Botte fra santi Da una solida amicizia una lezione per l’oggi

Giovedì, 15 Marzo 2018

Due giganti del mondo cattolico italiano del Novecento, Giorgio La Pira e Divo Barsotti. Il primo (1904-1977) fu docente universitario, deputato alla Costituente, sindaco di Firenze, instancabile costruttore di una trama di rapporti di pace fra i popoli; il secondo (1914-2006), sacerdote, fu un grande mistico, in rapporto con tutte le grandi personalità teologiche del secolo, autore di una sterminata bibliografia di opere spirituali. Fra i due nacque una profonda e solida amicizia che si mantenne intatta anche di fronte alle opinioni divergenti su questioni importanti. Ed è proprio sulle ragioni dello scontro fra Barsotti e La Pira che interessa qui indagare, perché a più di mezzo secolo di distanza le si ritrovano attuali in alcuni aspetti del dibattito ecclesiale e culturale odierno, dove il tema dell’originalità e della specificità del contributo cristiano alla storia del mondo tende ancora a dividere.

Occorre però prima ricordare come nacque il rapporto. Barsotti, giovane prete alla ricerca di una modalità di vivere il sacerdozio a lui più corrispondente, arrivò a Firenze su invito di Giorgio La Pira, con il quale aveva avuto uno scambio epistolare. Barsotti, sacerdote, si fa in qualche modo discepolo di un giovane laico. Ha raccontato le sue visite alla casa del professore: «Si stava insieme, anche in silenzio… Lui pregava, si faceva la barba, guardava, scartabellava dei libri e io stavo lì a guardarlo e a pensare. In questi anni ebbi davvero – come chiamarla – l’apparizione, in una pura trasparenza della sua anima, di un uomo di Dio. Conobbi e amai un santo, un grande contemplativo. La sua santità l’ho percepita quasi sperimentalmente. Gli sono stato molto vicino, ammiravo la sua fede, volevo imparare da lui a pregare».

Qualcosa però si ruppe quando La Pira decise di candidarsi sindaco. Il professore fiorentino, già al momento di presentarsi al giudizio degli elettori per la Costituente, si era convinto che la vocazione contemplativa alla quale pure si sentiva chiamato aveva bisogno, perché l’ora storica lo richiedeva, di completarsi nell’azione sociale e politica. Non è che Barsotti non condividesse questa scelta, non si sentiva in sintonia con alcuni accenti dell’amico. Racconta: «Mi ricordo che, anche in quel tempo, mi diceva: “Dobbiamo prepararci, perché ai cattolici sarà dato di guidare il mondo”. Io non credo troppo a queste prospettive, comunque lui diceva così». Per Barsotti la grandezza vera di La Pira sta «negli anni in cui l’ho conosciuto proteso unicamente verso Dio, senza la facile illusione di un cambiamento del mondo, senza la facile illusione che l’apporto, anche cristiano, possa risolvere i problemi che si pongono all’uomo. La soluzione unica è data dall’Unico Salvatore, cioè Cristo».

Il contrasto, si badi bene, non era fra un mistico e un uomo d’azione. Anche La Pira, come documentano i suoi biografi e i suoi scritti, era un mistico. La diversità stava nel fatto che il professore credeva che il tratto distintivo dei cristiani fosse quello di avere, in virtù della loro fede, la posizione più giusta e più efficace per leggere e risolvere i problemi del mondo. Quando, in polemica con il marxismo, diceva «I veri materialisti siamo noi», in qualche modo intendeva che i cristiani avessero la teoria e la giusta prassi per trasformare il mondo, e quindi anche di guidarlo. Barsotti diffidava di questa impostazione, gli sembrava «si volesse strumentalizzare il cristianesimo a dei successi mondani, strumentalizzare Dio per una efficacia nella storia del mondo».

Il sacerdote condivideva l’idea portante di La Pira sull’esigenza di annunciare profeticamente il ‘Regno futuro’, lavorando come cristiani nel mondo e nella storia. Ma gli sembrava che l’amico assolutizzasse questo impegno, riducendo la speranza cristiana a ciò che si può fare in questo mondo. Precisava che l’ottimismo cristiano è l’ottimismo della croce. La visione di La Pira era una visione fortemente ottimistica, nelle contraddizioni della sua epoca vedeva comunque un movimento sotterraneo verso la pace e l’unità del popoli, che i cristiani dovevano capire, assecondare e guidare. Gli uomini e la Chiesa erano chiamati a seguire il biblico sentiero di Isaia. Per Barsotti, invece, è solo «nella partecipazione alla Passione di Cristo che assicureremo e garantiremo la salvezza del mondo», e pertanto «è demagogico parlare di pace, parlare di unità di tutti i popoli, finché non si cerca prima di tutto di eliminare il peccato che oppone l’uomo a Dio».

Questa diversità di vedute portò a scontri anche molto forti, come avvenne ad una riunione del consiglio pastorale di Firenze. Barsotti tenne una meditazione, La Pira, evidentemente non d’accordo su alcuni punti, si lasciò andare ad una battuta, invitando a non dare ascolto a tutto ciò che aveva detto il sacerdote. Barsotti non accettò la correzione e lo attaccò pesantemente. Lo spunto dello scontro era l’interpretazione del discorso di Gesù nella sinagoga di Cafarnao («Lo spirito del Signore è su di me…»). Barsotti fu particolarmente duro: «Cosa aveva fatto Nostro Signore a Cafarnao? Nulla! Si rifiutò anche di fare i miracoli. La salvezza era la sua persona – mio caro professore – perché tutti i miracoli del Signore non sono nulla in confronto alla presenza stessa del Cristo, Figlio di Dio, se lei crede in Dio!».

Un dissenso radicale, che in altri ambiti avrebbe certamente portato alla rottura dell’amicizia. Ma la statura spirituale dei due uomini portò entrambi a superare queste incomprensioni e a mantenere saldi l’affetto e la stima reciproca. «Io vedo in La Pira – disse Barsotti ad un convegno commemorativo – soprattutto ed essenzialmente un’anima innamorata di Dio. Io vedo soprattutto ed ammiro in La Pira il fatto che egli abbia scelto Dio fin dalla sua giovinezza e, nonostante le sue delusioni e le sue amarezze, gli sia rimasto fedele. Io lo credo un autentico santo».

C’è anche un misterioso epilogo di questa solida amicizia fra La Pira e Barsotti. «Nell’attimo in cui egli moriva, io ero a San Sergio (la sede della comunità dei Figli di Dio, da lui fondata) – raccontò il sacerdote - e ho avvertito la sua presenza, una sua visita di amore. Non era un congedo; mi assicurava che al di là di ogni divergenza di pensiero egli rimaneva fratello e mi sentiva fratello». Il misterioso episodio ebbe anche un testimone oculare un membro della comunità Sergio Scandigli. Era presente quando Barsotti celebrava la Messa, e al momento dell’offertorio lo vide fermarsi e guardare verso la porta della sacrestia. Finita la Messa, arrivò una telefonata: la notizia che La Pira era morto. Scandigli corse a comunicarlo a Barsotti che si stava togliendo gli abiti liturgici. «Padre, La Pira è morto». La risposta: «Sì, lo so… è venuto a salutarmi mentre eravamo all’offertorio della Messa».

Al di là delle divergenze d’opinione, l’esempio di un’amicizia cristiana che varca i confini dell’eterno.

Valerio Lessi