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Vescovi: che errore non aver allargato la nostra coalizione!

Martedì, 11 Luglio 2017

“Se noi avessimo vinto le elezioni senza l’accordo con Patto Civico, avremmo comunque dovuto fare i conti con un deficit di rappresentanza della città. Lo stesso deficit che si trova ad avere oggi Renata Tosi, che in termini assoluti è stata votata solo dal 28 per cento dell’elettorato”. È probabilmente l’affermazione politica più rilevante espressa da Sabrina Vescovi, candidata sconfitta alle recenti elezioni amministrative di Riccione. Un giudizio che discende direttamente da un altro, politicamente rilevante: una delle ragioni della sconfitta è stato il mancato allargamento della coalizione.

Ma procediamo con ordine. Un dato evidente dei risultati elettorali di Riccione è il successo delle liste civiche. “C’è – sottolinea Vescovi in questa prima intervista dopo il voto – una evidente crisi di rappresentatività e di credibilità dei partiti. In questa crisi, il Pd resta a Riccione una forza politica dignitosa, e comunque il primo partito con il 28 percento dei voti, quando il secondo sono i 5 Stelle con appena il 13. In ogni caso è un partito che non deve commettere l’errore di considerarsi autosufficiente. Nell’ambito del centrosinistra il Pd ha mantenuto una certa forza, mentre nel centrodestra i partiti sono stati disintegrati dal fenomeno di una lista personalistica legata al nome del candidato sindaco. La nostra lista civica Immagina Riccione, costruita in fretta, ha avuto più voti di Forza Italia. E la Lega, nonostante il clima di tensione sull’immigrazione, ha avuto un risultato mediocre. Il Pd si barcamena, mentre gli altri partiti hanno preso sonori schiaffoni da un civismo leaderistico a destra, mentre a sinistra la nostra lista civica non è riuscita a intercettare parte dell’elettorato che non si sente rappresentato dai partiti. C’è la tendenza dei riccionesi a scegliere il civismo e quindi le persone. La conferma viene dal fatto che nelle nostre liste i voti di preferenza quasi si eguagliano a quelli delle liste. In questo contesto, il nostro errore è stato non allargare la coalizione. Dall’altra parte avevano sei liste, noi solo tre”.

Non sarà questione di numeri, vuol dire che era meglio concludere l’accordo con Patto Civico? “E’ stato un vero peccato non concludere l’accordo. Quando si costruisce un fosso, sia dall’una che dall’altra parte si realizzano gli argini., quindi ci sono state responsabilità in ambo le parti. È stato un peccato non solo perché poi abbiamo perso ma perché c’erano delle convergenze programmatiche evidenti fra noi e Patto Civico che certamente verificheremo e approfondiremo nel corso del mandato amministrativo. Pd e Patto civico sono molto vicini, lo si è visto nei vari confronti fra i candidati che sono stati realizzati”.

Prima di procedere Sabrina Vescovi si vuole concedere il piacere di alcune puntualizzazioni. “Il centrosinistra, da solo, ha quasi vinto; con una coalizione strettissima, con due liste civiche promosse all’ultimo momento abbiamo sfiorato la vittoria. Poco più di 400 voti su oltre 16 mila votanti sono un differenza irrisoria. Oltretutto avevamo un vento nazionale sfavorevole, un sentimento anti Pd molto diffuso fra le persone. Se fossimo riusciti ad allargare il campo, avremmo vinto”.

Sta di fatto che non l’avete fatto o non ci siete riusciti. “Abbiamo commesso un errore tattico. La strategia era chiara, la direzione aveva votato per l’accordo con Patto Civico. Dove abbiamo sbagliato? Una volta verificato che non si concludeva l’accordo con Pizzolante e Conti, dovevamo promuovere noi una lista civica che parlasse al mondo dell’imprenditoria turistica e al mondo dell’economia. Una lista capace di parlare a questo mondo senza farlo dall’interno di un partito che comunque ha governato per 70 anni e quindi si porta appresso scorie e difficoltà di rapporto. Se invece avessimo costruito una lista con l’imprenditoria più energica e più attiva, avremmo dato un segnale di apertura importante. E avremmo vinto. Non bisogna dimenticare che al ballottaggio, con meno votanti, abbiamo preso più voti che nel 2014, con un Pd che allora era al 41 per cento ed adesso è al 28. Sono riuscita a ridare entusiasmo all’elettorato di centrosinistra, ma non è bastato”.

Forse un altro errore è stata la mancanza di chiarezza al ballottaggio. “Io ero per un accordo politico trasparente con Patto Civico. Ma non è stato voluto. E il perché dovrebbero spiegarlo loro. La necessità di un allargamento non aveva solo ragioni elettorali, ma era dettata dall’esigenza di una compiuta rappresentanza della città”.

La palla torna al Pd, come la deve giocare? “Il Pd ha bisogno di fare un passaggio di apertura. Non deve più concepirsi come una forza consolidata, con le proprie ritualità, i propri organismi, i passaggi in segreteria e in direzione… Ad un certo punto in campagna elettorale ho smesso di usare la parola partito perché avvertivo che era bloccante. Dobbiamo essere una forza politica più libera di autodeterminarsi nella nostra città. Ho avvertito come la storia del Trc sia molto viva, ma più per l’opera in sé per la modalità con cui è stata realizzata, percepita come una imposizione”

Quindi è stato un errore anche insistere che Riccione doveva uscire dall’isolamento, che doveva recuperare un rapporto con Rimini e con Bologna. “Se la Tosi oggi dice che bisogna uscire dall’isolamento sulla Notte Rosa, va tutto bene, se l’avessi detto io, si sarebbe gridato allo scandalo. La Tosi può abbracciare Gnassi e non succede niente, l’avessi fatto io sarebbe stato una tragedia. Sarebbe stata la conferma di un Pd incapace di autodeterminarsi nelle scelte. Non è così, mi avessero imposto qualcosa non mi sarei candidata, ma scatta questo riflesso condizionato atavico”.

Quindi cosa deve fare adesso il Pd di Riccione? “Dobbiamo rinnovare le proposte di governo per questa città espresse in campagne elettorale. Al di là della manciata di voti che ci sono mancati, la città ha apprezzato la proposta politica. Il sindaco uscente, il sindaco del cambiamento, alla sua seconda sfida ha rischiato di perdere le elezioni con un Pd diviso e lacerato. Dobbiamo aprirci alla città e smetterla di usare un codice e un linguaggio che non sono compresi. Dobbiamo proseguire sulla strada unitaria, lasciando alle spalle le divisioni e le notti dei lunghi coltelli. Chi dirigerà il Pd nel prossimo futuro non dovrà pensare nemmeno per un secondo a un sentimento di autosufficienza del partito”.



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