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La bellezza, una questione di sguardo. Gianfreda parla del suo film "Solo cose belle"

Lunedì, 10 Dicembre 2018

Gianfreda durante le riprese del film Gianfreda durante le riprese del film

L’impresa non era facile. Nel girare un film sul tema della casa famiglia, il rischio dietro l’angolo era quello di cadere nel didascalico, nell’ossessione di voler spiegare a tutti i costi, di fornire una immagine edulcorata da Mulino Bianco, di voler realizzare un’opera educativa. Visto il film, nell’anteprima al Palacongressi in occasione della visita del presidente Mattarella alla comunità Papa Giovanni XXIII, bisogna constatare che il rischio è stato accuratamente evitato e il risultato è stato una pellicola godibile da tutti. Solo cose belle è un bel film, che si guarda con piacere, che emoziona, che coinvolge, che si presta a molte interpretazioni.

“Ho voluto raccontare – spiega il regista Kristian Gianfreda – l’impatto che più di vent’anni fa ha avuto su di me l’incontro con la realtà della casa famiglia. È stato come essere proiettati in Alice nel paese delle meraviglie, un mondo capovolto. I poveri, i disabili, gli emarginati, che a me evocavano solo depressione e tristezza, in quel luogo erano felici. Dove mai sono capitato? Che storia è questa? Cosa c’è dietro?”.

Gianfreda, 47 anni, padre di quattro figli (l’ultimo nato proprio al termine delle riprese del film), consigliere comunale, da anni si cimenta con il linguaggio delle immagini. Da quando, causa matrimonio, dovette lasciare la responsabilità della Capanna di Betlemme (la casa dove sono accolti barboni e senza tetto) e don Oreste Benzigli disse che per lui vedeva quella professione. Anche in questo caso il sacerdote aveva visto giusto. Forse già lo vedeva nei panni del regista che racconta la casa famiglia, l’esperienza più originale uscita dalla sua creativa carità. Spesso la si confonde con altre strutture di accoglienza, che ne conservano il nome ma non lo spirito e il metodo “inventati” dal sacerdote con la tonaca lisa. Il punto fondante della casa famiglia “made in Benzi” è il fatto di essere una famiglia, con due genitori, che accolgono non solo i propri figli ma anche quelli generati da altri, pure se non sono belli, sani, intelligenti o non hanno la fedina penale immacolata.

“Abbiamo scelto il tema della casa famiglia – racconta Gianfreda - perché ci sembrava la realtà che meglio rappresentasse il mondo che l’ha generata. Era emersa anche la proposta di fare un film su don Oreste, ma io mi sono opposto fermamente, non mi sentivo pronto. Anche se il don, in un certo senso, è dentro ogni scena del film dalla prima all’ultima. Finora ho girato soprattutto documentari su temi sociali ma mi sono accorto che, anche quando passano in Rai, parlano ad un pubblico ristretto, a chi è già interessato. Quello del film, raccontare una storia bella e interessante, è invece un linguaggio universale che parla a tutti, soprattutto se riesci ad emozionare chi guarda”. Il regista racconta di aver ricevuto, durante la lavorazione, molte critiche dagli amici della comunità, che non capivano la differenza di linguaggio fra un documentario e un film e volevano che “spiegasse” di più, in modo diretto e didattico, cosa è una casa famiglia. Gianfreda ha saputo resistere alle pressioni e i critici di un tempo si sono uniti ora all’applauso generale.

L’altra scelta importante è stata il genere: un film drammatico o una commedia? La scelta è caduta sulla commedia, genere che ha il pregio di compensare con leggerezza l’inevitabile pesantezza che certi temi sociali inevitabilmente producono. La storia racconta l’impatto traumatico che l’apertura di una casa famiglia provoca nella vita di un paese dell’entroterra, San Giovanni Marignano, dove, come in ogni altra parte d’Italia sono radicati i pregiudizi nei confronti dei disabili e degli emarginati. Alla sceneggiatura hanno lavorato, oltre a Gianfreda, anche persone del calibro di Andrea Valagussa (Don Matteo, La strada di casa). Il punto di vista esterno, l’Alice nel paese delle meraviglie, è Benedetta, la figlia del sindaco, che mal sopporta gli schemi borghesi e perbenisti dell’educazione impartita in famiglia. Nella casa famiglia incontra, oltre a un papà e una mamma, un extracomunitario appena sbarcato, una ex-prostituta, due ragazzi con gravi disabilità, e Kevin, un giovane carcerato in affido. Accanto agli attori professionisti, anche due disabili realmente ospiti di una casa famiglia, e centinaia di comparse. “La conoscenza ravvicinata del mondo della disabilità – spiega Gianfreda – mi ha permesso di raccontarla con ironia, usando anche uno sguardo politicamente scorretto. Le due persone che hanno recitato, pur nella semplicità del loro pensiero, erano consapevoli che stavano facendo gli attori. Questo per me è molto importante. Erano talmente consapevoli che studiavano il copione e si arrabbiavano, come gli altri, quando cambiavo una battuta.”

Senza rivelare nulla della trama, si può però dire che la storia non ha un lieto fine, anche se non si deve credere che dopo tutte le vicende i protagonisti non siano cambiati. Però l’esito non è scontato, all’apparenza siamo di fronte ad un fallimento. “Più che una trovata narrativa –afferma Gianfreda – quel finale era già scritto fin dall’inizio, fin dal momento in cui abbiamo pensato a questa storia. Nella casa famiglia confluiscono persone imperfette, sbagliate, a partire dagli stessi genitori. Una casa famiglia è piena di cose brutte, se si guarda al vissuto di chi vi appartiene. Però tutti stanno insieme e vanno avanti, facendo tesoro di ogni esperienza, insieme imparano a guardare agli altri e al futuro con fede e/o con fiducia”. Il titolo Solo cose belle viene dalla frase che Ciccio, il ragazzo disabile protagonista (ormai una star che ha ricevuto anche l’omaggio di Mattarella) pronuncia quando tutto sembra crollare: “Da quando sono qui, ho vissuto solo cose belle”.

Nel 2019 il film uscirà nelle sale, Gianfreda è ancora alla ricerca del distributore che voglia scommetterci. Poi metterà mano a qualche altro progetto. Adesso che la prova del film è riuscita, non gli dispiacerebbe cimentarsi su don Oreste Benzi. “Si potrebbero raccontare gli ultimi quaranta giorni, c’è tutta la sua vita in quel periodo”. Gli ultimi 40 giorni di don Benzi, come titolo potrebbe funzionare.

Valerio Lessi



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