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Da 3 anni in piazza (non solo a Rimini) per i cristiani perseguitati

Mercoledì, 19 Luglio 2017

Tre anni fa, nella notte fra il 6 e il 7 agosto si consumava la tragedia dei cristiani iracheni, costretti a fuggire dalle loro case a Mosul caduta nelle mani dei miliziani dell’Isis. Le case dei cristiani era marchiate con la N, la iniziale di nazareni. Quella lettera in grafia araba è diventata anche il segno distintivo di Nazarat, la preghiera pubblica per i cristiani perseguitati che dal 20 di agosto in poi, ogni 20 del mese, si tiene a Rimini in piazza Tre Martiri. Per giovedì sera, 20 luglio, alle 21, è dunque fissato trentaseiesimo appuntamento.

“Insieme ad un gruppo di amici – racconta Marco Ferrini, uno dei promotori – eravamo rimasti molti colpiti da quanto stava accadendo in Iraq e volevamo esprimere un giudizio. Ci chiedevamo come quei fatti ci interpellavano e la risposta è stata il gesto di preghiera. Come slogan abbiamo scelto “appello all’umano” per sottolineare che ciò che è in gioco è l’uomo in quanto tale. La preghiera è per tutte le minoranze religiose perseguitate e per tutte le etnie”.

La forma del gesto è da allora sempre la stessa, molto semplice: la recita del rosario, l’ascolto di una testimonianza, la raccolta di soldi per gli aiuti.

Da tre anni la partecipazione dei fedeli non si è mai interrotta, c’è stato molto turn over e in qualche caso ha raggiunto il picco di cinquecento persone. Anche il vescovo di Rimini, monsignor Francesco Lambiasi è intervenuto molte volte, solo per pregare insieme agli altri fedeli, senza fare discorsi.

Le persone chiamate a portare la loro testimonianza sono state le più diverse. Da nomi prestigiosi come il cardinale Jean Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, al riminese Filippo di Mario, del movimento neo catecumenale , responsabile di quella comunità in Medio oriente e in Iraq, d padre Padre Ibrahim Alsabagh, siriano, 45 anni, parroco della chiesa di San Francesco ad Aleppo a padre Fr. Bahjat Karakach, della comunità francescana di Damasco, fino a monsignor Yohanna Petros Mouche, vescovo siro-cattolico di Mosul che ha colpito per la sua frase: “Abbiamo salvato la fede, non solo lavita; abbiamo salvato la fede che ci permette di vivere”.

Particolarmente toccnte è stata la lettera ricevuta dal patriarca di Babilonia dei caldei, Louis Sako: “Sono commosso per la vostra ininterrotta preghiera che dura dall’agosto 2014, data dell’invasione della mia cara ed amata Mosul. E sono ancor più colpito per la modalità di questo gesto che mette insieme fede, speranza e carità: nelle piazze piuttosto che nel chiuso delle chiese con un deciso impeto missionario e di testimonianza della vostra fede. E’ così che si può fare esperienza della Chiesa in uscita come auspicato da papa Francesco”.

Il ptrairca parlava al plurale perché sapeva che l’iniiativa, partita da Rimini, si è estesa a macchia d’olio in numerose città italiane: Cesena, Prato, Perugia, Siena, Andora, in provincia di Savona, Portomaggiore, in provincia di Ferrara, Cattolica, Loreto, Sassari, Roma, Bologna. Milano, Busca, in provincia di Cuneo. Ed anche in Svizzera, a Damasco, ad Erbil, a Joso in Nigeria.

In contemporanea si uniscono ogni mese alla preghiera venticinque monasteri di chiusura sparsi nel mondo, da Fatim alla Svizzera, passando per la Repubblica Ceca.

Notizie approfondite sull’iniziativa si possono trovare sul sito

www.nazarat.org


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