Ieg, l'ironia di Cagnoni liquida Facco e Marzotto

Giovedì, 13 Dicembre 2018

Se sulla vicenda della mancata quotazione in Borsa di IEG il presidente Lorenzo Cagnoni e l’amministratore delegato Ugo Ravanelli hanno sostanzialmente ribadito le tesi (mercati sfavorevoli) espresse nella conferenza stampa di venerdì scorso (e per i contenuti rimandiamo al nostro articolo), nella seduta delle commissione consigliare seconda e quinta hanno fornito invece maggiori particolari sulla vicenda dell’articolo de La Stampa dell’11 novembre scorso che aveva messo sotto accusa “l’allegra gestione delle fiere” e aveva parlato di parentopoli e gettato ombre su alcuni aspetti della gestione.

Per quasi cinque ore Cagnoni e Ravanelli hanno risposto alle numerose e incalzanti domande dei consiglieri di minoranza che sono intervenuti, Pecci, Zoccarato, Mauro, Renzi, Camporesi, Spina. Con Cagnoni che, soprattutto nell’ultima replica, ha sfoderato la sua signorile ironia, e Ravanelli che più di una volta ha spiegato che i consiglieri potevano trovare risposta a tante delle loro domande nel prospetto informativo che nessuno di loro aveva scaricato quando era presente sul sito di IEG (adesso, venuta meno la quotazione, è stato tolto). Non sono mancati anche gustosi siparietti, di cui più avanti diremo.

In un certo senso i vertici di IEG hanno tracciato una sorta di identikit della fonte dell’articolo “sgangherato” del quotidiano torinese. Hanno spiegato che esso faceva riferimento a documenti interni che in azienda conoscevano solo i membri del cda e altre sette otto persone. L’articolo – è stato detto - era ben documentato su fatti precedenti il rinnovo del consiglio d’amministrazione e più impreciso su altri fatti seguenti. C’è stata quindi una fonte interna – questo in verità lo si era intuito anche in precedenza – che ha sollecitato l’attenzione del giornale. Non è stata una manovra della concorrenza, come ha ipotizzato qualcuno della minoranza.

La replica agli articoli de La Stampa

Nel merito, Ravanelli ha innanzitutto spiegato che i premi di produzione ai dipendenti sono elargiti non con criteri soggettivi, ma seguendo accordi sindacali e precise procedure di valutazione. Quanto ai casi conflitto di interesse, ha ricordato che le segnalazioni – nove casi in tutto – sono venute dagli stessi dipendenti e che per tutti l’organo di vigilanza ha stabilito che non ci fossero elementi per intervenire. Piccole cose, tipo un telefonino ricevuto in regalo e usato per il lavoro d’ufficio, o alcuni buyer ospitati nell’albergo di un membro del cda. Quando il consigliere Spina ha invitato Ravanelli a non essere così sbrigativo per il caso di un consulente parente di un manager, l’ad ha risposto che pure lui è rigoroso e che anche quella vicenda non è rilevante. Non è vero che l’avvocato Claudia Perrucca si è dimessa dall’organo di vigilanza per pressioni. È vero che ha cambiato una relazione, ma perché ha riconosciuto che in un punto era sbagliata. Le valutazioni del personale compiute dalla società esterna non erano corrispondenti alla realtà e Ravanelli ha ribadito la sua stima nei confronti dei dipendenti citati nell’articolo. Nella sostanza, ha completato il quadro, arricchendolo di particolari, di quanto già scritto nella circolare interna del 12 novembre.

L’articolo de La Stampa ha influito sulla mancata quotazione? Cagnoni lo ha escluso categoricamente (“c’entra come i cavoli a merenda”). Certo ha nuociuto all’immagine della società e gli avvocati sono già al lavoro per valutare i danni.

Il ben servito a Facco e Marzotto

Molte domande, soprattutto da Pecci, della Lega, sui motivi che hanno determinato l’abbandono dell’ex direttore Corrado Facco, prima, e del vice presidente Matteo Marzotto, poi. Pecci ha sostenuto che la mancata quotazione è partita con l’addio di Facco, persona capace di importanti relazioni con investitori esteri.

“O lei è ingenuo o non so quali fonti di informazioni abbia. – ha replicato Cagnoni a Pecci – Facco ha sempre fatto il direttore di una piccola fiera di provincia che ha accumulato 45 milioni di debiti e che noi abbiamo rilevato visto che era in difficoltà”. Quindi il presidente di IEG ha ribadito che Facco non era più necessario alla governance della società. “Gli abbiamo offerto un nuovo ruolo, lo ha rifiutato e quindi lo abbiamo licenziato”. Addio senza rimpianti.

Altrettante frecciatine avvelenate Cagnoni le ha lanciate verso Matteo Marzotto, “persona gentile alla quale pure mi ero affezionato” ma “che si era fatto un film non corrispondente alle regole di funzionamento di una società”. Le sue dimissioni sono arrivate solo dieci giorni prima della scadenza prevista. Gli accordi con Vicenza prevedevano che dopo la quotazione i veneti avessero un solo rappresentate in consiglio d’amministrazione. “E per quel ruolo – ha precisato Cagnoni – non avevano indicato Marzotto”. L’ex vicepresidente ha parlato di contrasti insanabili con lui? “Mi sono meravigliato leggendo queste cose. - ha osservato Cagnoni – Non so quali fossero questi contrasti. In consiglio d’amministrazione non ha mai votato contro. Solo recentemente, dopo le dimissioni dell’avvocato Perrucca, ha voluto distinguersi dalla nostra decisione di affidare al presidente dei revisori dei conti anche la guida dell’organo di vigilanza. Lui ha detto che preferiva il dualismo delle figure. Tutto qui”.

Siparietti in commissione

Si diceva all’inizio di qualche siparietto. Il primo, è stato provocato da Pecci che nel suo intervento citava persone e circostanze. Il capogruppo del Pd l’ha messo in guardia: se continuava, si sarebbe dovuto secretare la seduta, con l’uscita del pubblico e della stampa. Le citazioni delle persone sono finite e la seduta non è stata secretata. Camporesi si è lamentato perché non è mai stato comunicato lo stipendio di Cagnoni. Ravanelli: “Si trova a pagina 213 del prospetto informativo. Secondo me sono pochi i soldi che guadagna Cagnoni così come sono troppi quelli che riceveva Marzotto. 142 mila euro all’anno per fare il vice presidente non si sono mai visti”. Ma visto che il prospetto non l’ha mai scaricato nessuno, lo stipendio di Cagnoni al momento rimane un mistero. Camporesi ha voluto anche sapere perché IEG fa pubblicità sulla stampa locale e a quanto ammonta il contratto con un portale web vicino al Pd. “Non lo so, mi informerò”. Poco dopo gli arriva una e-mail e Ravanelli soddisfatto lo comunica in diretta: “Tremila euro all’anno”.

Il futuro di IEG

Cagnoni e Ravanelli hanno confermato che per la quotazione in Borsa resta aperta la seconda finestra a primavera. Se sarà utilizzata, dipende dalla situazione favorevole o meno dei mercati.

Lo stop alla quotazione non interrompe l’ambizioso progetto industriale, anche se è indubbio che qualcosa dovrà essere rivisto. Non interrompe nemmeno il processo di nuove aggregazioni o con Bologna (meno probabile) o con altre realtà del nord. Cagnoni è stato molto sferzante nei confronti del socio vicentino: “In una società la guida la detiene il socio di maggioranza”.

Infine l’assessore Gianluca Brasini ha detto che nulla cambia per il debito di Rimini Congressi con Unicredit. Non ci saranno i 18 milioni derivanti dalla quotazione per ridurre subito il debito, ma ci sono ogni anno gli utili di IEG che servono a pagare la rata di due milioni e mezzo.