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Per ripartire gli imprenditori turistici non confidano più di tanto sugli aiuti statali

Martedì, 19 Maggio 2020

Siamo come nel secondo dopoguerra. Allora Rimini, la città più bombardata d’Italia, era un cumulo di macerie. Eppure i nostri nonni seppero reagire, si rimboccarono le maniche e cominciarono a ricostruire. È una narrazione che normalmente si conclude con uno sguardo di fiducia sull’oggi: anche noi sapremo riprenderci dalle bombe della pandemia, che non hanno fatto crollare i muri, ma hanno bloccato la circolazione delle persone e quindi la linfa del turismo. 

Ma oggi l’approdo al presente è spesso accompagnato dall’invocazione di aiuti adeguati da parte dello Stato. È questo un coro che raramente si era ascoltato dalle nostre parti. E così si attagliano alla Riviera come un vestito nuovo le parole che il sociologo Giuseppe De Rita, fondator del Censis, ha espresso in una recente intervista: “La ripresa la fanno le persone, non il governo. Se lo stato ti dà i soldi per comprare una bicicletta, il denaro per pagare la baby sitter, gli incentivi per andare in vacanza, se cioè si preoccupa di non farti mancare niente, uccide l’iniziativa. Castra la libido. Il desiderio nasce dall’assenza. La pioggia di bonus, invece, lo spegne”.

Davvero il proverbiale e celebrato spirito di intraprendenza dei romagnoli rischia una mutazione genetica e scopre i piaceri sconosciuti dell’assistenzialismo di Stato?

“ Mi pare che l’eminente sociologo abbia espresso un principio correttissimo. – reagisce a caldo, Cesare Ciavatta, 70 anni, albergatore di lungo corso a Riccione, presidente di Promhotels – Gli immigrati che sbarcano sulle nostre coste affrontano il rischio di morire in mare perché hanno fame, hanno bisogno di lavorare. È il bisogno che fa muovere l’uomo. Poi bisogna anche dire che di tutti i soldi promessi dal governo alla televisione ancora non si è visto nulla. Io non dovevo ricevere niente, ma ai dipendenti nemmeno è arrivata la cassa integrazione”. 

Ciavatta racconta che lui è fra il 70 per cento di albergatori riccionesi che riaprirà le proprie strutture, “perché bisogna ricominciare a lavorare, altrimenti chi le paga le bollette e le tasse?”. “I nostri alberghi – spiega – sono nati grazie ai muscoli, al sudore e alle cambiali. Gli aiuti possono essere utili, ma se non ci si rimbocca le maniche non si va da nessuna parte. È quanto ci hanno insegnato i nostri genitori.  Siamo stati capaci di risollevarci dopo la guerra, ci siamo ripresi dopo le mucillagini, ce la faremo anche questa volta”. 

Ad una manciata di chilometri di distanza, nella parte nord della Riviera, Graziella Santolini è impegnata a riallestire l’hotel adattandolo alle esigenze poste dalla pandemia. “Nelle mutate condizioni – spiega – voglio garantire agli ospiti l’elevata qualità di servizio, anche a tavola, a cui li avevo abituati. Non si può tornare indietro”. Il pensiero di non aprire senza il conforto degli aiuti statali non l’ha sfiorata neppure per un attimo. È un’albergatrice che ama il proprio lavoro e non vi vuole rinunciare. “Ho organizzato l’hotel per massimo 30 persone. Anche i dipendenti sono calibrati per questa capienza massima. Spero a fine stagione di chiudere almeno in pari. Ma dallo Stato non mi aspetto niente. Penso anzi che di tutto quello che è stato promesso non arriverà proprio niente. Nemmeno il bonus vacanze servirà a qualcosa. Mi muovo contando sulle mie forze”. Prima della pandemia aveva ristrutturato alcune camere prototipo. “L’obiettivo è di poter riprendere il progetto dopo l’estate. Spero di riuscirci”.

Fabrizio Fabbri, titolare dell’Up Hotel di Rimini, è invece un albergatore approdato di recente al mestiere. “In questo periodo seduto non sono stato – racconta – sono due mesi che faccio formazione proprio per capire come impostare l’albergo in questa emergenza. Anche io ho partecipato ad alcuni bandi e ho chiesto liquidità in banca. Ancora non ho visto niente e il 3 giugno apro comunque. Vedo però che alcuni collaboratori hanno preferito restare a casa e prendere i vari bonus, piuttosto che venire a lavorare e correre il rischio di restare infettati.  Quindi direi che De Rita ha ragione quando afferma che troppi aiuti rischiano di bloccare l’iniziativa personale”. 

Fabio Ubaldi è un giovane imprenditore nel settore della ristorazione. Ha colto il blocco dell’attività determinato dal coronavirus per ripensare la propria impresa ed i servizi resi ai clienti. “Come sono contrario a forme di assistenzialismo come il reddito di cittadinanza, che garantisce soldi per stare a casa a fare nulla, - afferma - così sono contrario a forme di incentivo che semplicemente aiutano le aziende a galleggiare”. Che significa galleggiare? “Voglio dire che non è molto utile che mi tolgono tasse o mi elargiscono contributi semplicemente perché c’è la crisi. E l’azienda continua a funzionare come prima, quasi nulla fosse successo. Sgravi fiscali e contributi sono utili se sono finalizzati a migliorare l’offerta, se aiutano l’impresa a tornare competitiva, non semplicemente a restare aperta”. Ubaldi fa un esempio: “Qualche anno fa ho utilizzato per la mia azienda lo sgravio fiscale concesso a chi assumeva giovani a tempo indeterminato. In questo modo ho trasformato in indeterminato il rapporto di lavoro di 20 su 60 dipendenti. È una trasformazione strutturale non da poco. Per tornare dall’oggi, abbiamo investito ottomila euro per acquistare la macchina che dà il resto da sola. Così il personale non dovrà più maneggiare il denaro. Prima o poi bisognava arrivarci, abbiamo colto l’occasione. Così come la crisi ci ha costretto a prendere atto che un certo modo di fare gli aperitivi andava aggiornato”.