mettere a punto schemi alternativi a una migrazione massiccia e incontrollata, stabilire un progetto che eviti disordini e infiltrazioni di violenti, disagi tra coloro che accolgono; giusto coinvolgere l’Europa e non solo essa; lungimirante affrontare il problema strutturale dello sviluppo e dei popoli di provenienza dei migranti, che qualora sia avvii, richiederà comunque decenni. Ma non dimentichiamo, almeno noi, che queste donne, questi uomini, questi bambini sono in questo istante nostri fratelli”.

“Eppure anche noi cristiani continuiamo a ragionare secondo una divisione che è antropologicamente e teologicamente drammatica, che passa tra un “loro” come “non-noi” e un “noi” come “non-loro”. Abbiamo bisogno di ricomprendere, senza superficialità, il tema della diversità, della sua ricchezza, in un quadro di conoscenza e rispetto reciproco”.

Globalizzazione e sovranità

“Nessun Stato-nazione controlla più da tempo pienamente ed esclusivamente la propria economia nazionale. In assenza di una economia nazionale di cui gli Stati possano rivendicare la guida, non sorprende la tendenza generale, soprattutto nei Paesi autoritari, ma anche in molti leader e movimenti “populisti” (di destra e di sinistra) a declinare la sovranità nazionale nei termini di supremazia culturale, identità razziale, nazionalismo etnico e a trovare spesso in questo le ragioni di una repressione del dissenso interno”.

“la globalizzazione va governata nei suoi diversi aspetti, regolamentandola sul piano delle relazioni internazionali, seconda una visione che faccia perno sul bene comune. Su questo punto, nel quale sono in gioco i valori più profondi della giustizia e della pace, realtà come gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno un ruolo e una responsabilità decisivi. E troppo spesso ne sentiamo la mancanza”.

Il contributo della Chiesa

Dopo aver ricordato che il contributo fondamentale di Benedetto XVI è stato quello di un allargamento del concetto di ragione e dell’uso di essa, come indispensabile per pensare adeguatamente tutti i termini del quadro sociale, ha aggiunto:

“Papa Francesco ha chiesto una nuova e globale spinta missionaria alla Chiesa cattolica, quella che egli ha chiamato Chiesa in uscita, nella quale e attraverso la quale il corpus dottrinale deve riprendere vita nello stile pastorale. Risituare la dottrina all’interno del processo kerigmatico dell’evangelizzazione rappresenta una riaffermazione radicale dell’identità cristiana. Non una sua negazione”.

La cultura dell’incontro e del dialogo

Dopo una lunga citazione del discorso pronunciato da Francesco in occasione del premio Carlo Magno, il cardinale ha aggiunto:

“Proprio in un’ora come questa, nella quale l’umanità è attraversata da violenze, minacce, paure e ingiustizie, il dialogo è l’unica strategia che possiamo adottare. E la Chiesa non può non farsi parola, messaggio, supplica, colloquio in questa strategia”.

Le guerre in atto e il terrorismo islamico

“Ho detto in più occasioni che confondere la natura reale e multiforme dei conflitti con la loro giustificazione ideologica-religiosa significa produrre un corto circuito che impedisce di riconoscere le diverse responsabilità storico-politiche, sociali, culturali. A ciascuno viene presentato il proprio conto. Certo, anche alle religioni quando non intraprendono un percorso critico nei confronti delle parti più ambigue delle loro stesse tradizioni; quando non si distaccano o non si dissociano condannando adeguatamente le efferatezze commesse in loro nome. La violenza, in nome di qualsiasi religione venga commessa, retroagisce negativamente su questa stessa religione e sui suoi fedeli, fino a produrre elementi di perversione di quella stessa religione”.

Verso un rinnovato impegno politico

“Il miracolo dell’amore disinteressato, che appare così assurdo alla mentalità di molti nostri contemporanei, deve riprodursi nelle nostre società, nella nostra storia concreta. Il compito sociale e politico va riconosciuto e riproposto anche sul piano educativo sia al singolo cristiano, sia ai singoli gruppi cristiani, a ciascuno secondo le diverse situazioni e competenze. Ve ne oggi una nuova necessità”.

Se non può mai mancare la collaborazione leale della Chiesa ai diversi ordinamenti nella costruzione di una società migliore, essa non può non mantenere la propria “differenza critica”. (…) La differenza cristiana nasce dalla fedeltà a Cristo e al suo Vangelo, secondo lo stile dell’amore. Ma nulla è più esigente e rischioso dell’amore. È quanto testimonia la famosissima Lettera a Diogneto: Dimorano sulla terra ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma con la loro vita superano le leggi. Amano tutti ma da tutti sono perseguitati”.