Carceri, Ollà: C'è bisogno di chi ha passione per l'umano

Mercoledì, 12 Luglio 2017

“L’impatto visivo è l’uomo. Ci sono quei grandi pannelli. Su ognuno l’immagine di un volto, di quel volto, talmente evidenziato che si percepisce la sfumatura di un sentire. Quello che trasmette la mostra è l’attenzione all’uomo. E’, di fatto, un percorso molto semplice da cui si capisce che al centro c’è l’uomo”.

Così a BuongiornoRimini Giovanna Ollà, presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Rimini, racconta la mostra ‘Dall’amore nessuno fugge’. Proposta lo scorso anno dall’associazione Avsi al Meeting per l’amicizia fra i popoli, la mostra è stata allestita in tribunale a Rimini nei giorni scorsi e racconta del metodo adottato in Brasile che prevede, per reati minori, il recupero sociale dei detenuti ospitandoli in carceri senza sbarre: le Apac. L’iniziativa è stata promossa dal centro culturale ‘Portico del vasaio’, Meeting, Avsi e sposata da Tribunale, Ordine degli avvocati e Camera penale, che in occasione del taglio del nastro hanno proposto alla città un convegno in cui si è presentata, tra l’altro, un’esperienza simile alle Apac, tutta italiana, che ha visto la luce nell’entroterra riminese, quella della casa ‘Maria, madre del perdono’ dell’associazione Papa Giovanni XXIII.

“Quello del recupero delle persone condannate è uno dei temi verso cui l’avvocatura è sensibile, anche nell’obiettivo dell’affermazione del suo ruolo sociale. E’ per questo che tendiamo a uscire dalle aule di giustizia, magari aprendoci alle scuole con programmi specifici di educazione alla legalità, per dare un contributo culturale al rilancio della società. Ed è così che abbiamo aderito all’iniziativa, che per noi è valsa come formazione professionale”, spiega il presidente Ollà. “Non crediamo al recupero sociale attraverso il carcere. L’esperienza presentata ci piace perché dà l’idea di un recupero possibile, fuori dalle sbarre, a misura di uomo, un metodo che ricostruisce un cittadino.”

Ci sono dei vantaggi che derivano dai metodi alternativi alla detenzione?

“Il dato è che in questa esperienza alternativa la recidiva è pari zero. Mentre con la modalità tradizionale, la reclusione in carcere, il rischio di recidiva resta una quota piuttosto rilevante. C’è una ragione: dipende dalla contaminazione di frequenza a cui una persona messa in un carcere va per forza incontro. Se, per esempio, una ragazzo si becca tre anni per la ricettazione di un motorino e va in carcere, si trova a contatto con altri reclusi che possono essere lì per motivi più gravi, con storie peggiori alle spalle, con un vissuto molto più provato. Mettere a contatto materiale umano così lontano in un ambiente difficile come quello del carcere significa correre il rischio di una ‘contaminazione’ tra anime diverse”.

Nelle Apac la contaminazione ambientale invece è diversa?

“Quello che accade all’interno delle Apac è innazitutto una condivisione di amicizia, che deve avere un tempo di fiducia e attività comuni e tanto lavoro in ambienti umani che favoriscono il recupero e che in carcere non c’è”.
Per questo il titolo della mostra, ‘Dall’amore nessuno fugge’, “è molto importante”. Al contrario, nella quotidianità, ci scontriamo con una “concezione populistica del recupero di chi ha commesso un reato. Non c’è dubbio che questa persona vada condannata ma oggi non si guarda più a nient’altro, si guarda un reato più o meno grave e si inneggia subito alla forca”.
E’ per questo che “si deve generare, prima ancora della cultura della legalità, una cultura della comprensione e della volontà del recupero sociale. Prima di tutto perché la cultura della vendetta è contraria al nostro ordinamento, poi perché è pericolosa a livello sociale”.

Cosa accade invece nelle Apac?

“Nelle Apac i detenuti sono messi a contatto con persone di cui si possono fidare e allora lì a quel punto qualche cosa può accadere”.
L’Apac è un ambiente “dove si riproduce quel modello familiare, in senso allargato, che queste persone (o la maggiorparte di esse) non hanno mai vissuto, una familiarità che nasce dalla condivisione di un’esperienza. Perché accada è fondamentale trovare operatori che a questi progetti credano”.
Osservare modelli simili “serve anche a noi avvocati a ricordare quali sono i principi che ci devono governare”, che sono quelli fondamentali della “presunzione d’innocenza e del rispetto del processo”. Di fronte a un reato “non è sempre semplice nemmeno per noi avvocati (soprattutto se ne siamo vittima) tenere fermi questi principi che oggi sono a rischio anche a causa dell’esposizione mediatica dei presunti colpevoli già al momento dell’arresto che per l’opinione pubblica corrisponde spesso con la condanna”.

Cosa l’ha colpita del percorso tracciato dalla mostra?

“Mi ha molto colpita la storia del ragazzo che arrivato nella Apac è stato aiutato a lavarsi da un compagno di ‘cella’. Da lì è partito un percorso di fiducia verso un ambiente circostante che quindi potrebbe anche non venire più percepito come ostile”.
Il “valore dominante” di “quel metodo è l’attenzione all’uomo, un valore da riscoprire, un valore di recupero. Chi arriva in una condizione di detenzione è qualcuno che quel valore lo ha messo da parte, la sfida è che lo recuperi, che si ritrovi l’umantà di quell’uomo”. Così, nei casi reali presentati dalla mostra, si vede come “per molti di loro quella figura umana oscurata dal delitto possa essere corretta e vada trovata. Ci vuole impegno, va voluto”.

Ne vale la pena?

“Dico di sì se anche semplicemente vogliamo guardare all’aspetto importante, che non deve essere messo da parte, che è l’azzeramento del rischio di recidiva”.
Sostenere il recupero di una persona significa anche aiutarla a volersi bene, un percorso che “nel carcere non è possibile. Bisognerebbe umanizzare i trattamenti sanzionatori. Per via del nostro ordinamento non possiamo fare a meno delle carceri, ma è chiaro che una persona, messa in cella con altre dieci, ha prima altre priorità”.

“Quello del recupero sociale della persona condannata - ricorda il presidente dell’ordine degli avvocati - è un tema costituzionale, in cui io da penalista credo molto. La pena deve tendere alla risocializzazione della persona. Il problema è capire come: altrimenti la norma rimane vuota. L’esperienza che viene proposta, che è estrema perché non ci sono sbarre, è qui da noi un modello forse utopico perché richiede una formazione culturale che in Italia non abbiamo. In Italia abbiamo una legislazione che è sempre più emergenziale. Per esempio: ci sono molte donne uccise o maltrattate? Allora il nostro sistema reagisce inasprendo le pene per i reati legati alla violenza sulle donne”.

Lei ha detto che qui da noi è utopico, ma in Italia c’è un’esperienza simile che funziona. Si tratta dell'esperienza del Progetto Comunità Educante con i Carcerati della Comunità Papa Giovanni XXIII, guidato da Giorgio Pieri, che ha partecipato al convegno di presentazione della mostra con un gruppo di 30 ragazzi ammessi alla pena alternativa.

“Si ad essa sono ammesse persone con pene che non superano i 4 anni. Si tratta di un’esperienza che può certamente funzionare per alcuni tipi di reati, con in alcuni casi un passaggio carcerario. In altri casi, più gravi, non è possibile”.
La casa della Papa Giovanni “funziona perché quel luogo ha un obiettivo che non è appena quello della contenzione. Mi spiego: metto una persona in carcere perché non nuoccia fuori. In queste strutture, invece, c’è un valore aggiunto che è quello del recupero della persona e c’è poi la preoccupazione che, una volta rimessa nella società, possa tornarci pienamente”.

La preoccupazione di questo metodo è legata alla conservazione e salvaguardia della società o c’è altro?

“C’è la preoccupazione per il recupero della persona come valore in sé. Quei ragazzi sono oggetto di uno sguardo diverso su di sé, che è anche favorito dalla forma della pena. In un carcere è facile garantire la sicurezza, in una struttura aperta la sicurezza la si deve garantire provocando consapevolezza. Penso che chi abbia questo obiettivo sia animato da una grande passione che lo porta a credere nell’umano”.