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L'Islam e la sfida alla persona

Giovedì, 14 Settembre 2017

Martedì 12 settembre, a Rimini presso la Sala incontri San Giuseppe al Porto, il Centro internazionale Giovanni Paolo II, con sede a San Marino, ha promosso un incontro della serie “fede e ragione” sul tema L’Islam e la sfida all’Occidente. Relatore il gesuita egiziano Samir Khalil Samir, Islamologo e docente al Pontificio Istituto Orientale e all’Università Saint Joseph di Beirut. 300 partecipanti, un bel successo.

Il moderatore ha introdotto manifestando preoccupazione per la crescita spropositata della popolazione musulmana in Europa e nel mondo e ha chiesto all’ospite di spiegare il variegato universo islamico e offrire suggerimenti all’Occidente.

Padre Samir ha sviluppato tre punti: genealogia dell’Islam con le differenti letture della shari’a; radiografia del mondo islamico odierno; ragione e fede nell’esperienza personale dei musulmani .

Secondo il gesuita – lo dice ormai da anni - la violenza trova giustificazione nel Corano prevalentemente legalistico-politico dell’epoca di Medina (dopo l’ègira del 622), mentre la fase Meccana contiene un’alta spiritualità aperta alla pace. Tutto il problema del conflitto tra le due sensibilità sta nella interpretazione letterale alla quale molte scuole islamiche si attengono. In altri termini, l’Islam non ha maturato una esegesi coranica in grado di distinguere i giudizi espressi su contesti storico-sociali ormai tramontati dagli insegnamenti di spiritualità universale. In tal senso andava la lezione di Benedetto XVI a Ratisbona sull’esercizio della ragione all’interno della religione. Fu proprio l'Università al-Azhar del Cairo, massima autorità della tradizione sunnita di stretta osservanza letterale, a bocciare l’invito dell’emerito.

Ma se lo spirito viene mortificato nelle scuole degli intellettuali, poi trova vita nell’impegno personale di tanti musulmani. L’esperienza ottuagenaria di Samir è piena di esempi. Dalla musulmana, cuoca in un convento di suore, che trova il modo più ragionevole di conciliare gli orari dei propri obblighi religiosi senza venir meno ai doveri del lavoro, al caso opposto del musulmano - portiere di condominio - che sospende il proprio servizio di ascensorista per pregare, costringendo così il piccolo Samir di ritorno dalla scuola a salire a piedi all’ottavo piano: ma il papà di Samir anziché prendersela con il musulmano per un mancato servizio, ragionevolmente lo indicava al figlio come un esempio di uomo pio da cui imparare a non anteporre il lavoro alla preghiera. Due begli esempi di reciproco uso della ragione.

Un’altra occasione importante di dialogo, ricorda il sacerdote egiziano, è stata la scuola voluta da un gruppo di musulmane che gli hanno chiesto un confronto approfondito tra Cristianesimo e Islam: ne è nata un’amicizia, e le donne - incredibile nel mondo islamico - hanno invitato a partecipare al corso anche i propri mariti.

Certamente Samir è sempre piuttosto misurato e non manca di sottolineare i pericoli. Soprattutto quelli provenienti da stati come l’Arabia Saudita dove il wahabismo è il maggior finanziatore del terrorismo internazionale. Inoltre crede che quando un immigrato non accettasse il miglior diritto universale prodotto in occidente per garantire il rispetto reciproco delle differenze dovrebbe sentirsi libero di tornare nel proprio paese; non dobbiamo costringerci a vivere sotto le stesse regole. Il passaggio è stato oggetto di un fragoroso applauso. Evidentemente gran parte della platea ha manifestato entusiasmo per la proposta.

Se è praticabile questa prospettiva per un migrante in occidente, resta lecito domandarsi se lo sia altrettanto per un nato e battezzato nei paesi a maggioranza musulmana. Spesso qui le donne non hanno la stessa dignità degli uomini, né i cristiani. Per questo all’Islam resta da fare un grande lavoro sulla laicità. Tuttavia il relatore non nutre grande ottimismo in tal senso: perché, ha ribadito più volte, l’Islam non è solo una religione spirituale ma anche un sistema politico, sociale e giuridico.

Ecco allora che le speranze sono appese al filo delle relazioni personali e non innanzitutto della politica.

Samir ricorda ulteriori profonde amicizie con musulmani invitati alle sue celebrazioni (ragionevolmente senza la partecipazione all’Eucarestia), alla fine delle quali chiede loro di innalzare a Dio le proprie preghiere. Su questo punto, la platea non ha espresso apprezzamenti. In effetti, gli interventi dal pubblico hanno dimostrato una certa indifferenza alla proposta della valorizzazione dei rapporti personali avanzata dall’invitato. Qualcuno, mi ha detto, lo attendeva più duro.

Forse – aggiungo io – è sempre rischioso accettare il gioco delle relazioni personali, richiede uno spirito di sacrificio a cui non si è mai preparati, una ragione che si pieghi ad accogliere la novità che può prodursi ad ogni istante, purché si lasci spazio alla libertà e alla grazia giocate tra gli uomini. Qualcosa che non si risolve nei consessi internazionali, nelle decisioni che i governi pur devono prendere.

Per questo motivo, con il senno di poi, si potrebbe dire che un titolo più conforme alla relazione svolta avrebbe potuto suonare pressappoco così: L’Islam e la sfida alla persona.
Sarà per un’altra volta.

Alfiero Mariotti

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