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Ramonda: i nostri primi 50 anni seguendo don Oreste Benzi

Venerdì, 07 Dicembre 2018

Pubblichiamo il saluto che Giovanni Paolo Ramonda, responsabile ultimo dell'Associazione papa Giovanni XXIII, ha rivolto questa mattina al presidente Sergio Matarella, nel corso dell'evento per festeggiare i primi 50 anni della comunità

E' un efficace ritratto della vita dell'Associazione, che tanta parte ha avuto anche nella storia delle persone di Rimini e provincia dal 1968 ad oggi.


Signor Presidente
con grande gioia la accogliamo in questo giorno così importante per tutta la Comunità Papa Giovanni XXIII, presente qui in Italia in tutte le regioni, e nel mondo in 43 Paesi nei 5 continenti.
50 anni di vita e di condivisione con i più poveri ed emarginati, di impegno e responsabilità, di gioia e anche sofferenza nel mettere la spalla sotto la croce di molte persone in difficoltà.
Salutiamo tutte le Autorità civili e il vescovo di Rimini Francesco che hanno voluto condividere con noi questo anniversario.
Insieme a queste migliaia di giovani e alla grande famiglia fondata da don Oreste Benzi, la vogliamo ringraziare per il bene che vuole al Paese, al senso di giustizia che continuamente  richiama nei suoi interventi, nel difendere i diritti fondamentali della vita, della famiglia, del lavoro, dell’attenzione ai deboli, dell’implementare un’economia di condivisione.
Diceva don Benzi: «Le persone fragili non possono essere solo oggetto di assistenza ma sono costruttrici di umanità. Un popolo che lascia indietro i più poveri è destinato ad autodistruggersi.»
È un principio che noi traiamo dal Vangelo, ma anche dalla Costituzione della nostra Repubblica Italiana, di cui quest’anno abbiamo celebrato il 70° anniversario dall’entrata in vigore.
L’articolo 3 afferma che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge» e che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli …». Gli ultimi, gli emarginati, non come oggetto di assistenza ma come protagonisti di una società che grazie a loro diventa più umana, accogliente, simpatica, migliore per tutti.
È un principio che ci guida fin dalle origini, quando don Benzi, nel settembre del 1968, decise di portare in vacanza sulle Dolomiti non solo giovani normodotati ma anche giovani con disabilità, tirandoli fuori dagli istituti. E lì portò non in un ambiente separato ma nei luoghi frequentati da tutti, in una importante località turistica, Canazei, dove aveva costruito “Casa Madonna delle vette” andando a raccogliere i fondi in America.
Per l’epoca fu un’autentica rivoluzione che segnò un nuovo approccio al mondo dell’emarginazione segnato da due slogan: «Non per gli ultimi ma con gli ultimi» e «Là dove siamo noi, lì anche loro». È da questo fatto che nasce la Comunità Papa Giovanni XXIII. Un impegno che ci vede ancora oggi in prima linea ad affrontare le sfide del momento attuale, sempre nell’ottica di «mettere la vita con la vita» e di «rimuovere le cause dell’emarginazione».
Qualche settimana fa abbiamo accolto 51 profughi provenienti dal Niger, molte mamme con bambini scampati alla morte certa, tutti inseriti nelle nostre famiglie e case famiglia per una reale integrazione che preveda il lavoro per il capofamiglia, la scuola per i bambini. Riteniamo la scelta dell’accoglienza imprescindibile: i profughi in mare vanno soccorsi, accolti e integrati, ma soprattutto occorre puntare su una soluzione che è stata già sperimentata con successo: i corridoi umanitari.
Molti poveri continuano a bussare alla nostra porta.
Alcuni sono scomodi, come il popolo zingaro: da decenni siamo loro vicini, accogliendo i loro figli disabili, dando lavoro ai capifamiglia con un reale accompagnamento educativo.
I carcerati che incontriamo negli istituti penitenziari chiedono una pena alternativa, per questo abbiamo aperto le CEC, “Comunità Educanti con i Carcerati”, dove la recidiva è scesa al 15% da 80%. «L’uomo non è il suo errore» diceva don Benzi: è vero, possiamo dimostrarlo.
Incontriamo i giovani che sono catturati da nuove forme di dipendenza: per questo abbiamo avviato in tutto il mondo Comunità Terapeutiche basate sulla relazione e sulla responsabilità, aperte anche ad una dimensione spirituale in cui la salvezza non è data da qualcosa ma da Qualcuno.
Don Benzi è noto per il suo impegno a fianco delle donne schiavizzate dal mercato della prostituzione: oltre 7000 ne sono state salvate negli ultimi 30 anni, molte di loro minorenni. Incontrandole abbiamo capito che nessuna donna nasce prostituta ma c’è sempre qualcuno che la fa diventare prostituita.
I senza fissa dimora, i nuovi poveri ci hanno spinto ad aprire le Capanne di Betlemme, le Case di pronta accoglienza, i Pronto soccorso sociali, scoprendo un’umanità ricca di talenti sepolti tra i rifiuti.
La necessità di dare non solo una famiglia ma anche un lavoro che restituisse dignità ad ogni persona ci ha portato a promuovere 20 cooperative sociali presenti su tutto il territorio italiano, che danno occupazione a persone diversamente abili e considerate svantaggiate per i loro problemi comportamentali. Ma anche all’estero, in Zambia, Sierra Leone, Cile, Bolivia, attraverso le gelaterie Gigi Bontà diamo lavoro a centinaia di giovani che erano sulla strada e forse sarebbero finiti tra coloro che muoiono nelle traversate del mare.
Siamo presenti anche presso le Nazioni Unite (Special Consultative Status), a Ginevra e New York, per essere voce di chi non ha voce e portare il punto di vista della povera gente nelle stanze dei bottoni.

Molti di noi sono partiti in questi anni come missionari laici, a volte con l’intera famiglia, per andare a vivere la condivisione di vita con gli ultimi in tutti i continenti dove viene richiesta la nostra presenza: recentemente abbiamo avviato nuove missioni a Cuba, in Tailandia, in Camerun, in Grecia e in Irlanda.
Cerchiamo di vivere come un’unica famiglia sparsa in Italia e nel mondo, che cammina nella Chiesa cattolica con i vescovi, con Papa Francesco e con tutto il popolo di Dio, aperti al dialogo con le varie religioni e culture per sviluppare la società del gratuito, la civiltà dell’amore, e testimoniare la bellezza di un incontro simpatico con Cristo attraverso la condivisione con i più poveri.
Signor Presidente, siamo presenti in tutte le regioni italiane con centinaia di famiglie aperte alla vita e all’accoglienza di chi non ha più una famiglia, collaborando con i servizi territoriali, sociali e sanitari, con la scuola e tutte le agenzie educative.
Cerchiamo di essere voce di chi non ha voce, attivandoci affinché ci siano leggi e politiche giuste, senza alcun legame di tipo ideologico o partitico ma collaborando con chiunque per aiutare i più deboli, mantenendoci allo stesso tempo liberi di esprimere il nostro dissenso e opponendoci in maniera nonviolenta quando i diritti degli ultimi vengono calpestati.
Molti giovani condividono con noi questa scelta nonviolenta e attraverso il servizio civile nazionale e internazionale, o partecipando alle azioni di Operazione Colomba, corpo civile di pace, sono in prima linea in zone di conflitto per lanciare ponti e costruire gesti di pace, in Colombia, Libano, Iraq, Palestina e Israele.
Con loro abbiamo maturato l’idea, lanciata già da don Benzi, di chiedere l’istituzione di un Ministero della Pace che sviluppi anche un’educazione alla non violenza nelle scuole: investiamo ancora troppo per armi e guerre mentre riteniamo che sia necessario investire sulla pace.
La perla preziosa della nostra Comunità è la Casa Famiglia, che lei ha visitato questa mattina: un’intuizione stupenda del nostro fondatore, per permettere a tutti di nascere, crescere e anche
morire in un ambiente accogliente. Diceva don Oreste: «L’uomo ha inventato gli istituti, Dio ha creato la famiglia».
Non dobbiamo più lasciare soffrire nessuno da solo. Migliaia di bambini e persone anche con grave handicap hanno ritrovato la dignità che spetta a loro. Come anche Lei ha ben richiamato il 3 dicembre nella Giornata internazionale della disabilità, ricordando «la necessità di garantire a tutti l'accesso allo studio, al lavoro e di dare la possibilità di esprimere i propri talenti».
Don Oreste Benzi, per il quale tra breve si chiuderà la prima fase diocesana della causa di beatificazione, aveva gli scarponi sempre ai piedi e non poteva che costituire una comunità itinerante, non perfetta ma simpatica, vicina, che incontra la gente e i poveri sulla strada. Una comunità dei volti, del camminare insieme, con le mani in pasta, contemporanea alla storia.

Don Oreste è stato un gigante fra i difensori e i promotori della vita, come tanti santi sociali del nostro Paese, tra i quali ricordo in particolare don Bosco, il Cottolengo, don Orione, don Calabria, pier Giorgio Frassati.
Da poco abbiamo istituito la Fondazione don Oreste Benzi per fare conoscere la sua vita, il suo pensiero, le sue opere, la sua rivoluzione non violenta che può contagiare di speranza i giovani di oggi come lo ha fatto in questi 50 anni.
Ci hanno detto: «Voi siete un’isola ecologica nella società, prendete gli scarti dell’umanità e li riciclate, valorizzandoli». Lo ritengo uno dei più bei complimenti.
Siamo convinti che lavorando insieme, in rete, per il bene comune, anche la povera gente potrà sperare. Vogliamo affermare un impegno sempre maggiore affinché l’Italia sia il paese dell’integrazione, dell’accoglienza, della convivenza civile anche tra le varie religioni, e chiediamo a quanti amministrano il bene comune che siano garanti del rispetto della vita, dell’accoglienza degli stranieri, della liberazione delle donne schiavizzate dal racket prostituzione. Chiediamo che i portatori di handicap possano vivere in famiglia o in autonomia, sostenuti da servizi e aiuti economici adeguati. Proponiamo una giustizia sociale che porti alla condivisione dei beni, abbattendo i privilegi. In questi 50 anni in centinaia di paesi e città italiane i membri della Comunità da buoni cittadini hanno lavorato per costruire la società del gratuito e oggi con responsabilità diamo la nostra piena collaborazione al primo presidente della Repubblica Italiana che viene a visitare il popolo voluto dall’«infaticabile apostolo della carità» don Oreste Benzi.
Tra pochi giorni, il 10 dicembre, ricorrerà il 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, la quale afferma nel preambolo che «il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali e inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo».
Questa terra italiana così ricca di cultura, di opere sociali, di solidarietà, può veramente diventare un faro di luce nell’Europa e nel mondo intero.
Siamo realmente convinti che la condivisione salverà il mondo.
Grazie di cuore.

Giovanni Paolo Ramonda



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