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Pericolo: la storia sta per sfociare nella pre-istoria

Venerdì, 23 Marzo 2018

(Rimini) La vera crisi non è economica, né politica. Ogni crisi è crisi di umanità. E quando si verifica, gli uomini devono decidere se rimanere nella storia. Cosa che comporta darle un nuovo senso.

Jan Patoĉka nel 1975 scriveva che oggi “siamo di fronte al paradosso di una storia che finisce per sfociare nella pre-istoria” (Saggi eretici, Einaudi 2008, p. 82). Intendendo con pre-istorico un uomo che si piega su se stesso nella accettazione ingenua dell’unico orizzonte di senso del bisogno materiale. Il senso che il primitivo accetta ingenuamente, perché ancora non si è distinto spiritualmente dalla natura, è che “si vive per sopravvivere”, per semplice autoconservazione attraverso il lavoro. Quando l’uomo preistorico, per un miracoloso disincanto, scopre l’insufficienza del suo destino e che occorre un senso più libero e ambizioso inizia la storia, la creatività di un senso non ingenuo, ma critico, propriamente umano: “La storia si distingue dalla preistoria per lo sconvolgimento di un senso ingenuamente accettato” (p. 69). Oggi l’uomo sembra regredire al senso ingenuo dell’uomo preistorico: vive per sopravvivere. Grazie alla tecnologia che ha sviluppato a partire dal primo bastone, aggiunge solo: “comodamente”.

L’uomo di oggi ha dimenticato, ma proprio dimenticato, che se non ricerca un senso ulteriore, che si costruisce solo sulla dimensione spirituale della donazione responsabile di sé (perché non ci appropriamo di nulla), e della povertà (che non è la mancanza di ricchezza, quanto piuttosto non mancare di nulla perché si è preso coscienza di vivere da sempre nella sovrabbondanza dell’essere, cfr. Giorgio Agamben, Creazione e anarchia, Neri pozza 2017), perde se stesso e torna a identificarsi con la natura come uomo pre-istorico.

Molti indizi sorreggono questa ipotesi: primo fra tutti la crisi del linguaggio con un analfabetismo di ritorno che coinvolge tutti gli ambiti del sapere; l’invadenza del tempo obbligato sul tempo libero (anche il primitivo, contrariamente a quanto si pensa, era obbligato a tempo pieno dal problema del sostentamento); l’assoggettamento della responsabilità della persona all’automatismo del sistema tecnico- burocratico che sta prendendo il posto della natura; infine la predominanza demografica di popoli (Asia e Africa sono proiettate verso l’80% della popolazione mondiale) vissuti per millenni in una situazione pre- istorica destinati a dominare anche l’arena del mercato globale.

Non è con una legge elettorale, una riforma dello stato sociale, una strategia finanziaria, muri doganali che fermeremo il declino, ma solo mettendo in discussione quello che stiamo accettando come l’unico dei mondi possibili: il turbo-capitalismo della produzione e del consumo. In cui sembra consumarsi senza rimedio anche l’ultima ombra umana.

Alfiero Mariotti


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