Parigi val bene una messa

Martedì, 13 Giugno 2017

Tutti siamo spaventati dalla bufera di morte che entra nelle scuole e metropolitane, nei ristoranti e aeroporti, nelle discoteche e boulevard; dove accompagniamo i nostri figli nella speranza che realizzino i loro sogni, quando andiamo a cercare uno sguardo amico per farci consolare dopo un periodo di duro lavoro e insoddisfazione, mentre passeggiamo con la donna che amiamo promettendole la felicità. Ci inquieta che il fronte di guerra sia arrivato fin lì, e attraverso un’anima vuota – che probabilmente non ha saputo cogliere proposte di vita - deflagri nel suo corpo dove qualcuno ha piazzato l’esplosivo.

Si possono dire i connotati di questa nuova violenza? E di chi l’alimenta? Non si tratta innanzitutto di sigle: ISIS piuttosto che Hamas, Siria anziché Iraq. I connotati stanno anche nel mio sguardo, nelle parole con cui tratto le cose e le persone, tutte le volte che do la precedenza alla mia avidità di potere. Quando riduco l’altro al mio tornaconto e lo spoglio del pudore che lo difende dall’essere ridotto a merce. In questo tutta la storia occidentale è maestra per il resto del mondo: tecnologia e mercato, nate al servizio dell’uomo, stanno per surrogarlo. E i popoli mediorientali non muovono nessuna guerra di religione a questa secolarizzazione. Non è affatto vero, come qualcuno sostiene, che Isis o al-Qaida, Hamas o i Lupi grigi, siano organizzazioni reazionarie anti-moderne che dichiarano guerra al progresso e al cristianesimo occidentale che ne sarebbe l’origine. Tutto questo risulta essere una impudente copertura. Dalla nascita dell’epoca moderna le guerre di religione sono sempre state utilizzate per nascondere i veri motivi legati alla ragion di stato: la potenza imperialista. Ancora Parigi val bene una messa!

Nessun duello di civiltà, benché anche tra di noi qualcuno lo paventi. Piuttosto, come sempre, uno scontro per il potere, ingigantito dal modello della società industriale e dall’avidità dei mercati che oggi più che mai scorre attraverso gli oleodotti. Basta buttare uno sguardo sulla storia recente del Medioriente per avere un quadro realistico delle forze in campo, e capire perché alcuni paesi non condannino “senza ma” e “senza se” il terrorismo che hanno in casa. E intendo i governi filo-islamici anche più lontani dalla shari’a che faticano a dissociarsi dal terrorismo, perché lo ritengono utile alla strategia per il predominio in Medioriente. Ognuno si augura l’estinzione degli avversari per rubargli il mazzo. Le vie diplomatiche di facciata traggono dai conflitti e dal terrorismo motivazioni per rivendicare il primato in quelle zone sfruttate per troppo tempo dalle potenze occidentali.

Con la rivoluzione industriale, l’Impero ottomano inizia la propria agonia appena dopo un secolo dalla sua massima espansione. Tra il 1830 e il 1912 perde Grecia, Creta, Cipro, Bessarabia, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Bulgaria, Albania; contemporaneamente tutta la costa africana viene colonizzata da Francesi e Inglesi che creano il Canale di Suez per arricchirsi con gli scambi commerciali tornati nel Mediterraneo, in seguito anche gli Italiani occuperanno la Libia. Con il Trattato di Sèvres del 1920 il Califfato viene definitivamente seppellito a conclusione della Grande guerra. Siria e Libano, Palestina e Giordania diventano Protettorati francesi e inglesi. L’etnia araba spera di prendere il posto dei Turchi cacciati. Nel 1923 nasce la Turchia dei Giovani turchi rivolti verso le democrazie occidentali. Inutile ricordare che questa fase lascia un’onta pesante sull’orgoglio di questi popoli e nelle generazioni future.

Nel secondo dopoguerra, con la decolonizzazione vengono disegnati i confini degli attuali stati dell’area sulla testa dei residenti. Nei Protettorati, la Risoluzione ONU 181 del 1947, sensibile alla tragedia della Shoah, fonda lo Stato d’Israele nel bel mezzo di uno Stato palestinese che non si costituirà mai. La ragione della costituzione dello Stato d’Israele sta anche nella necessità di monitorare il Medioriente con il quale le relazioni resteranno sempre difficili, visto che non conosce la rivoluzione liberale e democratica. Tra il 1948 e il 1973 diversi paesi dell’area, a capo l’Egitto, dichiarano la guerra ad Israele e agli interessi Occidentali in Medioriente. Nascono l’OPEC (che produce il 50% del fabbisogno petrolifero mondiale possedendone il 60% delle risorse) e l’OLP da cui partono i primi atti terroristici di Hamas e della prima e seconda Intifada.

La mezzaluna fertile, madre delle prime civiltà, vuole partecipare agli utili di un’economia occidentale che succhia petrolio dai suoi pozzi per mezzo delle 7 compagnie di idrocarburi anglo-americane. Un passo importante in questo senso è compiuto dalla nazionalizzazione del petrolio voluta da Gheddafi che ha messo in difficoltà le “7 sorelle”. Cresce così la competizione fra le varie fazioni etniche (arabi, turchi, persiani, …) e religiose (sciiti, sunniti, wahabiti, …) che arriva alla rivoluzione iraniana del 1979. In seguito al crollo della cortina di ferro, si risveglia il sogno dei paesi dell’OPEC di mettere al proprio servizio anche i 7 fratelli dell’impero economico mondiale, riuniti i giorni scorsi a Taormina. E’ la volta delle guerre del golfo, dell’11 settembre 2001, di al-Qaida, delle primavere arabe e dell’Isis.

Anche se nel frattempo la percentuale della produzione del greggio arabo è diminuita, resta assai prestigiosa. Così nel Medioriente si combatte la battaglia per la leadership: sarà dell’Iran o della Siria, persiani sciiti o arabi? sarà dell’Iraq o della Turchia, arabi sunniti o turchi? O dopo la loro possibile autodistruzione vinceranno il Qatar e l’Arabia Saudita wahabiti amici dei petroldollari? E la Russia che ruolo gioca?

All’interno di ogni schieramento c’è chi seguirebbe la via del compromesso e chi invece è disposto a giocare tutto in nome di una macchia da riscattare. Strategie differenti per uno stesso fine: potere e controllo del mercato dell’oro nero, ancora energia primaria dell’industria dei consumi, che fa comodo a tutti. Pure a noi, che smaniamo per computer sempre più potenti nella corsa per sottomettere l’altro. E’ sempre la stessa questione del potere, tra gli stati come nel cuore dell’uomo. Anche i popoli preindustriali oggi dicono di voler partecipare al gioco.

Intanto in questi quattro anni ONU e NATO sono state alla finestra, anche se ogni tanto in casa cade qualche bomba, nella speranza di vedere gli eserciti sul campo distruggersi. E’ stata la strategia dell’era Obama, quando neppure la difesa delle minoranze cristiane ha costituito un principio di intervento, al pari della tragedia di tanti musulmani ed ebrei che da 70 anni vivono su una polveriera. La difesa della vita di un povero cristo passa in secondo piano quando sono in gioco interessi economici. Lo scopriamo solo ora che saltano le nostre comodità? Beh c’è chi non ne ha mai avute.                    

Allora non perdiamoci nelle disquisizioni tra islamici moderati e fondamentalisti o tra occidente cristiano e occidente relativista. Non c’è guerra di religione né scontro di civiltà, ancora, e forse se saremo intelligenti riusciremo ad evitarlo. L’unica tensione che alimenta il caos è la pervicace volontà di potere, che accomuna società occidentali e orientali, già secolarizzate o ancora fondamentaliste. Farhad Bitani - ufficiale afghano e fondamentalista prima di iniziare un percorso di autocritica - intervenuto all’Istituto tecnico economico Valturio di Rimini nel 2016, presentando il suo libro L’ultimo lenzuolo bianco, ha raccontato che i fondamentalisti sono tutti affaristi che usano il nome di Dio per il loro interesse: con la divisa uccidono barbaramente in nome della shari’a mentre in borghese praticano i peggio peccati vietati dal Corano.

Come insegna Bauman - uno dei più attenti osservatori della crisi che stiamo attraversando - in questa situazione di violenza dilagante, che forse accompagnerà tutto il futuro che ci resta da vivere, una rivolta da subito è possibile: lasciare che il volto dell’altro desti la mia responsabilità.

Alfiero Mariotti